La gente, ripeto, inizialmente, ci era ostile; i nostri profughi facevano del loro meglio per non invadere sfere non di nostra competenza.
Mancava a tutti il mare, le montagne ci opprimevano; mia madre non tollerava di essere imprigionata in casa, senza finestre, e fuori fra le montagne. Ci mancava il pesce. E chiedi e insisti finalmente un giorno aprì la pescheria.
La mia gente la riconoscevo per strada dall'andatura, che é di versa da quella della gente dei monti. Li vedevi allineati a tre, a quattro, con le mani dietro la schiena, camminare leggeri, parlottando fra loro, non più di ami, di lenze, di togne, ma di ricordi.
Non hanno mai legato i nostri anziani con i locali, e poco anche i giovani.
Piano piano, nel tempo, noi venuti bambini o ragazzini abbiamo mescolato dialetti ed usanze e fatto nostra la città, con discrezione.
Nel 1950 lo Stato italiano stanziò fondi per la costruzione di case per i Profughi.
A Rovereto, nel giro di alcuni anni furono costruiti almeno quattro unità abitative; la prima in via Circonvallazione, ora condominio "Istria" e fu abitata nel 1951. Subito dopo, affiancata, la seconda, fronte torrente Leno. Nel 1952 ci fu assegnato un appartamento in questo complesso, per la nostra famiglia era troppo piccolo. Sempre nello stesso anno ottenemmo un appartamento in via Barattieri, casa INA; per mia mamma fu un altro duro colpo: dopo tanti anni senza finestre sognava un poggiolo: ci assegnarono il piano rialzato; cinque figlioli sopra la testa sono una calamità perciò noi sotto; il poggiolo c'era al piano sopra. L'appartamento era grande,confortevole, in una piccola palazzina,ma mia mamma non poté goderlo, il 9 novembre 1953, a 51 anni, morì di tumore. Nel luglio del 1957 morì anche mio padre. Fummo confortati ed aiutati anche dai roveretani.
Rividi dopo decine di anni i compagni di giochi dei miei fratelli, ad uno dei raduni dell'Associazione Nazionale, a Peschiera. Si ricompose "la mularia di via Dante-via Carpaccio". Bruno era a Castelfranco Veneto, Claudio a Firenze, Veniero a Udine, Ruggero a Gorizia. E gli altri?
Dei nostri vicini di casa rividi dopo tantissimi anni la "siora Anna", di sfuggita la Etta. E gli altri?
Si sgretolò un sistema sociale senza lasciare traccia.
So che la polverizzazione degli esuli fu voluta "dall'Alto", non certo da Cristo. Ci ritenevano fascisti pericolosi, da dividere e possibilmente annullare. In gran parte ci riuscirono, imponendoci persino le impronte digitali sui documenti d'identità.
A reggere i diritti e le memorie di questo popolo contribuì la Associazione Nazionale con le sue sedi provinciali.
Quella di Trento fu retta, da subito, da Umberto Salvadori,; la delegazione di Rovereto fu costituita da mio papà, da Umberto Silvino ed altri.
Scomparso Umberto Salvadori l'attività della sede provinciale di Trento, così come la delegazione di Rovereto, cessarono.
Nel l994 la presentazione di un libro sulla nostra storia, proposta a Trento su sollecitazione dell'Associazione Nazionale, tramite la zaratina Novella Dellavia, fu l'occasione per coagulare nuovamente un certo numero di Esuli.
I primi due tentativi di costituire una rappresentanza valida fallirono. L'attuale direttivo, al suo secondo mandato, cominciò a proporre alla gente trentina il nostro vissuto. L'impulso determinante lo diede una Mostra-Convegno promossa dal Museo Storico Italiano della Guerra di Rovereto, nel 1997. Noi contribuimmo e con i nostri documenti e con oggettistica legata alla Terra d'Istria. Fu un successo. Uscivamo allo scoperto con tutta la nostra storia e la dignità che abbiamo sempre avuto e che ci ha sostenuto nel lungo e difficile percorso che ho descritto.
Anna Maria Marcozzi Keller
Presidente Associazione Provinciale A.N.V.G.D.