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Trieste, 23 maggio 2005
manifestazione espositiva
“Pietra d’Istria. Architetture e Territorio”
Il tema di questa indagine espositiva ricerca la ricostruzione delle strutture originarie e della loro evoluzione, proponendosi come funzione precipua quella di illuminare il presente, cioè di contribuire all’interpretazione scientifica del paesaggio attuale per una corretta conservazione della sua “memoria”.
Nel contesto della velocità di trasformazione e di mobilità nel tempo e nello spazio che caratterizza la nostra epoca esiste tuttavia, nella ipotesi che qui sarà prospettata, un senso di identità che si collega a singoli luoghi del territorio.
L’anomìa che consegue al rischio di degrado della propria individualità, della propria cultura e del proprio modo di vita, stimola una reattività che porta ad assegnare valore simbolico ad alcuni punti del territorio. Questi punti forti rappresentano in genere il passato, ma oltre a ciò finiscono col rispecchiare l’identità dei singoli e del gruppo sociale nel momento attuale.
In effetti civiltà della memoria è l’espressione particolare di un principio di importanza centrale per la crescita e lo sviluppo di una comunità: la ricostruzione della propria storia. Considerare una comunità come artefice della costruzione del proprio territorio porta a ricostruire gli oggetti e le trame che li hanno sostenuti con il supporto della memoria storica. Questa ricostruzione dell’oggetto ci insegna a rifare l’oggetto stesso. Con l’apporto della storia sociale e politica, economica, culturale ed artistica è quindi possibile porre le premesse conoscitive ed interpretative per intervenire a salvaguardare, a valorizzare e a riqualificare l’insieme delle stratificazioni storiche del territorio.
Il territorio storico dell’Istria, scaturito dall’opera secolare delle diverse comunità, è un bene unitario e globale che compone un riferimento oggettivo in cui tutto si sintetizza e come tale può allora darci quella misura e quel sentimento della realtà con cui abbiamo perso molti contatti.
Qui, naturalmente, ogni civiltà ha tentato di organizzare lo spazio secondo un proprio modello produttivo; ha conservato, distrutto, abbandonato ciò che i limiti della propria cultura e del condizionamento storico imponevano. Secondo le alterne vicende della storia, i prodotti di ogni cultura si sono integrati o sovrapposti o aggiunti a quelli precedenti. Ciò che è rimasto, in questo processo continuo di trasformazione, il territorio lo riporta fisicamente. Esso è il prodotto materiale delle culture ed è quindi fonte di conoscenza, che deve essere inquadrata storicamente affinché possa acquisire un significato di valore interpretativo e prospettivo. Assume veramente il valore di un bene culturale, diventa espressione globale di una data cultura, di una data storia civile, di un particolare rapporto natura-uomo, rappresenta cioè un documento di cultura, una testimonianza materiale avente valore di civiltà.
Ricondurre questi concetti culturali a forme spaziali, a localizzazioni, a morfologie fisiche coesistenti, a temperie immanenti e diverse non appare improprio; anzi si rivela necessario.
Il territorio, quindi, visto attraverso il meccanismo della percezione e della memoria collettiva, non è un semplice accidente ecologico che l’uomo deve trasformare per i suoi bisogni, ma un codice spaziale, ossia un modo di organizzare lo spazio e di viverlo quotidianamente. Il paesaggio è cultura, sia nelle sue dimensioni diacroniche sia nell’interpretazione sincronica che ne dà la comunità che ci vive. E’ cioè il risultato dell’azione storica di trasformazione, ma anche l’odierno sistema di segni dotati del significato sociale che la comunità gli attribuisce.
Nella nostra epoca siamo di fronte ad un processo forse irreversibile, di uso consumistico, utilitaristico e livellatore di tutte le risorse del suolo, ivi comprese quelle storiche. E’ la rottura di un sistema connettivo territoriale che era basato, da una parte, su un’economia mercantile agraria e, dall’altra parte, su un’economia povera, di sussistenza, alla quale sono rimaste sempre strettamente legate le antiche forme architettoniche.
Così i segni, i simboli ed i miti dei quadri antropologici tradizionali hanno cambiato o stanno cambiando radicalmente significato sia sul piano dell’uso, sia sul piano culturale.
Il problema di fondo è che, rispetto alla difesa e alla salvaguardia di un bene a scarsa riproducibilità, è mancata la conoscenza generale del bene stesso, conoscenza necessaria per l’intervento successivo e base di una sorta di inventario sistematico delle singole emergenze ambientali, che, se considerate come risorsa e patrimonio da utilizzare, possono assumere un ruolo centrale nello sviluppo economico. E tra queste ci sono certamente il territorio, le sue strutture insediative, le sue infrastrutture, verso cui va rivolta l’attenzione al fine di una corretta programmazione delle risorse produttive e di pianificazione degli assetti territoriali.
Credo quindi che anche oggi, quando si tratti di proporre la salvaguardia di ogni complesso, un tempo importante anche sotto l’aspetto socio-economico, si debbano tenere nella dovuta considerazione tutte le componenti, riconosciute nel loro contesto e ruolo originario.
Il settore dove maggiormente sentita è l’opportunità di un intervento stabile degli specialisti è quello dei beni culturali, la cui valorizzazione e corretta gestione viene non a caso indicata, dalle stesse comunità interessate, come operazione indispensabile nei processi decisionali che presiedono all’organizzazione del territorio. L’Istria appare infatti, al giorno d’oggi, grazia soprattutto ai nuovi recentissimi ritrovamenti archeologici, un enorme contenitore culturale, uno scrigno ancora da aprire e proporre alla fruizione collettiva.
Il primo compito che ci si è proposti, ancora nel 1991, tra i componenti del neonato Dipartimento di Scienze Geografiche e Storiche, che ho avuto l’onore e l’onere di attivare, è stato quello di convogliare organicamente la grande mole raccolta di dati e di informazioni al fine di una prima applicazione nella realizzazione di un Progetto relativo alla costruzione della carta-strumento del rischio del patrimonio culturale, per metterne in evidenza le diverse condizioni di rischio al fine di programmare gli interventi di prevenzione del danno prima che questo si trasformi in un evento irreparabile.
Nel 1994, nell’occasione di un grande Convegno Internazionale organizzato dal nostro Ateneo sotto l’intitolazione di Istria riconosciuta viene così proposta e definita la costituzione di un Centro di catalogazione dei beni culturali dell’Istria e Dalmazia, che è stato riconosciuto dal Consiglio Nazionale delle Ricerche all’interno del Progetto nazionale finalizzato “Beni Culturali” (Target 421: Storia degli ecosistemi umani quale patrimonio storico-culturale dei quadri geoantropici).
I risultati sinora raggiunti rendevano a mio avviso indifferibile un “salto di qualità” sull’organizzazione complessiva del lavoro, che consentisse alla fine di valorizzare quanto già acquisito e nel contempo di affrontare in maniera adeguata i nuovi impegni che la ricerca applicata fa prospettare in un ambito, quale è quello istriano, caratterizzato al momento da un alto grado di dinamismo.
prof. Luciano Lago