Centro di Documentazione Multimediale della Cultura Giuliana Istriana Fiumana Dalmata
June 19th, 2019
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Convegno di Bologna: Venticinque tesi sul confine orientale

Cattaruzza

Luogo: Bologna

Abstract dell’intervento della prof.ssa Marina Cattaruzza

L’intervento, organizzato attraverso venticinque “tesi”, è incentrato sulla storia dei territori al confine orientale e dei loro rapporti con lo Stato italiano tra il 1914 e il 2006. Esso si basa in primo luogo sul testo “L’Italia e il confine orientale” (Marina Cattaruzza, Il Mulino, Bologna, 2007).
Le motivazioni che mi hanno indotto a scrivere “L’Italia e il confine orientale, 1866-2006″ sono soprattutto legate alla constatazione che la storia della regione di confine è stata finora per lo più condotta in un’ottica localista, senza tenere conto di quali fossero gli obiettivi dell’Italia rispetto all’area in questione, i rapporti che lo Stato italiano instaurò con questi territori, la politica che quivi venne praticata. Il mio intento era di rovesciare tale prassi storiografica integrando la storia della Regione Giulia nella storia dell’Italia del Novecento.
Ritengo infatti che espungere la storia dei territori di confine dalla storia dell’Italia contemporanea, così come praticare la storia della Regione Giulia senza tener conto dei suoi nessi con la storia dello Stato italiano non permetta una piena comprensione nè della storia d’Italia, nè della storia dell’area confinaria.Il contributo ripercorre le vicende della Prima guerra mondiale, la complessa situazione manifestatasi nel dopoguerra, con la dissoluzione dell’Impero asburgico e la creazione del Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni, il sorgere delle squadre fasciste nelle zone di occupazione militare, l’impresa di Fiume e la stipula del Trattato di Rapallo (1920) tra Italia e Jugoslavia.Esso passa poi a trattare la politica di snazionalizzazione delle minoranze praticata dal fascismo, la partecipazione dell’Italia alla Seconda guerra mondiale al fianco della Germania nazista, l’istituzione della Provincia di Lubiana e del governatorato di Dalmazia, fino allo sbando generalizzato dell’esercito italiano dopo la firma dell’armistizio l’8 settembre 1943. Già nella seconda metà degli anni Venti si formava un variegato movimento clandestino irredentista sloveno e croato, con l’obiettivo di annettere i territori passati con Rapallo all’Italia alla Jugoslavia. Durante l’occupazione militare la presenza italiana venne sfidata efficacemente dal movimento partigiano a guida comunista. In seguito al crollo della presenza istituzionale italiana e alla breve presa del potere del movimento partigiano in Istria fu perpetrata una prima serie di “liquidazioni” di fascisti o personaggi ritenuti, per diversi motivi, “scomodi”. Molti dei malcapitati vennero gettati nelle “foibe” carsiche. Una seconda ondata di “liquidazioni” ebbe luogo durante la breve occupazione jugoslava di Trieste e Gorizia nel maggio del 1945. La maggior parte di tali “liquidazioni” avvenne dopo che i prigionieri erano stati trasferiti in campi all’interno della Slovenia.Con il Trattato di pace del 1947 l’Italia perdeva quasi tutti i territori ottenuti alla fine della Prima guerra mondiale. Solo Gorizia rimaneva italiana, mentre Trieste e una piccola area dell’Istria occidentale avrebbero dovuto costituire il “Territorio libero di Trieste”. Nel 1954, con il Memorandum di Londra, il “Territorio libero” veniva suddiviso tra Italia e Jugoslavia. Solo nel 1975, con il trattato di Osimo, questo confine sarebbe diventato definitivo. La narrazione di tali vicende è percorsa da due fili interpretativi: a.) la parabola del sentimento nazionale in Italia, da principale criterio di orientamento della politica estera e della mobilitazione popolare (fino al 1954) a fattore residuo, non più in grado di informare nè l’azione politica, nè di suscitare entusiasmi nella popolazione; b.) la debolezza dello Stato italiano, da cui derivava una scarsa capacità di controllo sui territori in questione. In questo lo Stato italiano si dimostrò impari ai compiti di un moderno Stato nazionale, che dovrebbe teoricamente essere in grado di radicare le proprie istituzioni sull’interno territorio, di esercitare un controllo pieno anche sulle aree periferiche e di legare a sè la popolazione attraverso un principio universale di cittadinanza.
Da una parte, quindi, fino al 1954, l’Italia era pienamente partecipe della temperie culturale nazionale, mentre dall’altra le sue risorse (intese in senso lato) erano insufficienti a realizzare il progetto di nazionalizzazione integrale fino ai confini politici del paese. Da tale aporia emerge, a mio parere, la difficoltà a collocare le vicende del confine orientale nella cornice della storia d’Italia del Novecento.

Marina Cattaruzza


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