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April 22nd, 2019
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Censimento

Istria 2

Non contiamoci più

Autore: Ezio Giuricin

La scure  della conta nazionale si è abbattuta nuovamente sulla nostra comunità. I dati del censimento relativi all’appartenenza nazionale e alla lingua materna resi noti dall’Istituto di statistica croato – con un inqualificabile ritardo di ben otto mesi – parlano chiaro: nell’ultimo decennio gli appartenenti al nostro gruppo nazionale in Croazia sono calati di oltre il 9 % (9,3).  In poco più di un ventennio, dai confortanti dati del 1991 che avevano registrato una crescita quasi esponenziale, vicina all’80%, abbiamo “perso” – quanto a dichiarazioni di appartenenza nazionale – 3.946 connazionali, oltre il 16% del nostro corpo nazionale: un connazionale su sei.

Nell’ultimo decennio sono scomparsi nei meandri delle rilevazioni statistiche più di 1800 connazionali: l’equivalente – sempre riferendoci agli italiani dichiarati – di un sodalizio di grandi dimensioni (come Umago o Rovigno). Ci consola solo il fatto – di per sé poco confortante – che quasi tutte le altre minoranze in Croazia hanno subito dei decrementi ancora più consistenti (i serbi il 12%, gli ungheresi il 15%, gli sloveni il 20%, con l’eccezione dei rom e degli albanesi, che invece sono cresciuti significativamente). I dati relativi alla lingua materna si allineano, per quanto riguarda le percentuali di decrescita, a quelli sulla nazionalità, con un meno 9,49% rispetto al decennio precedente (nel 2001 avevamo invece rilevato un calo, rispetto al 1991, del 22 %).

Ma come sempre accade in campo statistico, il “diavolo” si annida nei dettagli; cioè nella lettura dei dati concernenti le singole località e nella complesssa composizione sociale e territoriale della nostra presenza. La regione con la maggiore flessione numerica e l’istriana: quella cioè che dovrebbe costituire lo “zoccolo duro” del nostro tessuto comunitario, con un calo del 12%. Il Buiese – da sempre vero e proprio “baluardo” della nostra presenza storica, e della nostra consistenza numerica, registra in talune località delle flessioni altissime (Buie il 20%, Umago il 17, Cittanova il 13 %). Il record del maggiore decremento di italiani spetta a Parenzo, con un triste 26%. Tiene sostanzialmente Rovigno. Le città come Fiume e Pola rilevano una flessione più contenuta, dal 10 all’11%. Tutto da studiare invece il calo molto più contenuto avvertito a livello di Regione Litoraneo-Montana, dove la “perdita” degli italiani dichiarati, è stata contenuta, nonostante la flessione di Fiume, a poco più del 3% (grazie, in parte, all’incremento di italiani fatto registrare a Lussino e Abbazia).

Ora ai vertici delle nostre strutture associative spetta un’attenta analisi delle cause e delle ragioni di questa flessione. Tra i meccansimi che possono giustificare in parte il decremento vi è il sostanziale mutamento dei criteri metodologici impiegati nel censimento del 2011 rispetto a quelli precedenti: per la prima volta è stato adottato (come in Slovenia nel 2002) il criterio della “residenza abituale” : ovvero non è stata rilevata la presenza dei tanti nostri connazionali non residenti di “fatto” per motivi di lavoro e di studio. Ma certamente si tratta ora di avviare un serio confronto e approfindimento sulle radici di questa deludente “evidenza statistica”.

Con una fondamentale premessa. Ci dobbiamo liberare definitivamente dai ricatti delle periodiche “conte nazionali”, anche in in considerazione della loro discutibile attettendibilità scientifica e sociologica. In Slovenia l’anno scorso per fortuna è stato abbandonato il tradizionale censimento “nazionale”, per adottare quello – meno costoso – a “registro”, privo, per la prima volta, dei dati sensibili sulla nazionalità, la religione o la lingua. Ma ciò probabilmente non può bastare.
Dal rilevamento del numero dei connazionali, ovvero dell’aspetto meramente quantitativo della nostra comunità dobbiamo cercare di passare a indagini costanti e più approfondite sulla qualità, la struttura, la composizione sociale, le caratteristiche sociologiche, economiche e comportamentali degli appartenenti al gruppo nazionale; dobbiamo cercare di capire cioè i meccanismi che influiscono sull’affermazione dell’identità e della coscienza nazionale per poter delineare dei progetti e delle serie strategie di sviluppo della nostra dimensione minoritaria.

Le minoranze nazionali non debbano essere contate, ma bensi’ studiate e analizzate, per conoscere le loro particolari problematiche ed esigenze,  e definire di conseguenza gli strumenti atti a garantire il loro sviluppo. A nostro avviso tali studi debbono essere affidati innanzitutto alle minoranze, offrendo loro gli strumenti per capire e conoscere se stesse, attuando una costante operazione di autodiagnosi.
Al peso dei censimenti dovremo cercare di opporre la nostra capacità di capire chi siamo e di definire delle chiare prospettive di crescita. Per evitare che del nostro futuro continuino a decidere i numeri.