Isola d’Istria non è soltanto nota per aver dato i natali al campione mondiale dei pesi medi Nino Benvenuti, ma anche per una terribile battaglia che trecento e più anni fa, al tempo dei Comuni, ebbe a sostenere contro la vicina città di Pirano. E volete sapere la ragione di tanto fracasso? Ve la dico subito: i piranesi, da quei burloni che sono, s’incaponivano a sostenere che gli isolani erano tutti venuti al mondo senza l’ombelico. Lo facevano per scherzo, naturalmente, poiché si sa che proprio attraverso l’ombelico ogni mamma nutre il suo piccino nel tempo anteriore alla nascita. Ma quelli di Isola sono gente che non ammette la falsità; pertanto ne soffrivano e si arrabbiavano da matti. Come spesso avviene nella burla, gli altri ne approfittavano e, incontrando un barcaiolo tutto intento a stendere le reti, o un contadino curvo a potare le viti, non potevano trattenersi dal gridargli: «Isola-a-ano, senza ombeli-i-ico!».
Disposti a buttarsi nel fuoco per amore della verità, i bersagliati da principio pensarono di risolvere le cose con le buone e, magari masticando amaro, si umiliavano a scoprirsi la pancia per far vedere che anche loro erano nati come vuole madre natura. Ma un giorno capirono che si trattava soltanto di una presa in giro, e in tutto il mondo le prese in giro sono dure a sopportarsi. Successero chiassate fra la gioventù, un colpo di randello al piranese mal capitato in una strada deserta, qualche taglio di rete in una nottata di pesca più buia delle altre. Gli animi tanto si riscaldarono, che alla fine il podestà di Pirano mandò una lettera al collega di Isola lasciandogli intendere che lo considerava alla stregua dei suoi amministrati: anche lui senza ombelico. In quei tempi i podestà provenivano sempre da un’altra città (così voleva la Repubblica di Venezia, temendo forse che tra parenti e stretti conoscenti scappasse fuori qualche imbroglio), e il podestà forestiero giudicò il messaggio del collega, anche lui forestiero, un’offesa personale. Così scoppiò la guerra.
Ma erano guerre di quei tempi: ognuno voleva starsene a casa propria e lì casomai aspettare il moscardino in vena di bravate. Dopo anni di battaglie per lettera raccomandata, si mossero gli isolani che si ritenevano lesi nel loro onore. Pirano era però tutta circondata da alte mura che si possono vedere ancora oggi, per cui dai bragozzi si sparava, si sparava, ma le pallottole finivano tutt’al più col graffiare pietre e mattoni, e alla polvere della miccia, che già faceva bruciare gli occhi, si univano la sabbia e la calce dei muri. Il Capitano degli isolani ebbe allora una bella idea e subito la comunicò ai propri subalterni: «Lasciamo le barche. A terra! E diamo l’assalto alle mura!”.
Poveretto, l’aveva proprio indovinata. I suoi uomini si aggrapparono alle mura e quelli indiavolati di sopra pareva non avessero atteso altro: fecero rotolare giù grosse pietre, senza neanche sporgersi, così come qualche screanzato ha il vezzo di sputare dalla finestra standosene magari pacifico in poltrona. Quattro isolani rimasero malconci. Il Capitano ebbe allora un’altra idea: «Non potete salire le mura con tutti quei paramenti e l’elmo indosso. Spogliatevi, e arrampicatevi su come fosse l’albero della cuccagna!»
Si spogliarono infatti, buttando via elmi, gambali e corazze; e da principio sembrò che la buona sorte volesse premiare la dabbenaggine di quel comandante che forse non era nato per quel mestiere: gli isolani giunsero quasi a metà dell’alta muraglia. Ma era, quello, giorno di magro, e tutti gli abitanti della cittadina assediata, dai più poveri ai più ricchi, stavano friggendo pesce per cena. Continuando a masticare i calamari presero le padelle, le infilarono tra i merli e le vuotarono. Fu uno spettacolo mai visto: balzati lesti a terra e forte gridando per le scottature, quei poveretti là sotto sembravano uno scompiglio di formiche che avessero trovato il nido tappato. Si dimenticarono perfino delle barche ferme a poche bracciate, come se tutto il mare fosse divenuto un pentolone di olio bollente.
Alla chetichella, e uno dietro all’altro, se la diedero a gambe lungo una strisciolina di terra tra gli scogli e le mura che conduceva in aperta campagna. Qualcuno racconta che si misero di mezzo anche le donne, infierendo sugli sbandati col rovesciare loro addosso i vasi da fiori; ma forse si tratta di una malignità in più. Vero è invece che, non appena furono giunti a Isola col fiato ancora mozzo, i fuggitivi sedettero a consiglio.
