A Zara, la situazione era sempre più difficile.
La città era occupata dai Tedeschi che, si sa, non erano molto ben disposti verso gli Italiani dopo l'armistizio dell'8 settembre, molti dei nostri soldati erano fuggiti dai reparti, ad altri toccò la sorte della deportazione in Germania.
Un gruppo di otto giovani, tutti sui vent'anni, rimasti isolati, venne da noi chiedendo abiti borghesi per poter fuggire.
Decidemmo di aiutarli trasformando le loro divise in abiti borghesi mentre sarebbero restati nascosti per non essere fatti prigionieri dai Tedeschi.
Tra le macerie avevamo per caso trovato intatte alcune confezioni di "superiride", una mistura che allora si usava per tingere le stoffe.
Senza pensare ai rischi ed alle conseguenze cui saremmo andati incontro se scoperti ad aiutare i nostri soldati, considerati nemici dai tedeschi e disertori per l'esercito italiano, cominciammo a tingere le mantelle e le giacche portate dai "nostri soldatini".
Fummo presi da una frenesia collettiva per portare a buon fine quell'impresa umanitaria; parteciparono all'impresa oltre a me e mamma Ida anche la signora Maria Stojan madre del Cristiani e sua figlia sposata con Barison.
Per tingere i vestiti facemmo uso di un bidone vuoto di benzina ed accendemmo il fuoco con la legna raccolta nei campi vicini.
Per tre notti stendemmo i panni ad asciugare, di giorno l'operazione sarebbe stata troppo rischiosa se qualcuno ci avesse visto.
Intanto i due bambini che erano con noi, la mia Gianna e Franco, figlio della signora Barison, anche lui di tre anni, giocavano nel giardino della villa di proprietà del dott.Eugenio Rolli e del figlio Bruno, sotto lo sguardo vigile delle nonne che li controllavano di lontano.
La città era in mano ai Tedeschi ma era sempre, continuo e pressante il pericolo di infiltrazioni dei partigiani slavi che, si sapeva, circolavano per la città.
Così le nonne avevano insegnato ai bambini, nel caso avessero visto passare dei militari o degli sconosciuti, di fare dei cenni e gridare "duse" che stava evidentemente per "druse" cioè "compagno" nella lingua croata.
Mentre i panni tinti si asciugavano, mi recai da un sarto di professione al quale chiesi di prepararmi tre modelli di pantaloni di diversa taglia dicendogli chiaramente che non avevo il danaro per pagarlo.
Il sarto immaginò subito il motivo della mia richiesta ed aggiunse che non voleva alcuna ricompensa, anzi si dichiarò disposto ad aiutarci.
Dopo due giorni ci consegnò i modelli, ma rifiutammo il suo aiuto per non coinvolgerlo in un'azione che di per sé si presentava già troppo rischiosa.
Con i modelli, lavorando per terra in quel misero scantinato, cominciammo a tagliare i pantaloni.
Come le nonne avevano previsto, un giorno fummo avvertite dai bambini che, per gioco, per loro effettivamente lo era, gridarono "duse, duse" segnalandoci il passaggio di militari.
Cinque volte quel giorno sospendemmo il lavoro di sartoria allertate dai bambini correndo subito all'aperto in attesa che il pericolo passasse.
Per nascondere il colletto grigioverde delle camicie militari fu necessario preparare maglie con il collo alto.
Pensammo di poter ricavare la lana dai passamontagna militari, ma questi erano stati tutti requisiti dai tedeschi; i nostri soldatini riuscirono comunque a trovare altro materiale dal quale ottenere la lana per confezionare quelle benedette maglie.
Così, appena finiti i pantaloni, iniziammo la confezione delle maglie con le maniche lunghe anche perché i giovani erano senza cappotto e cominciava a far freddo.
Questo lavoro comportava meno rischi perché, se fossimo state scoperte, avremmo potuto dire di preparare i vestiti invernali per i nostri mariti.
Lavoravamo anche di notte alla luce di una nauseante lampada ad acetilene.
Dopo quattro giorni con nostra grande soddisfazione finimmo il lavoro anche se il risultato lasciava molto a desiderare.
Fu inevitabile, considerate le condizioni in cui era stato realizzato da persone come noi poco pratiche di sartoria.
I pantaloni restavano con la patta aperta per l'impossibilità di trovare bottoni, ma i ragazzi avrebbero risolto l'inconveniente coprendola con le lunghe maglie.
Il colore della stoffa era indefinito ed indefinibile, era un concentrato di tutti i colori, ma per quei poveri ragazzi importava solo non si vedesse il grigioverde della divisa.
Così, vestiti con abiti borghesi, un bel giorno partirono, di loro non sapemmo più nulla, voglio solo sperare che siano riusciti a raggiungere le loro famiglie.
Prima di partire, ci vollero ringraziare per l'aiuto ricevuto, portando zucchero, riso, pasta e quant'altro erano riusciti a prelevare dalla dispensa della caserma.
A me diedero un pacco dicendomi con gratitudine "Signora, questo è per la sua bambina."
Con gioia trovai nel pacco alcuni barattoli di latte in polvere, così Gianna per quasi un mese e mezzo poté bere la sua tazza di latte caldo prima di andare a dormire.
Noi, invece, ci dovevamo accontentare del solito piatto di polenta, finché Vittorio nei campi vicini trovò degli alberi di mele cotogne che, messe a cuocere nel forno con un po' d'acqua, riuscirono ad arricchire i nostri miseri pasti.
BIOGRAFIA
1941 - LA PRIMA FUGA DA ZARA
1943 - DA CATTARO A ZARA, UNA LUNGA ATTESA
IL RITORNO DI VITTORIO, INIZIANO I BOMBARDAMENTI
LA CASA DISTRUTTA
NELL'ISOLA DI PASMAN
RITORNIAMO IN CITTÀ
CI SI AIUTA
SALVIAMO I NOSTRI SOLDATI
VITTORIO IN VISITA ALLA MADRE
LA FUGA DEI TEDESCHI, I PARTIGIANI IN CITTÀ
LE PROPRIETÀ CONFISCATE
"NEMA ZA TALIJANE" - "NIENTE PER GLI ITALIANI"
L'OPZIONE, PER NOI L'ESPULSIONE COME CITTADINI STRANIERI
MAMMA IDA VERSO LA LIBERTÀ
UN AIUTO INATTESO
È NATO GIORGIO
LA PARTENZA, ADDIO ZARA