SPECIALE

GIORNATA DELLA MEMORIA

10 FEBBRAIO 2004



I RESOCONTI DELLE CELEBRAZIONI


TRIESTE

con la partecipazione del Ministro Gianni Alemanno


Il Ricordo diventa Legge
ma è solo un primo passo


10 febbraio 2004: Giornata della Memoria dell'Esodo a Trieste. Nell'aria, l'attesa. Di che cosa non è facile a dirsi. Forse la risultante di tante singole speranze di diverso tipo. Dalle grandi aspettative: che l'Italia riconosca una pagina di storia per troppo tempo sottaciuta, che a scuola si parli finalmente di esodo e di foibe, che la Giornata della Memoria venga "stabilita" per legge, che si risolva il nodo dei beni abbandonati, che i politici si ricordino degli esuli quando discutono di cose che riguardano l'Adriatico orientale. Ai desideri dei singoli: la possibilità del ritorno, che i figli capiscano e accettino la nostalgia dei padri, un equo indennizzo in tempi utili ad essere "goduto", che la storia ricordi anche le vicende minime, poter parlare di chi non c'è più, e così via. L'elenco è lungo, reso tale da troppi decenni di oblìo che hanno creato tanta rabbia e tanto intensa da acquistare fisicità.
Che cosa si può fare per lenire le ferite?
La Giornata della memoria a Trieste ha suggerito un ampio ventaglio di possibilità. La prima è quella di ricordare attraverso lapidi, monumenti e intitolazione di vie. A novembre una strada è stata dedicata a Norma Cossetto. La mattina del 10 febbraio nell'atrio della Questura è stata scoperta una targa alla memoria di un "giusto", Giovanni Palatucci, Questore di Fiume che ha salvato dalla deportazione migliaia di ebrei. Sul Silos, nella stessa mattinata, è stata apposta una lapide che ricorda uno dei luoghi trasformati in campo profughi dove tante famiglie trovarono un primo rifugi, provvisorio per alcuni, duraturo per altri.
"Nello spirito di pacificazione - ha affermato nel suo intervento del 10 febbraio a Trieste Guido Brazzoduro, Presidente della Federazione degli Esuli - che vogliamo per il nostro Paese, chiediamo si possa realizzare una conoscenza nella verità e nella giustizia, che sinora sono mancate e che sole possono far sì che vera pacificazione si attui…E' importante quindi che si possano superare le barriere che fino a ieri uno spirito di parte aveva oscurato, fare luce sui fatti e recuperare quella verità che sola può essere alla base per realizzare lo spirito europeo per cui tutti si accingono ad entrare nell'Unione Europea". Una premessa alla quale è seguita la lettura di tre importanti messaggi giunti dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, dal Premier Silvio Berlusconi e dal Segretario politico dei DS Piero Fassino. Contrastanti le reazioni del pubblico, a quest'ultimo indirizzo di saluto, perché stenta a credere ad una revisione sincera del rapporto con la storia da parte della sinistra. Una platea convinta - considerata la reazione ed i commenti -, che non bastino le parole che ci voglia qualche cosa di concreto, di tangibile che riscatti tanta indifferenza e l'infinita solitudine di un popolo provato.
Un altro modo per "ricordare" è l'organizzazione di incontri, cerimonie, celebrazioni alle quali far partecipare i massimi esponenti del Governo e degli enti locali. Il 10 febbraio è l'occasione più importante per farlo: il tutta Italia si sono mossi sindaci, presidenti di Province e Regioni, rappresentanti di Governo. Anche la chiesa.
A Trieste, in San Giusto, nella mattinata si è svolta la Santa Messa officiata dal Vescovo Eugenio Ravignani che ha ricordato i sacerdoti che hanno accompagnato nell'esodo il loro popolo: Santin, Radossi, Munzani, Camozzo. E rivolgendosi ad una chiesa gremita al di là di ogni aspettativa, piena di labari e bandiere, ha aggiunto: "Sono storie di una tragedia vissuta. Chi ne parlerà dica, senza rievocare amarezze di mancate accoglienze e rifiuti che pur ci furono, come gli istriani, i fiumani e i dalmati si siano inseriti nel tessuto vivo della nostra Patria…Ed infine, faccia appello ad una responsabile e generosa purificazione di questa memoria che ne liberi la grandezza, nella verità e nella giustizia…".
