
(da “ANTONIO SANTIN. Un Vescovo tra profezia e tradizione 1938-1975” di Don Ettore Malnati)
Il 26 novembre 1954 «Il Piccolo» riportava questo articolo di Indro Montanelli, precedentemente apparso su «Il Corriere della Sera», che rileva a tutto sbalzo e con incisiva vivezza il gesto e il pensiero di mons. Santin.
C’è fuori di Trieste, chi ha mostrato un certo sgomento alle parole alte e forti che monsignor Santin, vescovo della città giuliana, ha pronunciato il 4 novembre al cospetto del Presidente della Repubblica (Discorso di S.E. mons. Antonio Santin fatto 4-11-1954 al Presidente della Repubblica Italiana on. Luigi Einaudi) e le ha considerate altrettante «stecche».
C’è chi ha detto che, con la sua mancanza di «tatto» e di «diplomazia» e di «senso dell’opportuno», egli rappresenti un pericolo che sarebbe meglio eliminare, magari con un tempestivo trasferimento.
C’è chi ha detto che occorre «sopportarlo».
Ma Luigi Einaudi, anche se la sua alta carica gli vieta di metter bocca in simili polemiche, dovette essere, ascoltando le parole del presule, di ben altro avviso, se non si vergognò di mostrare agli astanti un volto rigato di lacrime.
Credo ch’egli capisse in quel momento ciò che sembra sfuggire ai commentatori politici romani, sia quelli laici che quelli clericali: e cioè che monsignor Antonio Santin non è il vescovo di Trieste, è Trieste; e che difficile da «sopportare», per una Italia come quella di oggi, non è lui, ma sono l’angoscia e l’entusiasmo di questa città che, pur orrendamente mutilata, è tornata alla Patria in uno slancio d’amore che sulla gran bonaccia nazionale certo fa «stecca», come fanno «stecca» i fremiti di una donna appassionata fra le braccia di un marito distratto.
Noi possiamo, secondo i gusti, compiacerci di questo stato d’animo triestino, o allarmarcene, o sorriderne, come fanno i grandi Scettici Blu di Roma e di Milano.
L’unica cosa che non possiamo fare è disconoscerlo o tentare di svisarlo, presentandolo come una bizza di monsignor Antonio Santin.
Non c’è che da venire in questa città per rendersi conto che qui siamo in un’al tra Italia, cioè forse nella sola Italia che rimanga a chi si sente italiano.
E le lacrime di Einaudi, pur così poco incline, da buon piemontese, alla commozione e agli intenerimenti, ne sono la prova.
Non è la prima volta che Santin scuote le fibre, anche se fortissime, di coloro a cui rivolge la parola.
Quando i tedeschi, dopo aver occupato la città, arrestarono Giani Stuparich, scrittore e Medaglia d’oro dell’altra guerra, perché figlio di madre ebrea, il vescovo... si recò in pompa magna dal loro comandante.
Questi lo accolse con fare altezzoso e cipiglioso, ma dopo pochi minuti aveva già abbassato le penne e riposto la jattanza sotto lo sguardo diritto e il dito teso del presule che, lungi dall’implorare, impose perentoriamente il rilascio del prigioniero, e non se ne contentò: che, invece di ringraziare, aggiunse: «Eppoi, si può sapere cos’è codesto razzismo e chi vi ha messo in testa, a voialtri téutoni imbastarditi dagli slavi, questa colossale asineria?».
E giù per questa china a rotta di collo.
Era una «stecca» anche in quella circostanza, anzi una collezione di «stecche» e il tedesco lo guardò con occhi sbarrati.
Ma il vescovo probabilmente non se ne accorse nemmeno.
Egli parlava in nome della Giustizia e del diritto; e quando è sicuro di avere in mano simili argomenti Santin si sente più forte di qualunque generale di corpo d’armata.
Continuò tranquillamente a «steccare» fra lo sbigottito terrore degli astanti, finché esposto per intero il suo pensiero sul razzismo e sugli «asini» che lo avevano inventato.
E il rappresentante degli asini si astenne non solo dal tirar calci ma anche dal ragliare contro di lui.
