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| | 07/01/2010 - Intervista a Antonella Pocecco Sulle tracce della memoria, personale e collettiva Talvolta le pagine scritte non riguardano solo le persone, ma abbracciano luoghi, ambienti e cose, piccole cose. Per questo anche le piccole cose, gli oggetti d’uso o di contorno, entrano a pieno titolo nei romanzi, nei saggi parlando della vita scomparsa, di quella attuale e di quella che resta, attraverso quel misterioso potere e quel fascino consapevole che si accompagna alla narrazione e alla ricerca della verità. Di queste suggestioni si è occupata molte volte Antonella Pocecco, triestina di nascita, ricercatrice in Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università degli Studi di Udine, docente di Sociologia delle comunicazioni di massa e comunicazione e Mediazione culturale. Oltre ad essere impegnata in diversi campi di ricerca, (la memoria collettiva, la costruzione dell’identità europea e le sue problematiche, la postmodernità, il multiculturalismo) Pocecco ha anche pubblicato numerosi saggi sulla memoria collettiva dell’esodo, tra i quali ricordiamo “Tracce del futuro”, “Esuli due volte. I percorsi della memoria dell’esodo”, (concernente gli esuli emigrati all’estero), “Una narrazione plurale: La memoria collettiva dell’esodo ed il suo futuro”, (sugli esuli rimasti in Italia). Tra le sue ultime pubblicazioni troviamo anche un testo dedicato ad “Obama, o sulla ricerca di una nuova etica politica”, mentre sta per uscire un suo volume monografico sull’interculturalità per la rivista “Contatti”. Dott.ssa Pocecco, i suoi genitori hanno lasciato l’Istria con l’Esodo.. a casa nè parlavano, come ricordano quei momenti? Ovviamente a casa nè parlavano e nè parliamo tutt'oggi; é un ricordo molto vivo, fa parte del presente, dove vengono quotidianamente rievocati modi di vita, ricette ecc. è una cosa, come dire, molto “spicciola”. Però quel che mi preme sottolineare non é una sorta di ricordo polveroso tratto dalla soffitta delle esperienze biografiche, é invece qualcosa di estremamente vivo. E' chiaro che il ricordo dell'esodo ha un impatto emozionale che é tutt'ora molto presente nei miei genitori,come vale d'altro canto per tutti gli esuli; l'ho sempre riscontrato nei loro discorsi, anche se ciascuno declina in maniera assolutamente personale e particolare questo dolore. Quando i suoi genitori sono arrivati a Trieste come hanno proseguito la loro vita? I miei genitori rappresentano un esempio atipico nell’atipicità della situazione, in quanto avevano già da tempo a Trieste una parte della famiglia e quindi per loro l'impatto non é stato così difficile. Per quanto riguarda invece degli esuli che nell'ambito della ricerca ho più volte intervistato, ho riscontrato che le loro percezioni di certi fatti sono a tutt'oggi piuttosto difformi, nel senso che da un lato ci sono coloro che anche pur non avendo dei legami famigliari hanno avuto un impatto molto forte in termini di solidarietà, riconoscimento della loro sofferenza, comunanza ed empatia; altri invece mi hanno detto di essersi sentiti rifiutati dai triestini. Vorrei premettere, non per giustificarmi, che erano comunque anni difficili per tutti, per cui presumo che certe dinamiche collettive, come il vedersi arrivare, ad esempio, una massa di profughi, abbiano generato delle paure circa la perdita del posto di lavoro, di certe garanzie esistenziali; quindi non darei un giudizio retrospettivo molto duro. Però é vero, soppratutto all'estero, ho incontrato esuli che hanno mantenuto non un senso di inferiorità ma una sorta di rammarico per un certo tipo di accoglienza che hanno ricevuto. Tuttavia se pensiamo all'arrivo degli esuli nel resto dell'Italia troviamo episodi estenuamente incresciosi, perché in quegli anni, sottolineo ulteriormente, di confusione e di spaesamento esistenziale del dopoguerra, in alcuni casi gli esuli sono stati assimilati immediatamente alla categoria di fascisti, con tutto ciò che ne deriva. Qual'é il luogo d’origine dei suoi genitori? Mia mamma é di Visignano d'Istria; mio padre invece viene da San Lorenzo di Daila. Ad un