Nel pomeriggio, alla Stazione Marittima, si sono sentite le voci del sindaco Roberto Dipiazza che ha definito la città "figlia della Memoria" aggiungendo un auspicio "che non sia mai schiava del ricordo". Non per questo dovrebbe mancare l'omaggio al passato con "la degna risistemazione del monumento sulla foiba di Basovizza" ha annunciato Dipiazza, la creazione sullo stesso luogo di un centro di documentazione e, una proposta accolta da applausi, la statua dedicata a Monsignor Santin possibilmente in P.zza Venezia.
Il Monumento all'esodo invece, su progetto dell'architetto Cervi, sorgerà in P.zza Libertà nel corso dell'anno e si procederà anche ad abbellire l'aiuola antistante la Stazione Marittima dove sorge la statua di Nazario Sauro.
La parola è passata poi al Viceseindaco di Duino Aurisina, Massimo Romita, che ha rievocato alcuni momenti d'insediamento dei profughi nei borghi costruiti alle spalle di Trieste, sul Carso e alle foci del Timavo.
Per Alessandro Tesini, Presidente del Consiglio Regionale del FVG, nel momento in cui la Memoria diventa patrimonio condiviso da tutta la Nazione, questa offre una nuova chiave di lettura per capire la storia italiana e riconoscere la sofferenza di chi ha subìto torti che non hanno più a ripetersi.
Ma dobbiamo ricordare anche, ha affermato il Presidente della Provincia Fabio Scoccimarro, che non è stato ancora risolto il nodo dei beni abbandonati. E' una grande debito che l'Italia deve saldare con gli Esuli con un nuovo Trattato internazionale che contempli la restituzione o comunque che risolva la pendenza in modo equo e defintivo.
"Quella di oggi è una data storica" - così nel suo intervento il Presidente della regione FVG, Riccardo Illy. "La pace che diamo per scontata - ha aggiunto - non lo è affatto. Bisogna alimentarla giorno dopo giorno, sciogliendo anche i nodi della storia".
E' stata una giornata intensa, di forti emozioni, suscitate dalle affermazioni degli esponenti politici, dalle riflessioni suscitate dal clima e dall'atmosfera di un appuntamento tanto atteso, dalla lettura di brani e poesie che rievocano i momenti dell'esodo interpretati con forza da Marisandra Calaccione. In serata anche un'anticipazione della grande mostra dei quadri "istriani" ritrovati a Roma, restaurati, che verranno esposti a Trieste in primavera. La Sovrintendenza ha presentato le diapositive del restauro, rivelando in tutta la loro bellezza dipinti di valore inestimabile di Veneziano, Vivarini ed altri.
Partecipata l'esibizione del coro riunito Arupinum e Associazione delle Comunità che ha proposto più volte "Oh Bell'Istria" e il "Va' pensiero" nell'attesa che arrivasse in sala il Ministro Gianni Alemanno.
"Oggi e per sempre" - ha dichiarato il Ministro nel suo intervento breve, ispirato - "l'Italia non deve più dimenticare". Poi ha ricordato i racconti di suo padre e le visite ai luoghi della Grande Guerra quand'era bambino e abitava a Udine, aggiungendo "la forza della Vostra identità italiana è un patrimonio, ed un esempio, per tutta la Nazione. Ed ora, usciamo insieme per la fiaccolata".
Il corteo, reso omaggio alla statua di Nazario Sauro, ha raggiunto P.zza Unità, dove si è esibita la banda dell'ANVGD diretta dal maestro Beacovich.
L'11 febbraio, il giorno dopo, la Camera ha approvato la Legge che fissa al 10 febbraio la Giornata della Memoria dell'Esodo, mettendo fine a sessant'anni di silenzio istituzionale: è un primo passo. (rtg)





