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Risposta alla “Lettera aperta sul Giorno del ricordo” pubblicata da “Internazionale”

(In foto, un momento della commemorazione del Giorno del Ricordo)

 

Risposta alla “Lettera aperta sul Giorno del ricordo”

Egregio Direttore,Spettabile Redazione,

con riferimento alla “Lettera aperta sul Giorno del ricordo” pubblicata sul sitowww.internazionale.it in data 20 dicembre 2016, chiediamo cortesemente la possibilità direplicare e di effettuare alcune precisazioni a nome delle molteplici associazioni di esuliistriani, fiumani e dalmati e loro discendenti, nonché degli storici e dei ricercatori cheaiutano l’associazionismo giuliano-dalmata nello svolgimento della ricerca scientifica edella divulgazione riguardo la “complessa vicenda del confine orientale”.La lettera che avete pubblicato, infatti, con un repertorio di citazioni in gran parte capziose,obsolete e superate dalla più recente storiografia, si insinua nel filone del cosiddetto“giustificazionismo”, con accenni di “riduzionismo” che stridono con la sintesi tuttosommato corretta ed efficace da voi realizzata lo scorso 10 febbraio 2016: in quanto direttiinteressati dalle vicende cui è dedicato il Giorno del Ricordo, riteniamo di poterlo affermarecon maggiore autorevolezza di chi su questa storia interviene con finalità strumentali esenza mascherare il proprio livore ideologico.Ciascuna delle affermazioni contenute nella Lettera aperta è facilmente confutabile ed èun esercizio retorico al quale ci siamo purtroppo abituati, in quanto costoro da più annivanno ripetendo le medesime argomentazioni, che poi vengono rovesciate dallatestimonianza diretta di chi quella storia la visse per esperienza diretta ovvero dal lavorosine ira ac studio di storici obiettivi.Prima di tutto l’italianità delle terre contese fra Italia e nascente Jugoslavia al termine dellaSeconda guerra mondiale risulta fuor di discussione: il diritto internazionale ed il diritto diguerra sanciscono che annessioni unilaterali (la provincia di Lubiana all’Italia nell’aprile1941, l’Istria alla Jugoslavia a metà settembre 1943 e la Zona di Operazioni LitoraleAdriatico alla Germania nell’ottobre 1943) non sono da tenere in considerazione fino allaratifica di un trattato di pace (il che sarebbe avvenuto solamente nel 1947) che sanciscala conclusione dello stato di guerra e stabilisca confini internazionalmente riconosciuti.Con riferimento alla materia in esame, confini internazionalmente riconosciuti furono quellistabiliti dal Trattato di Saint-Germain (1919), dal Trattato di Rapallo (1920) e dal Trattato diRoma (1924), in base ai quali Trieste, Gorizia, Istria, Fiume e Zara risultavanoappartenenti all’allora Regno d’Italia e tali andavano considerate dal punto di vista deldiritto fino al Trattato di Parigi del fatidico 10 febbraio 1947, entrato in vigore il successivo15 settembre.Negli anni Venti e Trenta il regime mussoliniano, in continuità con quanto impostato dalloStato liberale sabaudo al suo arrivo in queste terre, tentò un’opera di bonifica etnica, ma isuoi risultati furono meno catastrofici per le comunità slovene e croate autoctone di quantodenunciato, nella misura in cui la resistenza jugoslava ebbe poi modo di radicarsi fra lapopolazione “alloglotta”, le componenti slave rimasero sul territorio e resistetteroall’assimilazione dando anzi vita a reazioni armate (gruppi terroristici TIGR e Borba,attentati a simboli di italianità e non solo a rappresentanti del regime fascista), laddovedopo il conflitto la politica di fratellanza italo-slava sbandierata dal regime di Tito portò,come se non fossero bastate le vittime delle due ondate di foibe, alla sparizione di altriitaliani ed all’esodo del 90% della comunità autoctona italofona. Siccome più avanti sicerca di sminuire il peso delle morti perpetrate dall’esercito di liberazione jugoslavo e dallesue quinte colonne locali contestualizzando il tutto in una prospettiva più ampia, sarebbeinvece maggiormente opportuno ricordare che contemporaneamente a questo tentativo disnazionalizzazione il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni colpiva altrettanto pesantemente lacomunità austriaca della Slovenia settentrionale (Domenica di sangue diMarburg/Maribor), gli italiani di Dalmazia (2.000 persone in fuga da Spalato, Ragusa,Sebenico e Traù costituirono il cosiddetto “Esodo dimenticato”) e gli albanesi del Kosovo(progetto di trasferimento coatto di migliaia di albanesi in Turchia).Di certo non tutte le 1700 foibe istriane sono state usate per scaraventarvi, spesso ancoravivi, i prigionieri torturati e sommariamente processati da parte delle milizie facenti capo aTito, ma non si ritiene di “aumentare l’enfasi sensazionalistica della propagandairredentista” se si puntualizza che invece già nel 1941 il terreno carsico del Montenegroconsentì ai partigiani jugoslavi di gettare in alcune foibe soldati italiani (in spregio alleconvenzioni di guerra che tutelavano i prigionieri), che nel litorale dalmata esponenti dispicco della comunità italiana furono annegati in mare e che molte operazioni di recuperodelle salme dalle foibe furono rese impossibili dalla carenza di materiale speleologicoadeguato, dall’andamento accidentato di questi inghiottitoi e dall’avanzato stato didecomposizione dei resti umani che rendeva irrespirabile l’aria per chi scendeva decine dimetri in profondità allo scopo di effettuare ricognizioni e recuperi. 