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LA VENEZIA GIULIA E I TRATTATI DI PACE
La questione del confine orientale e le due guerre mondiali


CONCLUSIONI

La perdita dell’Istria non fu causata da una cattiva volontà italiana, ma da una serie di circostanze internazionali ed interne che ne resero impossibile al momento della conferenza della pace l’assegnazione all’Italia. La questione giuliana venne, infatti, ad inserirsi in un contesto internazionale assai più vasto e complesso di quello che erano i rapporti bilaterali tra l’Italia e la Jugoslavia. Con la fine della guerra tra occidentali e sovietici era iniziata quella che la storiografia definisce guerra fredda e la questione giuliana divenne una sorta di merce di scambio nel braccio di ferro tra i due blocchi.
Non si possono infine tacere le responsabilità del PCI che, sin dall’inizio della guerra civile, uscendo dal CLN per costituire insieme agli Slavi il “Fronte di Liberazione italo-sloveno” indebolì le posizioni degli altri partiti membri delle coalizioni antifasciste. La presenza in seno al Governo del PCI, durante le conferenze che portarono alla pace, che praticava una politica remissiva nei confronti del partito comunista dell’Unione Sovietica e di quello croato non rese possibile l’adozione di una posizione più ferma nei confronti delle pretese jugoslave e di quelle sovietiche. In queste condizioni, diveniva anche difficile per il Governo italiano assumere una posizione ferma in sede internazionale soprattutto quando, al suo interno, Togliatti definiva menzogne le accuse di pulizia etnica mosse nei confronti dei titini. Viva preoccupazione suscitò tra la popolazione istriana il fatto che a condurre le trattative a Parigi vi fosse anche l’on. Reale membro del PCI e stretto collaboratore di Togliatti, che nel 1945 aveva esortato la popolazione triestina ad accogliere i partigiano slavi come liberatori.
Un’altra questione è forse quella riguardante la possibilità o meno di firmare il trattato o di ratificarlo. Eminenti personalità come Sturzo, Croce, Vittorio Emanuele Orlando erano contrari alla firma. Non firmare però avrebbe implicato tali e tanti ulteriori sacrifici in particolare economici, che l’Italia del dopo guerra non era in grado di sopportare. Gli alleati erano per di più convinti di aver fatto tutto quello che era in loro potere per alleviare la pace punitiva voluta da Molotov. Ed infatti, Byrnes si lamentò con Tarchiani che vi fossero in Italia delle agitazioni contro gli americani nonostante “i nostri sforzi in favore dell’Italia! Ho lottato 10 mesi per impedire delle soluzioni ai vostri danni per avere questa ricompensa!”.
Infine, non si possono negare le colpe del Governo italiano che, pur lavorando impegnativamente per salvare la Venezia Giulia, non seppe sfruttare al meglio quelle poche carte che l’Italia poteva giocare. Il rifiuto da un canto, di qualunque posizione che potesse essere giudicata all’interno, come all’estero, “nazionalista” sperando così di attirare l’attenzione e simpatia degli Alleati e, dall’altro, il tentativo di evitare un clima patriottico che avrebbe, probabilmente, potuto favorire la vittoria della monarchia il 2 giugno può essere considerato disastroso. L’Italia si presentò alla Conferenza della pace sconfitta prima ancora psicologicamente che politicamente. Non si sfruttò appieno la carta del plebiscito e l’esodo dei 350 Istriani, Giuliani e Dalmati rappresenta in un certo qual senso proprio questo plebiscito mancato. Ai profughi, per ragioni squisitamente politiche, fu anche negata la possibilità di realizzare una nuova Pola sul Gargano o a Fertilia (in Sardegna). Tuttavia, attraverso le loro associazioni, i loro centri studio, i loro giornali, le riunioni annuali sul piano nazionale e grazie alla costituzione dei Liberi comuni in esilio i Giuliano-Dalmati hanno mantenuto la loro identità culturale favorendo il ripresa dei contatti con quegli Italiani, ormai una minoranza, che ancora oggi abitano in Istria e che fortissimo sentono il legame con l’Italia.

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