ROMA

al Teatro Valle


La Regione Lazio commemora "l'olocausto italiano"

Proiettato il documentario "Una storia negata"
realizzato con la consulenza dell'ANVGD e destinato alle scuole


La seconda delle "Giornate dei valori nazionali" istituite dalla Regione Lazio per celebrare la Repubblica Romana del 1849 (il 9 febbraio) e l'esodo giuliano e dalmata e le foibe (il 10) si è svolta al Teatro Valle, dove, alla presenza di un foltissimo pubblico composto di esuli e di numerose scolaresche di Roma e Latina, è stato proiettato un documentario dal titolo "Una storia negata", coprodotto dalla stessa Regione con la consulenza dell'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (in particolare del Comitato di Roma), cui è seguito un dibattito al quale hanno preso parte il Presidente Francesco Storace, il Consigliere Rai Marcello Veneziani, gli storici Giuseppe Parlato e Gianni Oliva, l'ex ministro degli Esteri Gianni De Michelis, il direttore dell'Archivio-Museo Storico di Fiume Marino Micich e il Consigliere ANVGD Giorgio Marsan. Nel suo messaggio inviato per l'occasione a Storace il Presidente della Repubblica Ciampi scrive che "la tragedia delle foibe fa parte della memoria di tutti gli italiani" e che "la Repubblica […] ricorda quegli eventi con dolore e rispetto": sentimenti espressi anche dal Presidente del Senato, Marcello Pera, che ricorda "con emozione le eroiche vittime" delle stragi titine ai confini orientali, e dal Sindaco della capitale, Walter Veltroni, il quale riconosce che "quella degli italiani e delle foibe è una pagina da ricordare".
La manifestazione romana, come detto, si è aperta con la proiezione del documentario sulle foibe, l'esodo e l'accoglienza in Italia dei profughi. Realizzato dalla Venicefilm con la regia di Lorenzo Gigliotti, il filmato, della durata di 45 minuti, documenta le atrocità della violenza jugoslava sulla popolazione italiana (il recupero dalle foibe dei corpi) e lo strazio dell'esodo con immagini d'epoca, e il volenteroso inserimento delle comunità esuli nel tessuto sociale italiano, non dimenticando la realtà cruda dei campi profughi e l'ostilità ideologica loro riservata dalla sinistra comunista. Un abile racconto, di immediata forza comunicativa, nel quale si inseriscono bene le testimonianze di vari esuli, di età ed estrazione diverse, depositari ciascuno di ricordi ed esperienze comuni: la fuga, gli anni trascorsi nei campi in condizioni precarie, la nostalgia, la forza d'animo di riprendersi, per quanto possibile, la vita interrotta.
Alla proiezione è seguito un dibattito, aperto da Giorgio Marsan che ha ricordato l'atteggiamento tenuto da una cospicua parte dello schieramento politico italiano, e non solo comunista, verso gli italiani della Venezia Giulia e della Dalmazia, 'colpevolizzati' fino al punto di stendere su di loro una coltre di silenzio durata decenni. Su questi silenzi è intervenuto Gianni Oliva, autore del libro Foibe e assessore alla Cultura di Torino, secondo il quale essi furono tre: un silenzio internazionale, derivato dalla rottura di Tito con l'Urss e dall'attenzione delle potenze occidentali verso il maresciallo, il silenzio del Partito Comunista togliattiano, e un silenzio più vasto del solo Pci, da addebitare, oltre a Togliatti, anche a De Gasperi.
Dai silenzi della politica ai silenzi della storiografia: vi si è soffermato Giuseppe Parlato, storico e docente, il quale ha riconosciuto come nella stessa comunità accademica questi argomenti sono stati per lungo tempo ignorati o poco approfonditi, di contro ad un'ampia memorialistica prodotta dalle comunità e da singoli cultori della Diaspora.
Un problema di informazione, lo ha definito Parlato, sulla "nazione negata", e in questo senso ha giudicato positivamente l'iniziativa della Regione Lazio di commemorare Repubblica Romana ed esodo, in quanto pone così l'accento sul "recupero della nazione" dopo il "rifiuto della nazione" determinato dalle opzioni ideologiche del secondo dopoguerra. Veneziani, membro del Consiglio d'amministrazione della Rai, ha riconosciuto le responsabilità che lo stesso ente radiotelevisivo pubblico, e i libri di testo, hanno nei confronti dei temi trattati.
La memoria tuttavia, ha aggiunto, non può e non deve essere monopolizzata da uno schieramento o dall'altro, ma dev'essere condivisa: solo in questo modo la ricostruzione di un'identità nazionale potrà assumere caratteri positivi. D'accordo con Veneziani si è detto Oliva, il quale ha auspicato si cessi di 'marchiare' ora di destra ora di sinistra le vittime delle atrocità del Novecento.
Molto politico l'intervento di De Michelis, il quale ha accusato d'inerzia i governi italiani succedutisi dal 1991 sulla questione delle restituzioni ed ha esortato il governo in carica ad assumere iniziative più efficaci nei confronti della Croazia, fintanto che sono in corso le trattative di associazione di questo Paese all'Unione Europea. Emozioni fortissime ha detto di provare il Presidente Storace, che a proposito della tragedia della Venezia Giulia ha parlato di "olocausto italiano" ed ha riconosciuto i passi in avanti compiuti dagli esponenti dei Democratici di Sinistra (Violante e Fassino) nel riconoscere le responsabilità storiche della sinistra.
"Spero che il Parlamento approvi una legge che istituisca la Giornata nazionale del ricordo, comprensiva dell'esodo della popolazione giuliano-dalmata e del massacro delle foibe - ha concluso Storace - perché vorrà dire che la memoria di quella pagina tragica della nostra storia sarà condivisa dall'intero popolo italiano". La "Giornata" è stata commemorata anche a Latina, dove è stata inaugurata una mostra dal titolo "Italiani d'Istria, Fiume, Dalmazia. Il sacrificio da non dimenticare", e, con iniziative locali, in decine di Comuni del Lazio. (p.c.h.)