Dopo aver passeggiato a lungo con le mani dietro la schiena, il Capitano argomentò: «Oggi i tempi sono cambiati, e la guerra va fatta con armi adeguate: nessuno intende più esporsi e correre rischi. Ci faremo prestare un cannone dai nostri cugini di Capodistria».
«Illustrissimo» osò uno dei presenti, «con quello non arriveremo neanche al nostro bagno pubblico. Sparano alle barche pirate quando quelle sono a tiro di schioppo, l’ho visto io!».
«E chi ci impedisce» replicò immediatamente il Capitano, «di costruire noi un cannone più grande? Magari il più lungo e il più grosso che si sia mai visto, e che Venezia venga poi a chiedercelo in prestito?»
La proposta ebbe le accoglienze che meritava: tutti ne furono entusiasti. Si convenne che bisognava trovare un tronco enorme, ma di albero dal midollo tenero che si lasciasse scavare all’interno. «Un fico!” avanzò uno che subito fu portato in trionfo. E un vecchio contadino, che pretendeva anche lui la sua fetta di gloria, rivelò di avere appena tagliato un fico così alto e così grosso, che da anni non dava più frutti, essendosi ormai messo a gareggiare con gli olmi e le querce.
Cantando dalla gioia andarono a prendere il tronco, che era veramente superbo, tanto che assai stentarono a trascinarlo nella piazza d’armi. Per un mese intero a Isola non si fecero più barche né altri lavori di falegnameria. Ci lavoravano intorno un po’ tutti: carpentieri, calafati, maniscalchi, maestri d’ascia, ma anche sarti a pigliarne le misure, anche calzolai a battere chiodi. E il più grande cannone della storia fu terminato. La bocca e la canna erano così smisurate che dopo l’esplosivo ci misero dentro tutte le palle di pietra di cui disponeva la capitaneria e, dietro a quelle, i ciottoli solo un po’ tondeggianti che scorgevano in giro, e poi tutto ciò che di solido si trovava per terra: pezzi di legno vomitati dal mare, calcinacci, cocci di vasellame andato in frantumi, ferri vecchi arrugginiti in un canto.
Il Capitano guardò nella bocca del cannone, che era carico soltanto a metà, e pronunciò una frase destinata a rimanere celebre: «Sapete che vi dico? Metteteci dentro magari le immondizie! Perché più il proiettile pesa, più arriva lontano!».
Non se lo fecero ripetere, e il cannone fu riempito di ogni porcheria, perfino di cose leggere e insignificanti come le teste e le code delle sardine che si accumulavano davanti alla fabbrica dei barili sott’olio. C’era lì sulla riva un muratore che riparava uno scantinato sinistrato dall’alta marea; ebbene anche lui volle dare qualcosa alla causa comune: vuotò nella canna il suo secchio di malta e con la cazzuola lisciò ben bene l’apertura ormai colma. A quel punto il Capitano alzò la mano. «Basta così. Non ci resta che pregare per l’anima di quei disgraziati, che però se la sono meritata!». E ordinò il fuoco.
Si udì un boato, uno strepito d’inferno, frammisto a urla e a lamenti disperati. Chi non piangeva, tossiva nel fumo che accecava la vista. In quel gran nuvolone il Capitano cercò e infine raggiunse il comandante in seconda; gli chiese un rapporto urgente e dettagliato sui danni e sulle vittime che il colpo non aveva mancato di causare nel campo avversario.
Il Vice-Capitano si fece avanti mogio mogio, anche lui tutto graffiato. «Dei nemici non sappiamo ancora nulla illustrissimo. Ma qui posso contare sotto i vostri occhi: quattro uomini privi di conoscenza e forse morti, uno probabilmente accecato, tre zoppi, due senza un braccio...».
«Basta così» tagliò corto il Capitano e pronunciò la sua frase più famosa: «Se soltanto qui la nostra arma ha fatto tanto guasto, immaginiamo la strage che avrà compiuto tra i nostri nemici!”.
Solo allora gli isolani, dopo aver soccorso e consolato i feriti, tornarono soddisfatti alle loro case, in attesa dei messi di Pirano che sarebbero venuti a trattare la pace. Ebbene, ancora li aspettano.
Pubblichiamo, su gentile concessione di Laura Levi Tomizza, questo racconto popolare, reinterpretato da Fulvio Tomizza su richiesta del “Corriere dei Piccoli” che volle pubblicarlo sul numero del 6 aprile 1975 nel ciclo intitolato “Grandi scrittori italiani per i Piccoli”.