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DALMAZIA
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BREVI NOTE STORICO - ARTISTICHE SULLA DALMAZIA
di Luca Dorizzi

Fin dai tempi preistorici, fra le varie regioni mediterranee ed in particolare fra le due sponde dell'Adriatico vi furono vive relazioni e fitti scambi commerciali e culturali e, di conseguenza, molteplici sovrapposizioni di strati etnici.
Erano, infatti, di stirpe Illirica sia le primitive popolazioni stanziatesi sulla costa orientale dell'Adriatico -note sotto i nomi di Giapodi, Liburni, Istri, Illiri, etc.- sia quelle che vennero ad occupare la costa occidentale dello stesso mare e cioè i Veneti (nell'odierno TriVeneto), gli Japigi e i Messapi (negli Abruzzi e nelle Puglie).
E fin dai tempi più remoti, fra queste e le altre genti che abitavano la regione Adriatica, si stabilirono intense e profonde corrispondenze di vita e di interessi.
In particolare, la parte orientale di questa regione -chiamata Dalmazia dall'antica capitale illirica Delminium- conobbe, nel corso dei secoli, svariate dominazioni; fra tutte, comunque, quelle che lasciarono le più pregnanti tracce di se stesse furono quella Romana e quella Veneta.
Si sa che i Romani furono grandi costruttori di strade; e, infatti, partendo da Narona, Salona e Scardona, essi irradiarono una fitta rete stradale verso l'interno del territorio (allora chiamato Illiria).
"Per questa rete, come attraverso un perfettissimo sistema di vene e di arterie circolò subito viva e potente la romanità, sicché in pochi decenni la provincia ne fu tutta permeata”.
Sede del Legatus Augusti era la città di Salona, la cui importanza si accrebbe soprattutto dopo la riorganizzazione tetrarchica dell'Impero, attuata da Diocleziano; e quest'ultimo -essendo dalmata- si fece costruire una magnifica vastissima residenza a poche miglia da Salona (dove poi, proprio nel perimetro del Palazzo imperiale, sorse Spalato).
Tramontato l'Impero d'Occidente, dopo le parentesi delle signorie erula ed ostrogota, la Dalmazia passò all'Impero d'Oriente; questo ebbe però sulla regione un dominio più che altro formale, di modo che i Dalmati riuscirono a costituire dei comuni che si autogovernavano con statuti propri.
Maggior influenza acquistò invece la Repubblica Veneta, il cui doge Pietro Orseolo II assunse nell'anno 1000, per investitura Papale ed Imperiale, il titolo di "Dux Dalmatiae".
Il dominio di Venezia su tutto il suo "Golfo" -e cioè il mare Adriatico- fu però reso instabile dai ripetuti conflitti col regno d'Ungheria, finché finalmente quest'ultimo -nel 1409- cedette alla Serenissima, per il prezzo di 100.000 ducati, ogni diritto sulla Dalmazia.
Da allora, nonostante le aggressioni turche, entrambe le rive di quel mare -fino al trattato di Campoformio del 1797- furono legate a doppio filo alla Repubblica Veneta.
Lo dimostrano le città, ed in primo luogo Zara, la cui struttura urbanistica è prettamente veneziana.
"Le calli linde e pulite si susseguono inframmezzate da campi, campielli, volti e sottovolti. Poggioli dal ricamo fine come un merletto ridono sulle facciate dei vecchi palazzi patrizi; bifore, trifore, polifore si lanciano leggere nel cielo; i cortili armoniosi come un'ottava dell'Ariosto ostentano al sole la loro scala veneziana e la vera da pozzo dov'è scolpita l'arme di famiglia".
E poi Sebenico, col suo Duomo, Traù -la più antica- col Castello, il Maschio di San Marco, la Torre dell'orologio, la Loggia, il Duomo; Lesina, con la Cattedrale, Loggia del Sanmicheli, l'Arsenale; Cattaro, col Palazzo del Comune, La Gran Guardia, la Torre dell'orologio.
Per Ragusa, invece, il discorso è diverso, in quanto essa fu per secoli -fino all'occupazione napoleonica del 1808- una repubblica indipendente (anche se dal 1203 al 1358 Venezia vi tenne, quasi ininterrottamente, i propri rappresentanti in qualità di "Conti" e nel 1232 stipulò con la piccola rivale un trattato di sottomissione.
Cosicché l'aspetto di Ragusa, più che veneto come quello delle altre città dalmate è, semmai, più genericamente italiano. Infatti, sullo Stradone -la via principale- troviamo la Fontana d'Onofrio, opera quattrocentesca di "Mastro Onofrio Napoletano", il portale gotico - veneziano della chiesa di San Francesco, la chiesa barocca di San Biagio -il patrono della città- progettata dal veneziano Marino Groppello, la Zecca rinascimentale nella parte inferiore e goticheggiante in quella superiore, il Palazzo dei Rettori, eretto dal già citato Onofrio, poi parzialmente ricostruito dal fiorentino Michelozzo ed infine compiuto da Mastro Giorgio da Sebenico; e poi le poderose fortificazioni: le fortezze dette Revellino, Mincetta (che vagamente ricorda il romano Castel Sant'Angelo), di Santa Margherita.
Insomma, concludendo, possiamo senz'altro dire col Venturi che "italiana fu l'arte da Zara alle Bocche di Cattaro ne' municipi e nelle chiese, nelle logge pubbliche e ne' palazzi privati… fu in Dalmazia una simiglianza agli aspetti familiari a tutta Italia, una concordanza con le forme nostre, casalinghe ovunque una stessa fisionomia aperta dallo stesso spirito".

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