GORIZIA

Una tragedia che non va dimenticata


La volontà di indire una Giornata della memoria a livello nazionale per ricordare l'esodo di 350 mila italiane dall'Istria e dalla Dalmazia, ormai condivisa da molte forze politiche anche della sinistra, è stata sottolineata con grande soddisfazione dal presidente dell'Associazione
nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Rodolfo Ziberna, intervenuto alla celebrazione per ricordare quello che ha definito "iniquo trattato di pace del 10 febbraio 1947".
"Ora sono in molti a sostenere la necessità di una giornata della memoria, richiesta da sempre dalle associazioni degli esuli - ha affermato Ziberna - e rilevo con soddisfazione che a tale conclusione anche la sinistra illuminata".
E ha ricordato come gli onorevoli diessini Maran(presente alla manifestazione del 6 febbraio) e Violante hanno presentato il 24 gennaio scorso una proposta di legge per istituire una giornata che ricordi l'esodo.
Anche sulla data ormai si sta per arrivare a un accordo e dovrebbe essere proprio quella del 10 febbraio, che gli esuli da tempo hanno indicato come quella più opportuna per ricordare "il dramma dell'esodo di istriani, dalmati, fiumani dal territori ceduti alla Jugoslavia, sottoposti a una vera e propria pulizia etnica".
"Una data quella del 10 febbraio - ha aggiunto Ziberna - che non è contro qualcuno, ma vuole solo ricordare il dramma di un popolo e un diktat di cui la Repubblica non ha alcuna responsabilità, perché in quel febbraio 1947 ancora non esisteva".
La manifestazione si è tenuta all'auditorium di via Roma, presenti molti esuli che all'indomani delle seconda guerra hanno scelto di vivere a Gorizia che Ziberna ha considerato "una seconda madre". I versi di Foscolo, esule da Zante dove mai più è tornato, hanno aperto la prolusione del professor Antonio Sema, che ha ricordato le varie ondate di partenze dall'Istria e da Fiume dal 1943 al 1954.
"Un esodo - ha detto - che è stata un'espulsione di massa di un popolo". Poco nella sostanza è cambiato da allora: "i confini si sono attenuati, ma rimangono intatte le sovranità nazionali". "La terra dove si è nati non è più la stessa - ha aggiunto Sema - e quella terra si ritorna come turisti. Agli istriani non restare che pensare, ricordare e sperare che si faccia chiarezza. Altro non c'è più".
Il filo dei ricordi, la nostalgia di luoghi e affetti ancora molti cari ha fatto da leit motiv di gran parte della serata soprattutto quando le varie città - da Pirano a Cittanova, da Umago a Parenzo, da Orsera a Pola, da Pisino a Lusino - sono echeggiate nei versi delle Elegie istriane di Biagio Marin (adattate da Renzo Sanson), letti da Tullio Svettini e Giorgio Marin e accompagnati dal delicato arpeggio di Serena Vizzutti e dalle dolci note del flauto di Michela Gani.
A correre ancora sul filo della memoria e della nostalgia ci ha pensato il documentario "Viaggio sui binari della storia - Cent'anni di Parenzana", presentato dalla giornalista Rosanna Giuricin.

