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Opere
Marino DARSA
Tutte le opere sono state scritte nel decennio tra il 1548 e il 1558.
Dotato di maestosa abilità nel tradurre l’esperienza in poesia scenica, Darsa riciclava personaggi reali: era quindi facile, soprattutto per chi ricopriva ruoli pubblici, riconoscesi nella finzione.
Lontano dalle tematiche religiose, preferì portare in scena giovani amanti, vecchi avari, servi, vagabondi e mariti traditi, caratterizzando maestosamente i personaggi attraverso la loro parlata, che tradiva immediatamente lo stato sociale e l’origine.
La fama di Darsa autore di commedie, fu seguita a breve da denuncie di plagio.
Ma egli non se ne curava, ritenendo fossero frutto di impotenza e invidia.
Ma oggi, con un’attenta rilettura della cultura e dei modi del tempo, si potrebbe aggiungere che si trattò anche di incapacità di cogliere il suo messaggio ed il suo linguaggio fino ad allora estranei all’ambiente raguseo.
Darsa scrisse versi d’amore, farse, commedie e una tragedia di cui riportiamo alcuni titoli:

Pomet perduto
È la sua prima commedia, andata perduta, conosciuta solo per un resumé del Darsa.
Da questo si desume che era concepita simile allo Zio Maroje.
I due testi differenziano nello spazio scenico: Pomet si svolge a Ragusa, Zio Maroje a Roma.

Tirena (dramma pastorale)
La messa di Tirena fu interrotta da bora nel 1549.
Di trama convenzionale ricalca pastorali mitologiche sienesi.

Venere e Adone (Venera i Adon) (dramma pastorale)
Scritta intorno al 1551, a soggetto mitologico, ricalca modelli delle pastorali senesi.

La beffa di Stanac (Novela od Stanca) (farsa)
La festosa Beffa di Stanac, va in scena nel 1551.
Anche questo componimento, come la Tirena e Venere e Adone riecheggia modelli toscani.
Nel centro dell’azione sta la burla che due nobili ragusei fanno a un vecchio contadino erzegovese Stanac.
Questo, convinto che le forze magiche lo potevano ringiovanire, si lascia guidare dai due, che gli organizzano uno spettacolo teatrale per cui prendono due prostitute a fare le fate.
La mattina seguente, il contadino si sveglia con la stessa età, derubato e umiliato…
Nella stampa il componimento appare accompagnato da una piccola raccolta di versi in maniera petrarchista.

Dzuho Krpeta (perduto)

Plakir
L’azione del Plakir, fondata su una serie di antitesi, marcata dallo stato di profonda instabilità, è piazzata entro la cornice di un bosco incantato.
Nel centro sta il dramma dell’uomo che dal deserto della città fuggì nell’idillio, ma alla fine si rese conto che l’idillio non era altro che deserto dove nessuno dà ascolto a nessuno, e dove ognuno cerca l'occasione per sopprimere e umiliare l’altro.
Sul finale, entra in scena lo stesso autore, si toglie la maschera e dichiara di non volere più far parte del teatro della Città, perché né lui, né gli altri avevano più voglia di perdere invano le parole. (S.P. Novak).

(Grizula)

Tripce de Utolce

Arcolin (commedia)

Lo zio Maroje (Dundo Maroje) (commedia)
Lo Zio Maroje, l’opera più celebre del Darsa, messa in scena nel 1551, continua la tradizione del Machiavelli, dell’Aretino e dell’Ariosto.
Si apre con il prologo del Negromante delle Grandi Indie, chiamato Naso Lungo, che propone un quadro utopistico del mondo di giustizia e d’amore, governato dagli uomini falsi e cattivi, relativizzando tutto ciò che i governatori della Repubblica di Ragusa offrirono come verità ufficiale.
Il ruolo centrale del demiurgo che tiene in mano tutti i fili dell’azione, è occupato dal servitore furbo e sagace Pomet, che nelle sue riflessioni sulla felicità, infelicità e potere riecheggia spesso le massime machiavelliste.
Essendo nel centro dell’interesse dell’autore l’indole umana e la società attuale, non è difficile capire perché Zio Maroje inquietò profondamente il suo ambiente.

L'Avaro (Skup) (commedia)
L'Avaro è l’ultima commedia messa in scena dalla compagnia teatrale degli Njarnjas, in occasione di una festa di matrimonio.
È modellata sull’esempio dell’Aulularia di Plauto.
L'Avaro è organizzato come teatro nel teatro in cui lo spazio scenico viene presentato come concentrato della realtà e la sua perfetta imitazione.

Ecuba (tragedia)
Ecuba, l’ultimo componimento del Darsa, è fondata sul modello greco di Euripide, e appoggiata sul testo del Dolce.
Respinta dalle autorità l’anno precedente, con la spiegazione che “confondeva le menti”, fu messa in scena per Natale nel 1559.
È la prima volta che nel teatro dalmata appare una figura regale, status che finora era riservato solo a personaggi biblici o mitologici.
All’interno del teatro rinascimentale furono infatti solo i personaggi tratti dalle tragedie classiche, quelle il cui status storico offriva allusioni alla contemporaneità.
Prima dell’arrivo di Shakespeare, i personaggi storici, personificazioni del potere, non erano in grado di comprendere il senso della storia, sulla scena non avevano argomenti, non potevano insegnare niente.
La loro funzione fu così di accennare all’equivoco regnante nel mondo, quello tra l’individuo e il mondo circostante. (S.P. Novak)

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