2.500 persone forse nonsono state gettate tutte quante nella vecchia miniera di Basovizza (sicuramente uncentinaio di militi della Guardia di Finanza di Trieste che, dopo aver combattuto il 30 aprile1945 contro gli occupanti tedeschi nel corso dell’insurrezione cittadina, sarebbero poi statitrucidati in quanto rappresentanti di uno Stato italiano che si voleva cancellare dallaVenezia Giulia), ma sicuramente fra Basovizza, Monrupino, Abisso Plutone, Corgnale edaltri abissi della zona il quantitativo dei morti può raggiungere tale cifra. Siffatti esercizi dicontabilità mortuaria, tuttavia, sono degni dei negazionisti dell’Olocausto che argomentanosulle cifre dei morti nelle camere a gas e nei forni crematori; a prescindere dal numerodelle vittime, l’efferatezza delle tecniche di uccisione condanna questi crimini (avvenuti aguerra finita): persone cadute nel vuoto legate col fil di ferro ai polsi di prigionieriprecedentemente uccisi e rimaste agonizzanti in fondo alla foiba per giorni interi prima dimorire, fucilazioni e sventagliate di mitra a colonne di prigionieri sul ciglio della foiba, canineri buttati nella foiba al termine di queste esecuzioni di massa in ossequio adagghiaccianti rituali scaramantici.Ricondurre poi la prima ondata di uccisioni nelle foibe istriane (avvenutecontemporaneamente alle fucilazioni di italiani consumatesi a Spalato e in altre localitàdella Dalmazia) ad un episodio di “jacquerie” è una tesi ormai superata: l’opera postuma diElio Apih “Le Foibe giuliane” (Leg, Gorizia 2010, a cura di Roberto Spazzali) hacorroborato la chiave di lettura fornita a suo tempo dal prof. Arnaldo Mauri e cioè che si ètrattato dell’applicazione di una metodologia repressiva sovietica già sperimentata a Katyna danno degli ufficiali polacchi fatti prigionieri nella campagna di settembre 1939 esuccessivamente in altri ambiti dell’Europa orientale, consistente nell’eliminazione dellefigure di riferimento di una comunità nazionale e nell’azzeramento della sua classedirigente, in maniera tale da lasciare i popoli in balia dei nuovi regimi comunisti, soventeprivi di un vasto consenso. Inoltre nella Venezia Giulia gli opposti nazionalismi italiano eslavo erano stati fomentati dalle autorità asburgiche nella fase finale dell’impero Austro-Ungarico secondo una subdola logica del divide et impera. Le mire espansionisticheslovene e croate nei confronti di quelle località della costa adriatica orientale in cui lamaggioranza della popolazione era italiana affondavano perciò le radici nella secondametà dell’Ottocento e trovarono realizzazione non con il progetto di riforma trialista dellacompagine austro-ungarica a beneficio della componente slava, bensì dietro la bandierarossa che l’esercito di Tito ostentava. Gli italiani che furono partecipi delle violenze adanno dei propri connazionali confermano il carattere di guerra civile che la Resistenzaassunse ed in tale contesto avevano anteposto l’adesione ideologica al comunismoall’appartenenza nazionale (esempio più eclatante il massacro a Porzûs da parte digappisti delle Brigate Garibaldi – Natisone dei partigiani “bianchi” contrariall’espansionismo jugoslavo in territori abitati a maggioranza da italiani), laddove i loro“compagni” jugoslavi strumentalizzarono il comunismo con finalità nazionaliste.Il nazionalcomunismo titoista incarnò, infatti, un progettò imperialista degli slavi del sudlatente da tempo e che rivendicava territori in cui vi erano presenze slave (Carinziaaustriaca e Friuli Venezia Giulia italiano) nonché la trasformazione degli Stati confinantibalcanici (Albania, Bulgaria e Grecia) in satelliti di Belgrado, andando così a ledere lasupremazia sovietica nell’Europa orientale sancita dagli accordi di Yalta fra le grandipotenze vincitrici della Seconda guerra mondiale. In questo progetto espansionistaaffondano le radici della rottura Tito-Stalin del 1948, ma le mire egemoniche titine cosìcome gran parte delle epurazioni compiute a guerra finita rimasero sconosciute grazie allaspregiudicata politica estera del dittatore croato che di fatto, pur militando nelle logichedella Guerra Fredda fra i cosiddetti “Paesi Non allineati”, si rivelò un prezioso interlocutoreper il blocco occidentale, che quindi silenziò qualunque ricerca e denuncia inerente le suevessazioni.Che poi a guerra finita anche nel resto d’Italia vi siano stati episodi di giustizia sommaria erese dei conti, non sminuisce certo l’impatto della tragedia rappresentata da foibe,deportazioni e campi di concentramento jugoslavi, anzi, dimostra la necessità diapprofondimento, analisi e raccolta di testimonianze rilasciate da superstiti o lorocongiunti. Il giustificazionismo che interpreta le foibe come risposta a violenze italiane(gran parte delle quali, per quanto odiose, attuate in tempo di conflitto ed applicando leleggi di guerra all’epoca vigenti ed alle quali si attenevano tutte le potenze belligerantinelle forme di rappresaglie, campi di internamento e uso di ostaggi) non ha ragiond’essere in una comunità internazionale che si vorrebbe regolamentata dal diritto e dalsenso di giustizia come quella che i vincitori della Seconda guerra mondiale intendevanoistituire sulle macerie delle dittature sconfitte. Il carattere eccezionale delle stragi di italianie di oppositori slavi del progetto totalitario di Tito risiede proprio nella coltre di silenzio chele ha avvolte per decenni, tanto da rendere necessaria l’istituzione di una Giornata delRicordo dedicata a queste vittime.I partigiani che “entrarono a Trieste nel maggio 1945” rappresentarono altresì un’invasionee annichilirono i partigiani del Comitato di Liberazione Nazionale di Trieste, i quali nelcapoluogo