Da "Il Piccolo"



BUENOS AIRES

Santa Messa

Il ricordo dei cari che non ci sono più
e della terra lontana, ma non nei cuori


Via internet, da Buenos Aires, ci è giunto il seguente resoconto sulla Giornata della memoria:

"Anche quest'anno e grazie alle premure della fiumana Annamaria Marincovich e del rovignese Livio Giuricin, nella " Prima Chiesa Italiana Mater Misericordiae", domenica 8 febbraio ore 12 si commemorò il GIORNO DELLA MEMORIA.
La Santa Messa fu celebrata dal sacerdote Scalabriniano Don Costanzo da Verona, che in tale occasione ebbe parole di rispetto per la storia degli Esuli e dei Martiri delle Foibe,.
Moltissimi gli Esuli presenti, che superavano di gran lunga la quantità dello scorso anno.
Grazie anche alla presenza di tanti amici, si può affermare che questa è stata una celebrazione degli Esuli e per gli Esuli .
La cerimonia ha avuto inizio con la lettura, da parte di Livio Giuricin, del seguente messaggio:
"Cari compaesani emigrati ed esuli giuliano dalmati,
Cari amici tutti,
Come l'anno scorso, con lo stesso fervore, ci troviamo riuniti ad assistere alla Santa Messa, durante la quale si ricorderà la "GIORNATA DELLA MEMORIA" che si celebra in tutto il mondo.
Questa data, il 10 febbraio fra non molto sarà convertita in LEGGE NAZIONALE dalle autorità italiane a istanza di un gruppo di legislatori italiani ,fra i quali l'On. Roberto Menia.
Finalment , dopo più di mezzo secolo di oblìo , voluto o no, si vuol rendere giustizia e riconoscere una serie di fatti disgraziati per la nostra Patria, per i quali noi, esuli giuliano-dalmati abbiamo pagato per conto dell'intera Nazione: la "fattura" della guerra perduta!
Questo è quello che devono finalmente sapere tutti i nostri connazionali e spero che finalmente ci comprendano la nostra vicenda.
Dobbiamo pure ricordare che fra tanti altri, il compianto Indro Montanelli fece molto per noi su questo tema. Non voglio insistere su fatti già conosciuti, ma desidero ricordare i nostri cari defunti, che sono sicuro ci guardano da lassù.
Vi prego, in loro onore, di recitare assieme questa umile preghiera , come molti anni fa nei differenti campi profughi sparsi in tutta l'Italia
La Preghiera del Profugo
Da questo campo d'ansia e di dolor - Ti preghiamo o Vergine Maria - E' il pianto e il grido che ci spezza il cor - La preghiera innalziamo a Te - Madre, Tu puoi ridare a noi la vita, - Che ogni speranza è svanita quaggiù - Sei nostra stella Tu - Madre, Tu puoi ridare a noi la vita - Tra i nostri Morti che lasciammo laggiù - Facci tornare Tu - Esuli siamo figli al dolor - Senza casa e senza focolare - E il pianto, il grido che ci spezza il cor - La preghiera innalziamo a Te.
Di seguito e dopo la Comunione, la Fiumana Annamaria Marincovich ha letto alcune sue riflessioni sull'esilio, la nostalgia, il ricordo della madre scomparsa, il rammarico per non vedere ancora risolto il nodo dei beni abbandonati che iniziava con le parole: "Mi sono bruciata una mano. Tutti immaginate di sapere quanto faccia male, ma nessuno ne ha la precisa percezione. Quando ciò sarà possibile? Quando voi avrete una bruciatura dello stesso grado.
Così è l'Esule. Solo un altro Esule potrà capirlo e sapere quanto forte sia il suo dolore. Direte, ma dopo tanti anni? Si, dopo tanti anni! Molti di voi avranno sentito un nonno, un papà, lamentarsi di ciò che aveva perso. Sono sicura di sì! Quello che i nostri cari piansero, fu la perdita della terra dove nacquero, e la disgregazione delle famiglie sparse per il mondo.
Chiediamo il reintegro dei beni abbandonati. Potranno o no pagarli, a tutti verranno bene un po' di soldini ma, ma sarà soprattutto un modo per mitigare tutti questi anni di nostalgia e tristezza…".
E concludendo con la frase: "Che il Signore perdoni coloro che tanto danno fecero".-
Al termine della S. Messa, il VA' PENSIERO echeggiò nella navata della Chiesa, cantato con devozione da tutti i presenti.Nei loro volti si vedeva l'emozione del momento. Il ricordo dei loro cari, che non ci sono più. Il ricordo della terra perduta, ma non nel cuore!