Nemmeno quella volta signor Santin diede una gran dimostrazione «opportunità», di «tatto» e di «diplomazia», le arti in cui gli italiani sono tanto versati.
Eppure anche i tedeschi lo «sopportarono».
Forse perché, nazisti o no, essi erano buoni soldati e ammiravano il coraggio di chi sapeva, anche contro di loro, «steccare».
Sebbene conoscessi questi ed altri precedenti del presule, quando sono andato alla sede del Vescovado nel cuore della «Cavana», che sarebbe un po’ la «Casbah» di Trieste, confesso che non m’aspettavo di trovarmi di fronte a un sacerdote di sì alta statura morale.
A desumerla dall’aspetto, la sua origine si direbbe contadina, per via del corpo massiccio, del collo un po’ corto, dei lineamenti tesi del volto caratterizzato dagli occhi profondamente infossati, e da un naso che sulla punta fa «stecca» anch’esso rivoltandosi e girando per in su.
Invece viene da una famiglia marinara di Rovigno, una cittadina presso Parenzo che ora fa parte della Jugoslavia, e di cui egli tiene una panoramica incorniciata in un quadretto appeso al muro.
In Istria Santin ha trascorso quasi tutta la sua vita: prima a Pola,poi vescovo per cinque anni a Fiume, e ora da sedici a Trieste.
Sicché il taglio che ha amputato quella italianissima provincia dal corpo della Patria egli lo ha risentito nel corpo suo: nella sua casa natale, nelle tombe dei suoi morti, nel suo passato, nei suoi ricordi.
Siede di fronte a me, compatto, piegato in avanti, le braccia ad anfora, le mani poggiate solidamente sulle cosce, la croce pettorale che ballonzola sulla fascia paonazza, la testa appena coperta dallo zucchetto vescovile.
Non mi conosce perché non legge i giornali e non si è preoccupato di domandare all’amico che presso di lui mi ha introdotto né chi sono né come la penso.
Ha solo chiesto preventivamente che io non riferisca quanto mi avrebbe detto di argomento politico, perché aggiunge ora «io rappresento, sia pure indegnamente, la Chiesa, e non ho il diritto di comprometterla con qualche frase malaccorta che mi possa scappar di bocca».
Mi fissa dal fondo delle sue fonde orbite, e spiega lentamente con la sua voce dai tocchi bassi e gravi:
«Giacché, arrivato alla soglia dei sessanta anni, ho dovuto accorgermi che quel che si dice non basta che sia vero per poter essere detto, bisogna anche che non sia “malaccorto”, e quasi sempre ciò che è vero lo è».
Si piega ancora di più, curva la testa, e quasi in un murmure conclude: «Avrei preferito chiudere gli occhi per sempre piuttosto che aprirli su questa constatazione...».
Io taccio, e anche lui tace, ma ruminando a testa bassa quella straordinaria scoperta, cui si vede benissimo che non si è ancora rassegnato.
Infatti uno scatto di ribellione gli raddrizza di nuovo il capo: e battendosi le palme aperte sulle gambe. chiede: «Ma lei crede possibile fondare qualcosa che sia definitivo e duraturo, anche in politica, su basi diverse da quelle del Diritto e della Giustizia?».
Si sente che ha pronunziato queste parole con la maiuscola, e nel gesto lo zucchetto gli è scivolato sulla nuca.
Il vescovo lo rimette al suo posto con una manata disattenta, ed è chiaro che quella domanda non l’ha rivolta affatto a me.
Io costituisco soltanto, ai suoi occhi che forse nemmeno mi vedono, il pretesto alla continuazione di un colloquio che da giorni, da mesi, se non addirittura da anni egli ha intrapreso con Qualcuno che sta molto al di sopra di me, e anche di lui.
«Perché sì, lo riconosco: la politica ha le sue esigenze, la diplomazia ha la sua etichetta, e un povero vescovo non ha che da accettarle... Da accettarle, ripeto... Da accettarle...».
Si stropiccia le mani e apre le braccia nel gesto di chi vuole proprio a tutti i costi convincersi di quello che dice.
E ripete, con l’aria di chi c’è riuscito: «Eh!... Cosa altro si può fare, se non accettarle?».
