LA VENEZIA GIULIA E I TRATTATI DI PACE
La questione del confine orientale e le due guerre mondiali
LA PRIMA GUERRA MONDIALE
Al momento dello scoppio della prima guerra mondiale la Venezia Giulia, l’Istria
e la Dalmazia appartenevano all’Austria-Ungheria pur essendo abitate da
popolazioni di cultura italiana e slava. Un censimento compiuto nel 1910 e basato
sulla lingua d’uso, infatti, rilevò a Trieste la presenza di 171.522
cittadini di lingua italiana e 38.505 di lingua d’uso slava; mentre in
tutta la Venezia Giulia gli Italiani, compresi i regnicoli erano 424.893 e i
Croati-Sloveni 446.691.
Queste
terre erano quindi contese sia dall’Italia che considerava Trieste terra
irredenta, sia da Croati e Sloveni che già dalla seconda metà dell’800,
con l’affermarsi dell’Illirismo slavo,
ambivano a portare il confine di uno Stato pan-slavo fino all’Isonzo.
Con
la dichiarazione di neutralità del 2 agosto 1914, l’Italia cercò di
realizzare il suo obiettivo tradizionale richiedendo l’applicazione dell’art.
7 della Triplice Alleanza che prevedeva, in caso di modifiche territoriali nei
Balcani a favore dell’impero Asburgico, compensi reciproci per l’Italia.
Tale dichiarazione espose tuttavia l’Italia alle pressioni delle potenze
dell’Intesa che tentarono di blandire Roma per ottenerne il distacco dalle
potenze centrali e l’intervento al loro fianco.
Nel contempo, anche in
Italia il dibattito tra interventisti e neutralisti divenne sempre più vivace:
i cattolici e parte dei socialisti, promotori del motto “né aderire,
né sabotare”, ritenevano la guerra uno scontro tra imperialismi
al quale l’Italia non doveva partecipare; il partito liberale di Giolitti,
invece, era fautore della cosiddetta “neutralità attiva”,
poiché considerava la neutralità italiana un sicuro vantaggio per
l’Austria per il mantenimento della quale gli Imperi centrali sarebbero
stati disposti ad assegnare i compensi promessi; infine, la corrente interventista,
che comprendeva la corrente nazionalista e imperialista del partito liberale,
i socialisti riformisti di Bissolati e Mussolini, nonché Pietro Nenni,
auspicava l’entrata in guerra dell’Italia per completare l’unità nazionale.
Il Governo italiano si trovò quindi a dover mediare tra gli obblighi internazionalmente
assunti, le avance di Francia e Gran Bretagna e l’opinione pubblica
sempre più a favore dell’intervento.
La rigida posizione austriaca
impedì la realizzazione di negoziati a favore delle richieste italiane
e indusse il Ministro degli Esteri italiano Sidney Sonnino a
intavolare negoziati segreti con Francia e Gran Bretagna che si conclusero il
26 aprile 1915 con la firma del Patto segreto di Londra. Quest’ultimo prevedeva
la cessione all’Italia del Trentino, del Tirolo Meridionale fino al Brennero,
di Trieste e dintorni, la Contea di Gradisca, l’Istria fino al Carnaro,
la parte centrale della Dalmazia da Zara a Punta Planca e le isole maggiori,
mentre Fiume, considerata il naturale sbocco al mare dell’impero austro-ungarico
di cui nessuno in quel momento prevedeva la dissoluzione, non era contemplata.
In sostanza, il criterio seguito per determinare la frontiera richiesta fu quello
del “confine naturale” inteso non come linea puramente etnica bensì quella
etnico-geografica definita regione italiana. Si trattava della displuviale alpina
dalle Alpi Marittime alle Alpi Giulie, poiché era opinione diffusa che
solo appoggiando il confine sulla barriera alpina l’Italia avrebbe ottenuto
una frontiera sicura, ovvero difendibile, che avrebbe permesso di “chiudere
le porte di casa”.
Il 24 maggio 1915 dopo aver denunciato la Triplice Alleanza l’Italia
entrò in guerra a fianco delle potenze dell’Intesa.
La Venezia Giulia fu così teatro delle maggiori e più sanguinose
battaglie poiché divenne zona di operazione militare ed immediata
retrovia del fronte.
La popolazione triestina soffrì gravi difficoltà di approvvigionamento,
Gorizia venne completamente distrutta e furono compiute numerose rappresaglie
sulle famiglie di coloro che, essendo di cultura italiana, per non
combattere contro gli Italiani disertarono e si arruolarono nelle file
dell’esercito italiano. Analogamente furono perseguitati, internati
o confinati gli Italiani accusati di irredentismo.
D’altro canto, anche gli Slavi, grazie soprattutto all’azione
svolta dal croato Trumbic, iniziarono a sensibilizzare le potenze dell’Intesa
in favore della costituzione di uno Stato unitario per gli Slavi del
Sud i cui confini avrebbero dovuto portarsi fino al Tagliamento includendo
anche Udine. Inoltre, la costituzione di “Comitati jugoslavi”,
centri di carattere politico-militare, che nacquero a Londra, Parigi,
Roma e negli Stati Uniti sotto la guida dello stesso Trumbic svolsero
un’importante azione di pressione e di propaganda ed offrirono
alle potenze occidentali la loro collaborazione contro
gli Imperi centrali chiedendo in cambio il riconoscimento alla fine
della guerra di uno Stato jugoslavo.
Nel luglio 1917, anno di maggiore debolezza delle potenze dell’Intesa
e di maggiore successo degli imperi centrali venne firmato un patto
fra i comitati jugoslavi e il Governo serbo in esilio rifugiatosi sull’isola.
Sulla base di tale dichiarazione, poi nota come “Patto di Corfù”,
le due parti raggiungevano un compromesso: i Croati si impegnavano
a riconoscere la dinastia dei Karadjordjević come regnante sul
futuro regno dei Serbi, Croati e Sloveni, mentre i Serbi si impegnavano
a riconoscere a Croati e Sloveni un’ampia autonomia. Inoltre,
l’entrata in guerra degli Stati Uniti avvantaggiò la causa
jugoslava poiché il presidente Wilson,
rifiutando la politica dei patti segreti e non sentendosi
vincolato dal patto di Londra che Washington non aveva firmato, riteneva
che le frontiere italiane dovessero correre lungo linee di nazionalità chiaramente
riconoscibili.
La fine della guerra in seguito alla battaglia di Vittorio
Veneto permise all’Italia, prima fra le potenze dell’Intesa,
di firmare l’armistizio con l’Austria-Ungheria il 3 novembre
1918 e di occupare nonostante le proteste slave (ma più incomprensibilmente,
anche alleate), le zone stabilite nel Patto di Londra.
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