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FIUME QUARNERO
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L'ANNESSIONE AL REGNO D'ITALIA

Fiume cadde nuovamente in un clima di grave incertezza.
I rappresentanti dei partiti schierati per l' annessione all'Italia si rendevano conto della difficile situazione, tanto più che Zanella non era disposto a cedere il potere.
Infatti, egli fu raggiunto a Portorè in Jugoslavia da quasi tutta l'Assemblea Costituente.
I seguaci di Zanella non volevano cedere alla violenza, forti della genuina volontà popolare palesatasi nelle elezioni del 24 aprile 1921.
Per uscire dal momento di stasi e di incertezza Cabruna convocò il 22 marzo 1922 un' assemblea di quanti a Fiume avevano avuto una carica nella vita pubblica e si erano impegnati nel programma annessionista.
L'appello di Cabruna fu raccolto da tutti i consiglieri della lista del Blocco Nazionale (ad eccezione dello scomparso Elpidio Springhetti e di Riccardo Gigante richiamato temporaneamente dall'esercito) , come: Antonio Grossich, Salvatore Bellasich, Andrea Ossoinack, Giovanni Host Venturi, Gino Sirola, Attilio Depoli, Edoardo Susmel e altri.
Durante i lavori dell'Assemblea fu deciso di affidare i poteri della presidenza al professor Attilio Depoli, che però chiese un po' di tempo per accogliere la proposta, auspicando che fosse l'assemblea stessa ad eleggere quanto prima un nuovo governo.
Nel frattempo, il traffico ferroviario oltre Sussak continuava a restare interrotto recando grave danno all'economia cittadina.
Le casse del denaro pubblico erano deficitarie e i vari dirigenti dei servizi pubblici fecero appello a ciò che restava dell'Assemblea Costituente, affinché si assumesse la responsabilità per quegli atti di governo indispensabili al funzionamento degli uffici.
L'appello fu raccolto e il 5 aprile l'Assemblea si riunì approvando una mozione per cui il vice presidente Depoli veniva incaricato ad esercitare il potere amministrativo e politico al fine di chiedere al governo italiano i mezzi finanziari più urgenti.
Nonostante Depoli non volesse assumersi tali responsabilità, più passava il tempo e più diventava insostituibile per la fiducia che godeva a Roma.
Dall'8 aprile 1922 iniziarono a Santa Margherita ligure gli attesi colloqui italo-jugoslavi per concordare le norme di attuazione del Trattato di Rapallo, secondo cui a Fiume, il funzionamento e il riassetto interno del traffico mercantile e ferroviario, doveva essere organizzato in accordo fra gli stati contraenti.
Tale decisione significava il ritorno dell'Italia in città per garantire l'ordine pubblico e il regolare svolgimento della vita civile. Gli Accordi di Santa Margherita furono firmati il 23 ottobre, praticamente alla vigilia della Marcia fascista su Roma.
Benito Mussolini pochi giorni dopo la Marcia divenne il nuovo capo del governo e già il 9 novembre Attilio Depoli e una delegazione del Fascio fiumano si recarono da lui per informarlo sui fatti e bisogni di Fiume.
Il destino della città rimase oscillante in quanto non si poteva decidere nulla senza il preventivo e definitivo accordo tra l'Italia e la Jugoslavia.
Depoli si impegnò molto per cercare in quel periodo convincere l'Italia a non riproporre l'idea dello Stato libero fiumano, con questo tipo di argomentazioni :" I 40.000 abitanti di Fiume, che vivono su un territorio di appena 30 chilometri quadrati, sono gravati da oltre un miliardo di debito pubblico (…) L'Ungheria stessa chiede, sulla base del Trattato di Trianon, 149 milioni di corone d'oro per i beni demaniali e patrimoniali ceduti (…) I cinque anni di inattività completa e di crisi hanno causato un indebitamento di oltre 100 milioni di lire. Le industrie che Fiume conta numerose, soffocate fra due barriere doganali non hanno, in regime di Stato indipendente, nessuna possibilità di immediato sviluppo (…) Il medio e piccolo commercio devono rinunciare ad ogni possibilità di smercio fuori dagli angusti confini della città. Gli stessi Stati che crearono a Rapallo lo Stato libero, se ne difendono tenacemente con il loro cordoni doganali (…) I pochi chilometri di linee ferroviarie non possono coprire le spese della stazione mentre i traffici marittimi non possono essere assicurati che con forti sovvenzioni che Fiume certamente non può dare (...) Dove sono quindi le premesse necessarie per la sua vita indipendente?".
Le considerazioni di Depoli non erano infondate, un dato di fatto certo è che nel cumulo delle rovine materiali e morali succedutesi a Fiume nel dopoguerra alla fine una sola forza sopravviveva rispettata: l'Italia.
Attilio Depoli stanco di non vedere cambiamenti si dimise.
Il governo italiano per evitare nuovi incidenti e sgradevoli incognite decise di inviare a Fiume il generale Gaetano Giardino, in qualità di governatore militare con il compito di tutelare l'ordine pubblico, cosicché lo Stato Libero di Fiume, che continuava ad esistere sulla carta, fu retto da un commissario italiano a partire dal 17 settembre 1923, provocando reazioni negative a Belgrado.
Benito Mussolini sapeva, però, che il re serbo Alessandro I Karadjordjevic era ormai alquanto disposto a concludere le questioni di frontiera con l'Italia sacrificando Fiume, considerata dai serbi una questione ormai secondaria.
Il risultato dell'accordo firmato a Roma il 27 gennaio 1924 tra Italia e Jugoslavia, fu il tanto sofferto passaggio definitivo di Fiume all'Italia, ma agli jugoslavi andavano il Delta e porto Baross.
L'accordo romano fu successivamente perfezionato con le Convenzioni di Belgrado e di Nettuno del 1925. A queste trattative fece seguito, su richiesta jugoslava, un trattato di amicizia quinquennale.
Mussolini rinunciava ad ogni forma di revisionismo tornando sui passi della politica del ministro Sforza. Seguirono proteste da parte croata e da alcuni settori nazionalisti italiani per motivazioni diverse, ma infine la situazione si normalizzò.
Al Consiglio dei ministri Mussolini si espresse riguardo all'accordo con la Jugoslavia con queste parole:" da troppo tempo la questione di Fiume era una specie di saracinesca che impediva la visione e i contatti diretti ed immediati col vasto mondo danubiano. Ora l'Italia non può andare che all'Oriente (…) Le linee della pacifica espansione dell'Italia sono quindi verso l'Oriente definite".
Per celebrare ufficialmente l'avvenuto passaggio di Fiume all'Italia, il 16 marzo 1924 il re Vittorio Emanuele III si recò in città, dove fu accolto da una folla festante.
Fiume si accingeva a rinascere e a costituire uno degli anelli di saldatura tra Occidente ed Oriente europeo, tra l'Italia e il mondo danubiano-balcanico, ma nella pratica il porto fiumano fu trattato per anni dal governo italiano come uno scalo periferico e perciò l'economia cittadina languì pesantemente.
Dopo cinque lunghi anni dalla fine della guerra l'Italia riusciva finalmente a ottenere Fiume, malgrado le difficoltà create dalle potenze internazionali, dall'autonomismo locale, da vasti settori politici italiani e infine dai croati.
Le vicende successive all'annessione, nella loro drammatica sequenza, con i contrasti e i conflitti che le caratterizzarono, ancora oggi pongono la riflessione se allora la via perseguita sia stata la migliore.

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