certo punto della sua vita Lei ha voluto scoprire o meglio riscoprire, il mondo dell’Istria, come ha deciso di farlo? Il percorso non è stato semplicissimo; ovviamente da un lato l'esodo l'ho conosciuto sin da piccolissima grazie ai racconti famigliari, anzi, grazie alle vere e proprie narrazioni di mia nonna e delle mie prozie. Quindi la questione dell'esodo è stata un qualcosa di sempre presente nella mia vita; nella mia biografia intellettuale mi occupo da diversi anni di tematiche e dinamiche della memoria collettiva. Per molto tempo ho mantenuto un certo riserbo, una certa distanza riguardo alla questione dell'esodo, proprio perché temevo che la mia analisi fosse inficiata da un atteggiamento molto personale e quindi da una componente emotiva. Ad un certo punto è arrivato il momento in cui mi sentii sufficientemente forte, munita di strumenti intellettuali ed analitici con i quali ho voluto approcciare questo tema. Questo momento è coinciso più o meno con l'apertura di una valigia che la mia prozia aveva portato dall'Istria e per questo era stata criticata da tutti i famigliari. Nello specifico, non aveva portato nulla salvo questa valigia piena di documenti e carte della storia della famiglia. Aprendola ho scoperto effettivamente le mie radici, le mie origini e quelle di un mondo scomparso, o meglio, sommerso; questo è stato ancora un motivo in più per affrontare la questione dell'esodo. Dunque è riuscita a delineare il suo mondo famigliare istriano... Assolutamente si, è un mondo molto ricco, da cui purtroppo non ho ereditato affatto alcune peculiarità come il saper far musica o suonare. E’ un mondo che è ben presente in me, avendo avuto la fortuna di conoscere quella generazione, la più vecchia, con le mie prozie e mia nonna che hanno vissuto la propria esistenza in Istria e che quindi avevano ancora ben presente tutte queste trame di tradizioni, oppure semplicemente quelle formule linguistiche dialettali che io purtroppo ho perso. La generazione che mi ha preceduto è abbastanza vicina a tutto questo. La parlata che ritrovo talvolta in alcune persone ha un suono evocativo veramente fortissimo. Negli atti dei seminari sull’esodo promossi dalle Comunità Istriane di Trieste lei ha dato un contributo. Il suo scritto allora presentato porta il titolo “Tracce del futuro” ed è sottotitolato: Esuli due volte. Ora io le ripropongo la domanda con la quale inizia il suo intervento: Si può essere esuli due volte? Ovviamente il mio titolo è una provocazione concettuale, tuttavia la mia risposta è si, si può essere esuli due volte perché gli esuli che sono emigrati in Argentina, Canada, Stati Uniti e via hanno subito un taglio delle radici che è doppiamente doloroso, doppiamente crudele perché non solo hanno lasciato la terra d'origine, la casa e parte della famiglia ma sono stati proiettati in una dimensione culturale di una società completamente differente. Pensiamo semplicemente al fatto della lingua, molti di loro non conoscevano una parola di inglese o di spagnolo. Secondo Lei un esule ha una identità multipla? Assolutamente si, ed è un identità che va sfruttata in termini di ricchezza delle appartenenze, di riferimenti culturali: è un'identità di cui essere assolutamente fieri. Non va mai utilizzata, a mio avviso, come senso di unicità chiusa in se stessa. Lei ha avuto modo di incontrare gli esuli, emigrati, in Argentina o in Canada. Pensando a loro fa ricorso ad un’immagine di un mosaico. Come mai? Questa è una dinamica tipica proprio della memoria collettiva, perché la memoria collettiva è fatta di tante storie individuali. Per questo a me piace questa metafora, questa immagine del mosaico dove ogni tessera è indispensabile perché se nè manca una si nota il buco; quindi ogni esperienza biografica è un qualcosa che aggiunge, che definisce, che da ancora più significato. La memoria collettiva non è una semplice somma di tante storie individuali, è un qualcosa di più che si costruisce proprio attraverso ciascuno. L’esodo è stato per lungo tempo un evento silente: secondo Lei perché? Lo è stato per motivazioni d'ordine ideologico e politico ma è stato anche un