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GENOVA
I discorsi delle autorità
ma anche i temi dei ragazzi
A Genova la Giornata della Memoria si è svolta
il 9 febbraio, con la partecipazione di autorità ed ospiti che
hanno ricordato i valori del ricordo ma anche i ritardi segnati in questi
anni, a livello morale ma anche in ambito di applicazione delle leggi,
di riconoscimento dei diritti acquisiti (pubblichiamo nella sezione interventi
i discorsi pronunciati in quell'occasione).
Ma, al di là, dell'ufficialità., c'è stato un momento
di grande emozione, diversa, che ha coinciso con la premiazione dei temi
migliori, dei partecipanti al Concorso che ANVGD con le amministrazioni
locali indicono da qualche anno per sensibilizzare i ragazzi ai temi dell'Esodo.
Il titolo dell'ultimo concorso era: "Migliaia di italiani gettati
nelle foibe durante la seconda guerra mondiale: fu un'epurazione etnica
motivata da fattori politici, nazionalistici e anche sociali? Esprimi
la tua opinione".
Il tema vincitore è stato quello di Fabiola Di Blasi che il Comitato
ANVGD di Genova ci ha fatto pervenire e che pubblichiamo qui di seguito.
TEMA
"La traccia di questo tema ci porta ad esaminare fatti che nei libri
di storia scolastici occupano ben poco spazio, se non addirittura nessuno.
Mi sorge spontaneo domandarmi che cosa realmente si conosca della storia;
qualcuno ha mai raccontato o mai racconterà la verità su
ciò che è accaduto nella Venezia Giulia e nella Dalmazia
nel periodo pre e post bellico?
Diceva Einstein che "qualsiasi selezione e organizzazione di fatti
relativi a qualunque grande campo della storia, sia locale sia mondiale,
di una razza o di una classe, è inesorabilmente controllata dal
quadro di riferimento che c'è nella mente di chi seleziona e organizza".
Nei libri di storia, dunque, troveremo sempre e solo interpretazioni,
e per quanto ci si possa essere sforzati di renderle oggettive, mai saranno,
comunque, veritiere al cento per cento. Anche per i motivi che ho succintamente
enunciato, quasi nessuno conosce le vicende che tenterò di trattare
e approfondire. Pensando alla seconda guerra mondiale molte sono le situazioni
spaventose che affiorano alla mente di chiunque, ma quasi nessuno pensa
a ciò che accadde agli Italiani della Venezia Giulia e della Dalmazia
tra il 1943 ed il 1947. Furono questi, infatti, gli anni del terrore e
dello sterminio della nostra Gente nelle Provincie di Gorizia, Trieste,
Pola, Fiume e nella Dalmazia.
Tutto rimaneva ben nascosto, in quel periodo, al di là della cosiddetta
"cortina di ferro" calata tra l'Europa dell'Ovest, libera e
"occidentale", e quella dell'Est, gigantesca caserma, quest'ultima,
presto tramutata in un gigantesco campo di concentramento nel quale si
sopravviveva solo con l'obbedienza cieca, morti nello spirito, oppure,
se dissenzienti, costretti in catene o morti pure nel corpo.
Soltanto grazie ad alcune associazioni di scampati, o di loro discendenti,
si sta cominciando a fare luce sulla questione.
La parola emblematica dell'intero sterminio potrebbe essere FOIBA, che
nel dizionario trova la definizione di pozzo naturale, a forma di imbuto
rovesciato, profondo, talvolta, anche trecento metri, spesso nascosto
dalla vegetazione naturale, tipico del territorio carsico. In realtà
le foibe furono usate come tombe per molti italiani (senza distinzione
di sesso ed età) nel periodo sopra indicato.
Si cominciò, infatti, a parlare di infoibamenti nell'ottobre 1943,
quando i tedeschi ripresero il controllo del territorio rimasto per tre
settimane alla mercé delle bande partigiane slavo-comuniste di
Tito, e si scoprì che coloro che mancavano all'appello non erano
stati deportati, come si era creduto in un primo tempo, ma uccisi, gettati
nelle foibe, che divennero, così, tombe senza croce, autentiche
fosse comuni.
I nostri connazionali erano divenuti vittime della pulizia etnica slava.
Le tecniche delle esecuzioni erano varie, ma tutte raccapriccianti solo
a raccontarle.
Con i polsi stretti da filo di ferro, spesso legati gli uni agli altri,
i prigionieri italiani venivano incolonnati e gettati, nel fondo di questi
pozzi, dopo essere stati falciati dalle raffiche dei mitra. Altre volte
gli aguzzini si limitavano ad uccidere il primo della fila, il quale,
cadendo, si trascinava dietro pure gli altri. Solo nella famigerata foiba
di Basovizza, presso Trieste, furono scoperti 500 metri cubi di resti
umani, il cui calcolo dava duemila morti circa, cioè quattro per
metro cubo!
Nelle località costiere si procedeva, invece, agli annegamenti
collettivi; i prigionieri dopo essere stati zavorrati con grosse pietre,
venivano portati al largo e gettati in mare.
Su quanto è accaduto in questi luoghi grava, da oltre mezzo secolo,
un "assordante" silenzio, come ha ricordato lo storico Arrigo
Petacco nel suo libro "Esodo".
In Istria, Dalmazia e Venezia Giulia la presenza di etnie diverse ha favorito
odiose manifestazioni nazionalistiche, alimentate dall'ideologia vincente:
dapprima quella fascista che portò avanti una campagna volta alla
snazionalizzazione della minoranza etnica jugoslava, poi quella slavo
comunista, soprattutto dopo l'8 settembre 1943, che programmò,
terrorizzando gli abitanti, lo sradicamento dell'etnia italiana da quei
territori.