GENOVA

I discorsi delle autorità
ma anche i temi dei ragazzi


A Genova la Giornata della Memoria si è svolta il 9 febbraio, con la partecipazione di autorità ed ospiti che hanno ricordato i valori del ricordo ma anche i ritardi segnati in questi anni, a livello morale ma anche in ambito di applicazione delle leggi, di riconoscimento dei diritti acquisiti (pubblichiamo nella sezione interventi i discorsi pronunciati in quell'occasione).
Ma, al di là, dell'ufficialità., c'è stato un momento di grande emozione, diversa, che ha coinciso con la premiazione dei temi migliori, dei partecipanti al Concorso che ANVGD con le amministrazioni locali indicono da qualche anno per sensibilizzare i ragazzi ai temi dell'Esodo. Il titolo dell'ultimo concorso era: "Migliaia di italiani gettati nelle foibe durante la seconda guerra mondiale: fu un'epurazione etnica motivata da fattori politici, nazionalistici e anche sociali? Esprimi la tua opinione".
Il tema vincitore è stato quello di Fabiola Di Blasi che il Comitato ANVGD di Genova ci ha fatto pervenire e che pubblichiamo qui di seguito.

TEMA

"La traccia di questo tema ci porta ad esaminare fatti che nei libri di storia scolastici occupano ben poco spazio, se non addirittura nessuno.
Mi sorge spontaneo domandarmi che cosa realmente si conosca della storia; qualcuno ha mai raccontato o mai racconterà la verità su ciò che è accaduto nella Venezia Giulia e nella Dalmazia nel periodo pre e post bellico?
Diceva Einstein che "qualsiasi selezione e organizzazione di fatti relativi a qualunque grande campo della storia, sia locale sia mondiale, di una razza o di una classe, è inesorabilmente controllata dal quadro di riferimento che c'è nella mente di chi seleziona e organizza".
Nei libri di storia, dunque, troveremo sempre e solo interpretazioni, e per quanto ci si possa essere sforzati di renderle oggettive, mai saranno, comunque, veritiere al cento per cento. Anche per i motivi che ho succintamente enunciato, quasi nessuno conosce le vicende che tenterò di trattare e approfondire. Pensando alla seconda guerra mondiale molte sono le situazioni spaventose che affiorano alla mente di chiunque, ma quasi nessuno pensa a ciò che accadde agli Italiani della Venezia Giulia e della Dalmazia tra il 1943 ed il 1947. Furono questi, infatti, gli anni del terrore e dello sterminio della nostra Gente nelle Provincie di Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e nella Dalmazia.
Tutto rimaneva ben nascosto, in quel periodo, al di là della cosiddetta "cortina di ferro" calata tra l'Europa dell'Ovest, libera e "occidentale", e quella dell'Est, gigantesca caserma, quest'ultima, presto tramutata in un gigantesco campo di concentramento nel quale si sopravviveva solo con l'obbedienza cieca, morti nello spirito, oppure, se dissenzienti, costretti in catene o morti pure nel corpo.
Soltanto grazie ad alcune associazioni di scampati, o di loro discendenti, si sta cominciando a fare luce sulla questione.
La parola emblematica dell'intero sterminio potrebbe essere FOIBA, che nel dizionario trova la definizione di pozzo naturale, a forma di imbuto rovesciato, profondo, talvolta, anche trecento metri, spesso nascosto dalla vegetazione naturale, tipico del territorio carsico. In realtà le foibe furono usate come tombe per molti italiani (senza distinzione di sesso ed età) nel periodo sopra indicato.
Si cominciò, infatti, a parlare di infoibamenti nell'ottobre 1943, quando i tedeschi ripresero il controllo del territorio rimasto per tre settimane alla mercé delle bande partigiane slavo-comuniste di Tito, e si scoprì che coloro che mancavano all'appello non erano stati deportati, come si era creduto in un primo tempo, ma uccisi, gettati nelle foibe, che divennero, così, tombe senza croce, autentiche fosse comuni.
I nostri connazionali erano divenuti vittime della pulizia etnica slava.
Le tecniche delle esecuzioni erano varie, ma tutte raccapriccianti solo a raccontarle.
Con i polsi stretti da filo di ferro, spesso legati gli uni agli altri, i prigionieri italiani venivano incolonnati e gettati, nel fondo di questi pozzi, dopo essere stati falciati dalle raffiche dei mitra. Altre volte gli aguzzini si limitavano ad uccidere il primo della fila, il quale, cadendo, si trascinava dietro pure gli altri. Solo nella famigerata foiba di Basovizza, presso Trieste, furono scoperti 500 metri cubi di resti umani, il cui calcolo dava duemila morti circa, cioè quattro per metro cubo!
Nelle località costiere si procedeva, invece, agli annegamenti collettivi; i prigionieri dopo essere stati zavorrati con grosse pietre, venivano portati al largo e gettati in mare.
Su quanto è accaduto in questi luoghi grava, da oltre mezzo secolo, un "assordante" silenzio, come ha ricordato lo storico Arrigo Petacco nel suo libro "Esodo".
In Istria, Dalmazia e Venezia Giulia la presenza di etnie diverse ha favorito odiose manifestazioni nazionalistiche, alimentate dall'ideologia vincente: dapprima quella fascista che portò avanti una campagna volta alla snazionalizzazione della minoranza etnica jugoslava, poi quella slavo comunista, soprattutto dopo l'8 settembre 1943, che programmò, terrorizzando gli abitanti, lo sradicamento dell'etnia italiana da quei territori.