giuliano non dovettero entrare, in quanto già c’erano, avendo realizzatol’insurrezione cittadina il 30 aprile 1945 per effetto della quale la guarnigione tedesca erastata già costretta ad asserragliarsi in alcuni presidi e la città era stata liberata. Neisuccessivi Quaranta giorni la violenza nei confronti degli italiani aumentò indubbiamente ea questo si riferiva l’articolo del 10 febbraio scorso, senza nulla togliere a quanto soffertoda partigiani, ebrei ed antifascisti ad opera dei tedeschi e dei loro collaborazionisti. Leefferatezze consumatesi nel campo di internamento della Risiera di San Sabba rientranonelle commemorazioni del Giorno della Memoria dedicate allo sterminio perpetratonell’arcipelago concentrazionista nazista, i crimini del fascismo hanno la loro sanzionenella Festa della Liberazione, il Giorno del Ricordo è il momento in cui l’italianità giulianodalmatachiede di ricordare le proprie vittime ed un momento di raccoglimento percommemorare le violenze che ha subito: negare, giustificare e ridimensionare quantopatito costituisce una nuova forma di violenza.Nella pluralità di voci e di firme che dovrebbero dar vita allo speciale di Internazionale che ifirmatari della lettera aperta auspicano, chiediamo che vi sia spazio anche per latestimonianza degli esuli che in prima persona vissero la tragedia dell’esodo, in manieratale da confutare le ciniche e disumane interpretazioni che sono state qui date alla sceltadi esodare. In questa maniera si potrebbe capire quanto doloroso sia stato quel distacco,quanto nessuno si immaginasse di abbandonare la miseria per andare nel paese diBengodi, quanto la sotterranea finalità di nuocere all’economia jugoslava (dietrologiapura!) fosse assente nelle famiglie intere che abbandonavano una terra in cui eranoradicati da generazioni. Il Presidente del Consiglio De Gasperi ed il CLN dell’Istriacercarono in tutti i modi di frenare questa emorragia, l’uno perché confidava in successiviaggiustamenti confinari e per non trovarsi a gestire l’emergenza umanitaria di decine dimigliaia di profughi nella disastrata Italia dell’immediato dopoguerra (i 109 Centri RaccoltaProfughi furono la improvvisata e dolorosa risposta a questa crisi), l’altro perché auspicavaun plebiscito che consentisse alla popolazione di esprimere liberamente la propriaappartenenza statuale coerentemente al principio di autodeterminazione dei popoli. Èaddirittura oltraggioso sostenere che 350.000 persone di ogni estrazione politica e socialeabbiano abbandonato le proprie case lusingati da fantomatiche rosee prospettiveeconomiche, laddove con i loro beni abbandonati e poi nazionalizzati dal regime diBelgrado lo Stato italiano saldò, contravvenendo alle disposizioni del trattato di pace, partedelle riparazioni dovute alla Jugoslavia ed ancora non ha corrisposto un equo indennizzoagli esuli ed ai loro discendenti. La verità è che in Istria e a Fiume il governo militarejugoslavo, in attesa delle decisioni della conferenza di pace, aveva diffuso un climaintimidatorio, perseguitava le manifestazioni di italianità, continuava a far sparire nel nulla ipunti di riferimento della comunità italiana e procedeva ad un’annessione strisciante diqueste terre, travalicando le caratteristiche di provvisorietà che un Governo Militaredovrebbe avere (garantire l’ordine pubblico e la sicurezza in attesa di una sistemazionedefinitiva). I gerarchi di Tito e l’OZNA, la sua polizia segreta, avevano invece operato dalmaggio 1945 all’inverno 1946-’47 per diffondere un clima di terrore nella popolazioneitaliana (episodi più eclatanti furono il martirio in odium fidei del beatificato Don Bonifacio el’attentato dinamitardo di Vergarolla, compiuto in zona di pertinenza angloamericana, conun centinaio di morti e decine di feriti) con il dichiarato intento di farla allontanare: « […]Ricordo che nel 1946 io [Milovan Đilas, ndr] ed Eduard Kardelj andammo in Istria aorganizzare la propaganda anti-italiana. Gli italiani erano la maggioranza solo nei centriabitati e non nei villaggi. Ma bisognava indurre gli italiani ad andare via con pressionid’ogni tipo. Così fu fatto» (intervista al periodico Panorama del luglio 1991).Coerentemente allo spirito della legge istitutiva del Giorno del Ricordo, le associazionidegli Esuli istriani, fiumani e dalmati si impegnano oggi affinché questi drammi venganoportati alla conoscenza di tutti senza discriminazioni e distinguo e per il riconoscimento diquesta tragedia al pari delle altre grandi catastrofi del Secolo breve. D’altro canto hannoavviato da sette anni un proficuo tavolo di lavoro con il Ministero dell’Istruzione, Universitàe Ricerca che ha portato alla realizzazione di concorsi scolastici e di seminari diaggiornamento per i docenti tenuti da insegnanti universitari e storici qualificati. Inconcomitanza con il Giorno del ricordo 2016 la rivista Storia In Rete ha dedicato unnumero monografico alla storia del confine orientale italiano, coinvolgendo storici che datempo collaborano con le associazioni dell’esodo giuliano-dalmata e la trasmissionetelevisiva Terra ha realizzato uno speciale, sicché altrettanto interessante potrebbe essereun approfondimento di Internazionale, ma, come sopravvissuti e testimoni della Shoahvengono interpellati in occasione del Giorno della Memoria ed i tentativi revisionisti onegazionisti vengono silenziati, così anche la comunità degli esuli chiede rispetto per ipropri lutti, empatia per le proprie sofferenze e assenza di livore e di velleitàgiustificazioniste nelle ricerche storiche che li riguardano da vicino.

