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Il giorno dopo fui condotto fuori da un tizio in borghese che non avevo mai visto prima; ci sedemmo al tavolino di un bar a prendere il caffè, mi fece firmare una carta in cui si dichiarava che avrei lavorato per la Federativa Repubblica Jugoslava.
Mi disse anche che ero stato giudicato e condannato dal tribunale del popolo di un paese del Carso che non ricordo, nel quale comunque non ero mai stato e mi diede queste semplici istruzioni: arrivato a Pola dovevo iscrivermi alla Democrazia Cristiana, dopo un mese avrei dovuto recarmi a Pisino per riferire, in quell’occasione avrei ricevuto ulteriori istruzioni.
Il giorno dopo, 11 dicembre 1946, fui messo sul treno in compagnia di un soldato armato.
Era di prima mattina.
Nel pomeriggio si arrivò al posto di blocco di Gallesano.
Il mio accompagnatore si sporse dal finestrino e chiamò un graniciaro al quale mi affidò dicendogli qualcosa e consegnandoli delle carte.
Il mio nuovo accompagnatore non doveva esser un’aquila, dubito avesse compreso quanto gli era stato detto.
Si limitò ad accompagnarmi, per una strada di campagna, al carcere di Dignano.
Ci dormii soltanto; la mattina dopo, sempre a piedi, un angelo custode mi portò al carcere di Fasana dove venni sistemato in una cella piccola e pulita.
Credevo che in breve sarei stato rilasciato, ma non fu così.
Mi era stato raccomandato di non far parola con alcuno della mia missione, poteva essere un’altra prova sulla mia affidabilità, quindi tenni la bocca chiusa per un numero di giorni che ritenni ragionevole.
Infine chiesi di parlare con un commissario che rimase stupito per quello che gli dissi e mi rimproverò per non aver chiesto subito di lui.
Si attaccò al telefono, parlò con diversi interlocutori e quando mise giù la cornetta mi annunciò che potevo uscire anche subito.
Preferivo passare il posto di blocco o per altri accessi non controllati dagli Alleati?
Risposi che ero un reduce e dovevo comportarmi come tale.
Mi accompagnarono in macchina fino al loro blocco; dall’altra parte i due inglesi di servizio diedero un’occhiata distratta al documento che porgevo e non fecero una piega.
Era il 21 dicembre 1946.
Dopo 18 mesi ero libero.
Il fatto di aver firmato quell’impegnativa a Lubiana mi tormentò per molto.
Ho sempre ritenuto che dare la parola o vincolare la propria firma sia una cosa seria.
Col tempo fui tranquillizzato da chi mi assicurò che la firma da me apposta non aveva valore perché in quel momento non ero libero di decidere.
Conclusione: su circa centoventi deportati tornammo in diciassette.
Gli altri non ebbero un regolare processo, oppure ce ne sarà stato uno di comodo, come quello istruito nei miei riguardi e nel quale l’imputato non è presente né ha modo di difendersi; un probabile e possibile insieme di carte con timbri, firme e date confezionato in un qualsiasi ufficio di polizia, pronto ad essere esibito per provare una legalità assolutamente assente.
Trasferito a Fasana
Imprigionato perchè indossavo degli stivali nuovi
Un messaggio ai miei a Pola
Il filo del telefono scavava la carne
I coniugi di Portorose
Dietro le sbarre il primo Natale di pace
Una mula triestina in pantaloni corti
Trasferito a Fasana
Deportati a Lubiana tornati in libertà - Uomini
Deportati a Lubiana tornati in libertà - Donne
Deportati a Lubiana non più rientrati
Nominativi di deportati incontrati in altre località
Nominativi o nomi di battaglia dei secondini che parlavano il nostro dialetto
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