Dopo tale data, infatti, ebbe inizio il sistematico sterminio di Istriani,
Fiumani e Dalmati di nazionalità italiana. A fine guerra, poi,
cominciarono gli arresti indiscriminati da parte dell'OZNA (la famigerata
polizia segreta del Maresciallo Tito). Gli italiani che vivevano in quelle
terre da migliaia di anni furono improvvisamente considerati nemici da
eliminare con ogni mezzo. Si cominciò con gli ex aderenti e simpatizzanti
della R.S.I., per poi coinvolgere tutti coloro che, per la loro sola appartenenza
all'etnia italiana, venivano considerati "nemici del popolo".
La ferocia dei titini non risparmiò donne, bambini, vecchi, invalidi,
preti cattolici. Tutto doveva essere cancellato in quell'ottica di distruzione
di massa. Gli "etnodiversi", così erano considerati gli
italiani dai partigiani jugoslavi, subirono anche la confisca dei loro
patrimoni.
A loro venne tolto anche il più piccolo pezzo di terra da una riforma
agraria studiata proprio per conseguire questo scopo. Il sistema oppressivo
della "dittatura del proletariato" lasciava credere che la giustizia
sociale si realizzasse attraverso il terrore. La "pulizia etnica",
che verrà ripresa alla fine degli anni '80 con la dissoluzione
della Jugoslavia, e finalmente documentata dalle televisioni, si abbatté
implacabile sugli italiani. Occorreva, infatti, creare in loro una psicologia
appropriata, facendoli sentire sconfitti, ma soprattutto pericolosamente
"diversi" agli occhi del popolo jugoslavo. In un primo momento
e per ottenere risultati più rapidi si colpì la classe agiata,
poi la media ed infine i poveri ed i nullatenenti, che si sarebbero, così,
sottomessi più facilmente.
V'era, certamente, un clima arroventato dai ricordi della dominazione
fascista; l'etichettare come "fascisti" tutti gli Italiani diventò
strumento omnicomprensivo e dispregiativo nei confronti di questi ultimi
indistintamente, onde giustificare il progetto politico che si voleva
affermare con la violenza. Era, infatti, in atto il disegno stalinista,
che convertiva la comprensibile animosità nazionale slava verso
i fascisti in movimento rivoluzionario, d'ispirazione ed ideologia comunista:
una semplice accusa senza bisogno di essere sostenuta da prova alcuna
poteva decidere della vita e della morte di migliaia d'individui.
Spinti dall'odio e da sentimenti di vendetta, intenzionati ad approfittare
della violenza e della confusione bellica per la conquista e la spartizione
del potere, i mandanti e gli esecutori delle stragi restarono anche in
seguito impuniti, quando non addirittura beneficiari di pensione a carico
dello Stato italiano.
I nostri connazionali non poterono contare su alcuna difesa da parte della
madrepatria, in quel momento nazione sconfitta, occupata dalle truppe
angloamericane e ridotta a una sovranità limitata. Chi sopravvisse
all'odio ed alla furia cieca dovette andare via, lasciando tutto.
Per loro non vi furono scioperi né cortei di pacifisti, in tanti
altri casi pronti a strapparsi le vesti in piazza ed a gridare allo scandalo
contro reali o presunte violazioni dei diritti umani, come accade ancor
oggi. Non vi furono nemmeno tavole rotonde di cosiddetti benpensanti!
Tutti preferirono tacere, fingere di non sapere o guardare altrove: era
una realtà scomoda quella che avrebbe dovuto essere presa in considerazione.
Da parte jugoslava e di una certa cultura italiana si è sempre
minimizzata ed addirittura negata la realtà delle foibe. I negazionisti
talvolta ammettevano che i "massacri" denunciati fossero semplici
punizioni di fascisti colpevoli, scordando che, semmai, qualsiasi pena
deve essere commisurata al delitto commesso.
Con la fine della guerra e la firma del trattato di pace, s'impose all'Italia
di pagare 125 milioni di dollari per l'aggressione fascista. Il governo
italiano avrebbe dovuto pagare a rate, ma trovò che era più
comodo compensare il debito di guerra cedendo alla Jugoslavia i beni forzosamente
abbandonati dagli esuli e assumendosi, invece, la responsabilità
di indennizzare gli stessi esuli per le perdite subite; di tale indennizzo
ancora oggi gli esuli attendono la corresponsione. Così i profughi
hanno dovuto pagare il debito di guerra dell'intera nazione italiana.
Anche in Patria, comunque, i profughi trovarono pessima accoglienza: furono
dipinti dalla propaganda comunista in Italia come criminali fascisti in
fuga, e, più benevolmente, furono, in molti casi, paragonati a
zingari che volevano togliere il lavoro agli italiani. Dei trecentocinquantamila
profughi dalla Venezia Giulia e dalla Dalmazia, circa ottantamila furono
costretti ad emigrare negli Stati Uniti ed in Australia.
Credo che, oggi per allora, lo Stato italiano debba esaminare questo passato,
neanche tanto lontano, e risolvere le questioni ancora aperte e le ferite
mai sanate.
Non potendo ridare la vita a chi l'ha persa solo perché italiano,
è giusto ed equo che venga dato un serio risarcimento economico
a chi ha vissuto e patito queste drammatiche vicende.
In fondo il fermo e forte richiamo al rispetto dei valori della nostra
Patria in varie occasioni formulato dal Presidente Ciampi si concretizza,
soprattutto, nel monito a non dimenticare e nell'impegno a rendere giustizia
a chi ha subito, sulla propria pelle, gli orrori di cui ho parlato.
Fabiola Di Blasi
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