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L'iter gerosolimitano da Venezia attraverso la Dalmazia tra affari, devozione e scoperte
di Sante Graciotti

L’emerito de La Sapienza di Roma, l’insigne slavista, prof. Sante Graciotti nel suo intervento L'iter gerosolimitano da Venezia attraverso la Dalmazia tra affari, devozione e scoperte ha illustrato Venezia del Quattro e Cinquecento come la più grande imprenditrice di viaggi di pellegrinaggio in Terra Santa.
Nella città lagunare per più di duecento anni affluirono pellegrini da tutte le parti d’Europa: Germania, Boemia, Polonia, Russia. Spinta dalle necessità del “mercato dei viaggi religiosi” Venezia cominciò a funzionare come “agenzia di viaggi”: ai pellegrini in attesa della partenza, venivano offerte ospitalità e cortesie varie, fra le quali le visite all'Arsenale e alle chiese. Agli occhi dell’ospite devoto si apriva quindi una città, porta d'Oriente, ricca di devozioni e di reliquie provenienti dalla terra di Gesù. Questa era la ragione per cui i pellegrini spesso indicavano Venezia come anticamera di Gerusalemme o addirittura, come nuova Gerusalemme. Così, per esempio, nel 1462 William Vayne paragona la chiesa di San Marco alla chiesa dei cristiani a Gerusalemme.
Affittando una galea, cocca o una vecchia nave mercantile (la più scomoda delle tre), fornita di ogni servizio, difesa da scorta armata ed accreditati presso i Turchi con opportuni lasciapassare, i pellegrini passavano via mare attraverso l'Adriatico e lo Jonio entrando poi nel Mediterraneo. Il viaggio prevedeva soste per Galea 1400, strumento principale dei viaggi, sostituita tra la metà del Quattrocento e Cinquecento dalla cocca (contraddistinta da vela latina accompagnata da quella quadrata)rifornimenti e assistenza tecnica presso vari porti della Dalmazia, da Parenzo a Zara a Lesina e Curzola a Ragusa.
I pellegrini memorialisti ci hanno lasciato descrizioni di viaggio preziose sui luoghi toccati, descrivendo le fortificazioni, le istituzioni politiche e amministrative, soprattutto le chiese e le devozioni, i costumi e la lingua della gente, le vicende del passato (che spesso sono favolose) e quelle recenti. Le relazioni dei pellegrini sulla Dalmazia, come genere letterario collocate tra letteratura di viaggio e quella edificante, costituiscono un patrimonio documentario, in parte poco utilizzato, in parte ancora sconosciuto, di cui il prof. Graciotti ha dato un quadro complessivo, ricco di informazioni curiose ed importanti.
Ha ricordato così il pellegrinaggio di Niccolò III d’Este, e quello del francescano Nicolò da Poggibonsi che nel Libro d’Oltramare descrivendo il suo viaggio e le tappe lungo la costa dalmata, ricorda Parenzo, Zara, Lesina, Curzola, Ragusa, Cattaro, Antivari e Corfù, la base veneziana più al sud. A Parenzo avveniva lo scambio dei piloti di bordo: vi sbarcava il pilota che guidava la nave per “la palude di Venezia” e saliva “l’addetto” per l’Adriatico e lo Ionio. A Zara il frate ricorda una colonna romana con un grifo e riferisce di aver assistito a uno “strano” rito nuziale che descrive minuziosamente: la sposa riccamente ornata, portava sulla testa una corona con pietre preziose, il sacerdote era in veste “strana” e dopo l’insolito rito tutti i partecipanti baciavano la croce e una tavoletta con raffigurazione della Madonna. (Probabilmente aveva assistito al rito greco ortodosso).
Poggibonsi descrive accuratamente i porti sicuri di Lesina e Curzola, con acque profonde, dove un pellegrino può senza problemi rinnovare le sue preziose provviste di acqua e viveri: Curzola è “citadela dela Dalmazia pulita come una zoia e lastricata di pietre”. A Ragusa è affascinato dalle fortificazioni e dalle chiese, in particolare dal convento dei Frati Minori che ancor’oggi costituisce un punto di particolar interesse per la sua storia ed affascinante bellezza. Il frate è un po’ impressionato dal mercato degli schiavi a Ragusa e non può non osservare le donne ragusee che “non tante sono belle, ma quelle che lo sono, sono bellissime”.
Anche altri pellegrini raccontano che le donne ragusee mandano avanti le serve, per far loro da schermo. In particolare il giudizio sui ragusei di Philippe de Frenne è molto severo: per lui i ragusei non sono altro che “scimmie della Repubblica di Venezia, anche se pretendono di essere più antichi di essa”. La sua considerazione è da intendere come un’aspra critica della superbia, che sembra, lo avesse particolarmente colpito. Non senza ironia lo stesso pellegrino parla delle donne ragusee, che hanno “fama di donne per bene, ma tutti fanno l’amore con le loro serve”.
Nel corso del Cinquecento, quando la spinta religiosa del pellegrinaggio andava diminuendo, alcuni autori riprendono i vecchi itinerari dei pellegrini e li arricchiscono con nuove considerazioni e mappe geografiche. Le opere principali sono quelle di Tommaso Porcacchi, Giovanni Francesco Camocio e Giuseppe Rosaccio (Viaggio da Venezia a Costantinopoli): dai loro racconti la Dalmazia appare come una “regione di tale ricchezza che non si può immaginare”.
Alla fine del suo discorso, il prof. Graciotti ha fatto un’interessante osservazione sul diverso carattere della descrizione della Dalmazia nei libri di viaggio degli autori italiani e tedeschi. Per quelli italiani, che esaminano la Dalmazia sotto la luce umanistico – rinascimentale, questa terra è vista come un’estensione delle terre veneziane. Diversa la vedono i tedeschi, che considerano la terra dalmata nella cornice delle recenti espansioni geopolitiche, parlandone come di un dominio ungherese.

Sante Graciotti

   
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