evento silente perché molte volte nella prima generazione non si voleva parlare, si viveva questa sorta di esodo paradossalmente come una sorta di vergogna, un qualcosa, non dico da nascondere, però relegare ai margini. Dott.ssa Pocecco, quando si parla degli esuli emigrati, lei scrive che “questo evento significativo” dà forza alla memoria collettiva ed è espressione viva del proprio essere, ci chiarisce questo concetto? Per me l'identità dell'esule è un'identità diasporica, che si forma proprio a partire da questo evento “frattura”, da questo abbandonare la propria terra di origine; però voglio puntualizzare, io lo vedo in una forma dinamica, positiva, cioè non è il continuo ripiegarsi nel proprio dolore ma è il leggere la propria esperienza esistenziale a partire da quel momento e quindi anche le conquiste, i progressi, le evoluzioni che sono state fatte successivamente a quel momento; però è chiaro che negli esuli c'è sempre un prima e c'è sempre un dopo, è proprio una cesura netta nell'esperienza di ciascuno. Se essere esuli di prima generazione è essere “esuli due volte”, essere figli di esuli in Argentina o Canada è al contempo più facile o difficile? Più facile perché essere figli di esuli all'estero significa essere sufficientemente lontani da tutta una serie di aspri conflitti ideologici, politici, declinazioni di interesse peculiare che, bene o male, hanno contornato e contornano la vicenda storica dell'esodo. In questo senso le nuove generazioni hanno occhi più disincantati in modo positivo, non si lasciano influenzare da dinamiche politiche, però è chiaro che è anche molto più difficile perché parliamo anche di generazioni che sono nate all'estero, vissute e cresciute in determinati sistemi sociali e culturali di riferimento. Il dato positivo che io desidero aggiungere è che essi vivono senza alcuna vergogna e senza alcun problema questa identità multipla, questo gioco di appartenenze che proprio viene visto come una ricchezza e non come una penalizzazione. Secondo lei che cosa debbono fare le nuove generazioni di esuli emigrati per “appropriarsi” dei colori, degli odori, delle atmosfere della terra di origine? Stiamo parlando di generazioni molto nuove, io non posso dare una ricetta, non posso prescrivere nulla di sostanziale però è vero che queste nuove generazioni hanno la curiosità dei colori, degli odori della propria terra e dovrebbero, chiaramente sempre nel caso in cui possano disporre di tale possibilità, venire a vederli, venir ad assaporarli perché non bastano semplicemente le narrazioni famigliari o lo studio e la curiosità intellettuale. Bisogna andare a vedere certi panorami, certi colori d'estate, certi profumi, certe realtà... L'Istria, parlo unicamente da un punto di vista paesaggistico, è di una ricchezza straordinaria. Dott.ssa Pocecco, per concludere una frase che lei ha apprezzato: Ierimo, semo, saremo. Questa è una frase che appartiene alla Lega degli Istriani di Chattam in Canada. Mi ha colpito particolarmente perché secondo me condensa tutto, da qui infatti parte la mia analisi: ierimo costituisce il passato, questa eredità, questa ricchezza da non disperdere; semo significa la realtà, l'oggi quindi questa multi appartenenza, questa contestualizzazione in società differenti da quella italiana ma saremo son proprio le nuove generazioni e quindi vuol dire una continuità, una trasmissione della memoria che non diventa mai polverosa ma che diventa esperienza esistenziale viva e dinamica. Una nota della nostra ospite per concludere - La distratta e talvolta irresponsabile Italia ha però negli ultimi decenni assegnato sia ai rimasti, sia agli esuli fondi che hanno consentito un’attività culturale importante, ma soprattutto hanno avviato attività in comune tra esuli e rimasti. Sono i primi atti di quella ricomposizione del tessuto sociale degli istriani, fiumani e dalmati lacerato dal fascismo, dalla guerra e dal dopoguerra. La strada è questa per evitare che sia l’una che l’altra parte di questo piccolo grande popolo scompaia con la sua millenaria civiltà.
Nadia Giugno Signorelli
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