Dopo tale data, infatti, ebbe inizio il sistematico sterminio di Istriani, Fiumani e Dalmati di nazionalità italiana. A fine guerra, poi, cominciarono gli arresti indiscriminati da parte dell'OZNA (la famigerata polizia segreta del Maresciallo Tito). Gli italiani che vivevano in quelle terre da migliaia di anni furono improvvisamente considerati nemici da eliminare con ogni mezzo. Si cominciò con gli ex aderenti e simpatizzanti della R.S.I., per poi coinvolgere tutti coloro che, per la loro sola appartenenza all'etnia italiana, venivano considerati "nemici del popolo".
La ferocia dei titini non risparmiò donne, bambini, vecchi, invalidi, preti cattolici. Tutto doveva essere cancellato in quell'ottica di distruzione di massa. Gli "etnodiversi", così erano considerati gli italiani dai partigiani jugoslavi, subirono anche la confisca dei loro patrimoni.
A loro venne tolto anche il più piccolo pezzo di terra da una riforma agraria studiata proprio per conseguire questo scopo. Il sistema oppressivo della "dittatura del proletariato" lasciava credere che la giustizia sociale si realizzasse attraverso il terrore. La "pulizia etnica", che verrà ripresa alla fine degli anni '80 con la dissoluzione della Jugoslavia, e finalmente documentata dalle televisioni, si abbatté implacabile sugli italiani. Occorreva, infatti, creare in loro una psicologia appropriata, facendoli sentire sconfitti, ma soprattutto pericolosamente "diversi" agli occhi del popolo jugoslavo. In un primo momento e per ottenere risultati più rapidi si colpì la classe agiata, poi la media ed infine i poveri ed i nullatenenti, che si sarebbero, così, sottomessi più facilmente.
V'era, certamente, un clima arroventato dai ricordi della dominazione fascista; l'etichettare come "fascisti" tutti gli Italiani diventò strumento omnicomprensivo e dispregiativo nei confronti di questi ultimi indistintamente, onde giustificare il progetto politico che si voleva affermare con la violenza. Era, infatti, in atto il disegno stalinista, che convertiva la comprensibile animosità nazionale slava verso i fascisti in movimento rivoluzionario, d'ispirazione ed ideologia comunista: una semplice accusa senza bisogno di essere sostenuta da prova alcuna poteva decidere della vita e della morte di migliaia d'individui.
Spinti dall'odio e da sentimenti di vendetta, intenzionati ad approfittare della violenza e della confusione bellica per la conquista e la spartizione del potere, i mandanti e gli esecutori delle stragi restarono anche in seguito impuniti, quando non addirittura beneficiari di pensione a carico dello Stato italiano.
I nostri connazionali non poterono contare su alcuna difesa da parte della madrepatria, in quel momento nazione sconfitta, occupata dalle truppe angloamericane e ridotta a una sovranità limitata. Chi sopravvisse all'odio ed alla furia cieca dovette andare via, lasciando tutto.
Per loro non vi furono scioperi né cortei di pacifisti, in tanti altri casi pronti a strapparsi le vesti in piazza ed a gridare allo scandalo contro reali o presunte violazioni dei diritti umani, come accade ancor oggi. Non vi furono nemmeno tavole rotonde di cosiddetti benpensanti!
Tutti preferirono tacere, fingere di non sapere o guardare altrove: era una realtà scomoda quella che avrebbe dovuto essere presa in considerazione.
Da parte jugoslava e di una certa cultura italiana si è sempre minimizzata ed addirittura negata la realtà delle foibe. I negazionisti talvolta ammettevano che i "massacri" denunciati fossero semplici punizioni di fascisti colpevoli, scordando che, semmai, qualsiasi pena deve essere commisurata al delitto commesso.
Con la fine della guerra e la firma del trattato di pace, s'impose all'Italia di pagare 125 milioni di dollari per l'aggressione fascista. Il governo italiano avrebbe dovuto pagare a rate, ma trovò che era più comodo compensare il debito di guerra cedendo alla Jugoslavia i beni forzosamente abbandonati dagli esuli e assumendosi, invece, la responsabilità di indennizzare gli stessi esuli per le perdite subite; di tale indennizzo ancora oggi gli esuli attendono la corresponsione. Così i profughi hanno dovuto pagare il debito di guerra dell'intera nazione italiana.
Anche in Patria, comunque, i profughi trovarono pessima accoglienza: furono dipinti dalla propaganda comunista in Italia come criminali fascisti in fuga, e, più benevolmente, furono, in molti casi, paragonati a zingari che volevano togliere il lavoro agli italiani. Dei trecentocinquantamila profughi dalla Venezia Giulia e dalla Dalmazia, circa ottantamila furono costretti ad emigrare negli Stati Uniti ed in Australia.
Credo che, oggi per allora, lo Stato italiano debba esaminare questo passato, neanche tanto lontano, e risolvere le questioni ancora aperte e le ferite mai sanate.
Non potendo ridare la vita a chi l'ha persa solo perché italiano, è giusto ed equo che venga dato un serio risarcimento economico a chi ha vissuto e patito queste drammatiche vicende.
In fondo il fermo e forte richiamo al rispetto dei valori della nostra Patria in varie occasioni formulato dal Presidente Ciampi si concretizza, soprattutto, nel monito a non dimenticare e nell'impegno a rendere giustizia a chi ha subito, sulla propria pelle, gli orrori di cui ho parlato.

