Venivano a gruppi con ceri colorati e legati con nastri dalle sfumature vivaci.
Portavano anche mazzi di rosmarino o di lauro, ed erano tutti vestiti a festa.
I ragazzi con i rami d'ulivo, si divertivano a svuotare l'acquasantiera spruzzando la gente che veniva a trovarsi nel loro raggio. Erano scherzi che ben si tolleravano, una continuazione dei giochi carnascialeschi ancora non del tutto sopiti.
A Capodistria, Isola, Pirano, Dignano e in altre località ancora, si rinnovava il fascino della "Quarantore". Sugli altari fissi ne venivano montati degli altri di gusto barocco, illuminati dalla luce delle candele. Durante i mattutini si svolgeva il cosiddetto "battiscuro".
Ad ogni salmo si spegneva una delle quindici candele del grande candelabro triangolare posto al centro del presbiterio.
I giovani, armati di raganelle e di lunghe bacchette di nocciolo, aspettavano che tutte le candele fossero spente per dare il via al terremoto che si svolgeva nel buio totale. Il baccano (barabàn in Dalmazia) continuava finché su tutto s'innalzava, magico, il canto.
Accanto alla sacralità della festa s'imponevano altri riti, meno eccelsi, ma pur sempre legati alla tradizione. Dai forni uscivano pinze, colombine, titole - o anche dette pignole o pupe - per le ragazze. Nelle case si preparavano le uova sode colorate in modo naturale immergendole nell'acqua di bollitura delle foglie esterne della cipolla che conferivano loro un bel colore rossiccio.
Tradizione vuole, inoltre, che in tavola ci sia un "baro de scalogna" che, era credenza, preservasse dal morso della vipera.
A Spalato - racconta la Calussi -, i venditori di frutta pugliesi, dalle loro barche attraccate lungo le banchine del porto, si tuffavano in mare. A Zara, uno dei riti più significativi, e senz'altro il più suggestivo, era quello di portare in chiesa per il Gloria i bimbi piccolissimi: al suono delle campane le mamme si chinavano con i loro figli cercando di far muovere i primi passi nella sacralità del luogo e della ricorrenza.
Era d'obbligo per tutti lavarsi gli occhi con l'acqua benedetta. Da una casa all'altra si portavano doni, vestiti di festa.
Diverso il discorso che riguarda i riti religiosi il cui recupero è reso difficile da una mutata ecologia umana del territorio.
Nel libro della Calussi sono raccolti scampoli di storia che oggi, solo in parte, ritroviamo nella realtà, anche in quella istriana.
Le processioni e le manifestazioni di grande effetto mistico rimangono solo nelle testimonianze, nei racconti degli anziani. In quelle giornate di primavera la festa era vissuta intensamente da tutta la comunità.
S'incominciava la domenica delle Palme.
A Messa grande, per esempio a Montona e Visinada, i contadini salivano al paese con fasci d'ulivo intrecciati a ghirlandette o croci.