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DALMAZIA
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TRATTATO DI RAPALLO E ANNESSIONE DI ZARA ALL’ITALIA
Sotto il governo presieduto da Nitti fu firmata la pace con l’Austria, ma senza stabilireFiume: volontari dalmati una precisa determinazione dei confini tra l’Italia e i popoli slavi del sud.
In una situazione così indefinita si vennero a creare una serie di eventi contradditori che contrassegnarono negativamente le relazioni diplomatiche tra italiani e alleati.
All’accordo definitivo con il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni si giunse il 12 novembre con la firma del Trattato di Rapallo.
All’Italia per effetto del trattato restarono le isole di Cherso e Lussino a nord e a sud le isole di Lagosta e di Pelagosa, il comune di Zara e le frazioni di Borgo Erizzo, Cerno-Malpaga, Bocagnazzo e una parte della frazione di Diclo.
Nel giugno 1920 Nitti si dimise e al suo posto subentrò Giovanni Giolitti, che con il ministro degli esteri Carlo Sforza cercò di risolvere una volta per tutte la questione adriatica, che vedeva in ballo non solo la Dalmazia ma anche Fiume.
Sforza era deciso a mantenere Zara e fare di Fiume uno Stato libero, impegnandosi a cacciare anche con la forza militare i legionari dannunziani che dal 12 settembre 1919 occupavano la città.
Il 31 ottobre del 1920 Sforza comunicò agli ambasciatori d’Italia a Londra e a Parigi la D’Annunzio a Zaranotizia imminente dell’inizio delle trattative diplomatiche per la soluzione adriatica.
I dalmati protestarono vivamente per l’abbandono delle aspirazioni italiane nel resto della Dalmazia, dove vivevano minacciati oltre 10.000 connazionali.
La protesta ufficiale dei dalmati fu redatta dallo spalatino Ercolano Salvi, quattro giorni prima della sua morte.
Il governo italiano per diminuire gli effetti della delusione e della protesta nominò senatori Ercolano Salvi, Roberto Ghiglianovich, Luigi Ziliotto e Francesco Salata.
I dalmati non si arresero e a Zara fu istituito un “Comitato di salute pubblica”, con lodelegazione zaratina a Fiume (1920) scopo di prendere iniziative concordate con i legionari dannunziani che già il 13 novembre 1920 erano sbarcati sulle isole di Veglia e di Arbe prendendone possesso in nome della “Reggenza Italiana del Carnaro”.

Con la stipula del Trattato di Rapallo, dopo dieci secoli di lenta avanzata e dopo tre secoli di acceso antagonismo contro l’elemento italiano, ai croati riuscì per la prima volta nella storia di ottenere un documento che gli attribuiva la Dalmazia.
Il generale Enrico Caviglia disse al Senato: ”Gli slavi assorbendo la civiltà del popolo che hanno sostituito, hanno cambiato nome ai paesi e alle città, senza però mutarne l’aspetto dato ad essi dalla nazionalità sopraffatta…”.
Per Caviglia, destinato da lì a pochi gironi a cacciare con la forza i dannunziani da Fiume, come per Salvemini e altri influenti esponenti moderati in Italia, il predominio slavo in Dalmazia era ormai da ritenersi un fatto storico ineludibile.
Il 24 dicembre di quel 1920 il generale Caviglia con truppe regolari dell’esercito italiano assediò Fiume dove ci fu un'accanita resistenza.
Il 26 dicembre a Zara i legionari dannunziani, minori per numero e mezzi, furono costretti alla resa.
In quei giorni tremendi morì il giovane spalatino Riccardo Vucassovich.
Dopo cinque giorni di combattimenti D’Annunzio dovette anche lui arrendersi e accettare i postulati di Rapallo.
Agli italiani pertinenti fino al 3 novembre del 1918 al territorio dalmata, appartenente alla cessata monarchia austro-ungarica, fu concesso il diritto di optare per la cittadinanza italiana senza l’obbligo di trasferimento del proprio domicilio fuori dalZara italiana: festeggiamenti (1920) Regno dei Serbi, Croati e Sloveni.
Oltre ai politici moderati come Giolitti, o a studiosi come Salvemini e Prezzolini, anche Benito Mussolini era dell’idea che bisognava concludere al più presto il problema adriatico per far uscire l’Italia da un’amara questione e da un pericoloso isolamento internazionale.
Difatti, anche dopo la Marcia su Roma e la presa del potere da parte del fascismo, Mussolini non diede mai l'impressione di voler modificare lo status quo in Adriatico, egli riconfermò gli accordi di Santa Margherita e instaurò una politica di apertura verso Belgrado, che gli fruttò nel 1924 l’annessione di Fiume all’Italia.
Dai territori dalmati cominciarono, dopo l’avvento del nuovo Stato slavo del sud, ad affluire i primi profughi.
Era, infatti, evidente per gli optanti lo svantaggio derivante dal rimanere sotto il domino slavo e senza ulteriori accordi tra Roma e Belgrado sui diritti delle minoranze.
Accordi che furono firmati per la Dalmazia solo nel 1925, in concomitanza con le Convenzioni di Nettuno.
Tale ritardo risultò fatale e acuì il primo esodo dalmata.
Solo Zara e la piccola isola di Lagosta passavano con la stipula di un trattato internazionale all’Italia, ma con gravi limitazioni territoriali foriere di futuri contrasti con gli jugoslavi.
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