Fabiola Di Blasi





FIRENZE

Fare memoria oggi non vuol dire recriminare…


E' stata un giornata piena di avvenimenti quella organizzata a Firenze, con deposizione di corone ed incontri. Ma a focalizzare l'attenzione è stato soprattutto il convegno voluto dalla Casa delle Libertà in Palazzo Vecchio, dedicato alla tragedia dei giuliano-dalmati. "Un episodio ben degno, purtroppo di figurare nella lunga lista degli orrori del '900 e che dolorosamente colpito, alla fine del secondo conflitto mondiale, la nazione Italiana". Così Riccardo Mazzoni, direttore del "Giornale della Toscana" che ha poi parlato di foibe e dell'accusa "di essere tutti fascisti" mossa agli esuli dalla sinistra italiana. Questi i temi affrontati anche dagli altri esponenti della politica e della cultura. Apprezzati, in particolar modo, gli interventi di Silvio Cattalini, VicePresidente Nazionale dell'Anvgd e di Miriam Andreatini del Comitato di Firenze.
"Fare memoria oggi, - ha affermato Cattalini - non vuol dire recriminare, seminare odio, coltivare risentimenti, ma celebrare la verità storica e trasmettere in modo tangibile un messaggio, e cioè, che soltanto la forza dell'amore può vincere la barbarie.
Come Associazione nazionale nata nell'immediato dopoguerra con il compito di tutelare gli interessi degli esodati, oggi, oltre a questo ci troviamo davanti al compito di trasmettere alla Nazione il nostro patrimonio di onore, di storia, di cultura, superando nazionalismi e razzismi. Noi siamo per un'Europa degna delle sue radici e tradizioni che consistono nei valori della libertà e della salvaguardia della dignità umana, valori per i quali noi italiani dell'Istria, di Fiume e della Dalmazia, abbiamo sacrificato i nostri beni e talvolta la vita.
Ma ora, dobbiamo rilevare con soddisfazione, c'è un'ampia presa di coscienza della nostra tragica vicenda a quasi tutti i livelli politici e ora che è stato riconosciuto il debito che il nostro Paese ha con gli esuli e i loro discendenti, nasce naturale l'auspicio che tale debito venga al più presto saldato anche in considerazione della prossima entrata in Europa della Slovenia e della Croazia.
In conclusione non posso esimermi da un commosso ricordo per i nostri genitori, deceduti lontano dai luoghi natii, i quali principali attori dell'esodo, hanno sopportato per anni in silenzio tante sofferenze, insegnandoci a continuare ad amare le nostre terre e a rispettare ed amare la nostra Patria".
Miriam Andreatini ha parlato della dolorosa esperienza di "famiglie patriarcali sradicate, private persino della consolazione dei loro cimiteri".
Grande la commozione suscitata dalla proiezione di due rari filmati: "Addio pola" che mostra l'esodo dalla città e "Campane a morto sull'Istria" con il recupero dei resti di povere salme da una foiba.