Lorenzo Salimbeni (ricercatore storico)

Giuseppe de Vergottini (Alma Mater Studiorum – Università di Bologna e CoordinamentoAdriatico)

Davide Rossi (Università degli Studi di Trieste)

Antonio Ballarin (Federazione delle Associazioni degli Esuli istriani, fiumani e dalmati)

Lucia Bellaspiga (giornalista inviata speciale de “Avvenire”)

Jan Bernas (giornalista e scrittore)

Manuele Braico (Associazione delle Comunità Istriane)

Guido Brazzoduro (Libero Comune di Fiume in Esilio)

Guido Cace (Associazione Nazionale Dalmata)

Marco Cimmino (insegnante)

Renzo Codarin (Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia)

Renzo de’ Vidovich (Fondazione Rustia Traine)

Viviana Facchinetti (giornalista e scrittrice)

Diego Lazzarich (Università degli Studi della Campania)

Fabio Lo Bono (giornalista e scrittore)

Emanuele Mastrangelo (editor e cartografo)

Marco Panti (dirigente scolastico)

Giuseppe Parlato (Università degli Studi Internazionali di Roma)

Michele Pigliucci (Comitato 10 Febbraio)

Alessandro Quadretti (regista)

Pier Franco Quaglieni (Centro “Pannunzio”)

Paolo Radivo (direttore de “L’Arena di Pola”)

Paolo Sardos Albertini (Lega Nazionale e Comitato Onoranze ai Martiri delle Foibe)

Giorgio Federico Siboni (Università degli Studi di Milano)

Tito Lucilio Sidari (Libero Comune di Pola in Esilio)

 

23 dicembre 2016