Ma di colpo un’obiezione gli insorge dentro e gli trabocca fuori in un’altra di quelle sue impennate di testa che gli fanno scivolare lo zucchetto sulla nuca.
«Però... c’è un “però” dice con una mano riaggiustandoselo e alzando l’altra a palma spalancata, come ad intimare l’alt a qualcuno e questo “però” è rappresentato dal punto in cui la diplomazia e la politica possono entrare in conflitto con la Legge: non quella degli uomini, e nemmeno quella degli Stati, ma quella di Dio, su cui i vescovi hanno da dire la loro, e non c’è politica e diplomazia che tengano...
Quando ciò accade, un sacerdote non contravviene a nessuna regola del suo ministero facendo pesare la sua parola di pastore d’anime, specie se è proprio il suo gregge che si trova coinvolto...».
Io seguito a tacere, e anche Colui al quale, attraverso di me, il presule rivolge queste obiezioni seguita a tacere, evidentemente consentendo.
«Non è vero riprende con calma voce il vescovo non è vero che io abbia detto di no o mosso critiche a qualcuno.
La diplomazia faccia il suo mestiere, gli uomini di governo facciano il loro, e i vescovi.., i vescovi ubbidiscano e preghino...».
Ma d’improvviso scatta in piedi.
E ora che con la mano sinistra si stringe la croce pettorale al torace, dentro cui il cuore batte in tumulto, mi stupisco di non vedergli sulla destra, levata in alto, una spada.
In questo vescovo da «Carroccio» rivive l’anima di un Giulio II o di un Innocenzo III.
Ch’è una bella «stecca» anche questa, sui tempi che corrono, non c’è che dire.
«A una cosa sola ho non il diritto, ma il dovere di dire di no: a una certa condizione umana che esula dalla politica, e che nessuna regola politica potrà mai impormi di accettare.
Perché a chi tenti per politica di calpestare il Diritto e la Giustizia, non è più un vescovo, è Dio che dice “Indietro!”».
Ha pronunziato questa intimidazione proprio con la voce con cui la pronunzierebbe Dio, se Dio avesse una voce udibile dall’orecchio umano.
E ora ripiomba a sedere con la fronte imperlata di sudore, sebbene in quella stanza imperversi un freddo polare.
Un altro lungo silenzio segue, ma forse tale appare solo a me.
Per lui, il vescovo, dev’essere la continuazione del dialogo che da giorni, da mesi, forse da anni, egli ha intrapreso con Qualcuno che sta molto al di sopra di tutti e che non trova nulla, si vede, proprio nulla da obiettare alle «stecche» del suo ministro.
«No, non è vero, non è assolutamente vero e la sua voce si è fatta di nuovo calma e fonda che io abbia mosso critiche a qualcuno.
Ho soltanto sperato nella politica della Tua Legge?».
Ma nessuno gli risponde, e Santin nuovamente curvando il capo, ripete con voce rotta: «Io non lo so... Io proprio non lo so... Io purtroppo so soltanto pregare per quelle migliaia di nostri fratelli…il mio gregge, la mia gente... quelli che devono pagare per tutti...
Cosa faranno, costoro, senza più Patria, dopo aver vissuto soltanto di Patria e per la Patria come nessun altro italiano ha mai saputo né saprà più fare?».
Sento che siamo alla fine del monologo, e mi alzo col proposito di scivolar via in punta di piedi, senza che il vescovo si accorga della mia partenza, come senza dubbio non si era accorto della mia presenza.
Ma egli mi vede, si passa una mano sulla fronte, e rammentando, sia pure con sforzo evidente, la mia qualifica e le ragioni per cui sono lì: «Spero dice porgendomi l’anello da baciare che lei sia un galantuomo e non riferisca quanto le ho detto».
«Ma, eccellenza ribatto - Lei a “me” non ha detto niente...».
«Ah, no?», fa il presule un po’ stupito.
«Niente. Lei parlava con Qualcun altro che non rispondeva e...».
«Oh, sì! m’interrompe netto il vescovo rispondeva, rispondeva...
Risponde sempre, Lui, quando è in ballo la Sua Legge...».
Indro Montanelli