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EgidioBullesi

Egidio di Pola: il “venerabile giovane” e la sua città

Per il pellegrinaggio da Barbana a Pola nel 90° del Transito del venerabile Egidio Bullesi – aprile 2019 

Egidio Bullesi, figlio di Dio innamorato della sua fede in Cristo Gesù – a essa cercò con tutte le forze, con fine tatto psicologico e con tanta preghiera di innamorare altri, e specialmente i coetanei da essa lontani o a essa raffreddati – fu anche un vero figlio di Pola.

In quella che fu Pietas Julia, adagiata come Roma su sette colli e visibile tutt’oggi nella sua arena come nel tempio di Augusto e nell’arco dei Sergi, era nato il 24 agosto 1905; al suo fonte – allora il duomo era unica parrocchia per la città – venne portato al battesimo il successivo 3 settembre; lì crebbe in una famiglia di nove fratelli pigiati nella piccola casa di via Sissano, iniziando a frequentare le elementari nella scuola italiana del rione San Martino, e poi nelle dinamiche del precoce lavoro e della vita di parrocchia: catechesi e servizio all’altare insegnati ai piccoli e impegno associativo nelle aggregazioni cattoliche che allora più erano coltivate in Italia e maggiore adesione riscuotevano.
All’Azione Cattolica si iscrisse quindicenne e fu poi il promotore della sezione Aspiranti; degli Scouts (esploratori cattolici) l’iniziatore in città dopo averne visti i frutti a Roma durante il congresso nazionale della Gioventù Cattolica (1921); di ardore serafico si accese la sua spiritualità entrando nel 1920 – con tutto il suo circolo di A.C., del quale sarà assistente don Antonio Santin, cappellano del duomo e futuro arcivescovo – a far parte del Terz’Ordine Francescano, sotto la guida di padre Tito Castagna, primo guardiano dei Minori della città. A questi venne affidato nel 1919, cent’anni fa, il santuario della Madonna delle Grazie di Siana, periferia di Pola, divenuto tanto caro a Egidio (i Frati Minori sono tuttora presenti in città a Sant’Antonio all’Arena e così i Conventuali, custodi questi ultimi, nella monumentale chiesa di San Francesco, dell’urna di un francescano beato, Ottone da Pola, vissuto ai tempi in cui vi fece visita Sant’Antonio di Padova).

Congiunta all’apostolato, riempì la breve vita di Egidio a Pola la fatica del lavoro: apprendista carpentiere prima all’Arsenale (dal settembre 1918: aveva 13 anni!), poi quattro anni al cantiere “Scoglio Olivi” (dal 1921). E qui si distinse per coerente testimonianza dei valori e della fede in cui credeva, recepiti con grande maturità umana, affinatasi anche grazie alla formazione culturale che caparbiamente si diede, da autodidatta, soprattutto con tante buone letture, oltre che con la responsabile, onerosa frequentazione di scuole professionali serali.

Lasciò Pola e il “suo” duomo solo per forza maggiore: rifugiato dai parenti della mamma a Rovigno, 1914/15, e indi profugo causa la prima guerra mondiale con mamma e fratelli in Ungheria, poi nel triste campo stiriano di Wagna, quindi a Graz, 1915/18; soldato della Regia Marina Italiana, 1925/27; disegnatore tecnico navale nel cantiere di Monfalcone, 1927/28.

Pola, di circa 45.000 abitanti, reduce negli anni Venti del Novecento dalla guerra che l’aveva assegnata all’Italia dopo un secolo di dominazione asburgica, pullulava di ragazzi. Uno di questi adolescenti, da Egidio cercato e ascritto al Circolo giovanile “San Francesco”, il futuro frate minore Ubertino Hohl (1914-1982), scriverà: “Non c’era bisogno di un occhio di lince per scorgere la miseria morale e materiale della vecchia città adriatica. A Pola, città di mare e piazzaforte militare, punto d’incontro di razze e civiltà diverse, la guerra aveva lasciato sedimenti tutt’altro che favorevoli a una vigorosa rinascita. Le strade, i moli, le rive mostravano lo spettacolo triste di tanti poveri ragazzi abbandonati a se stessi, bisognosi di una mano che li guidasse e di un cuore che li amasse: facile preda del vizio e della malavita. Bisognava avvicinarli, difenderli, educarli, prepararli alla vita. Il disordine li spingeva all’anarchia, la disoccupazione al vizio, il disorientamento al pessimismo, la fame al furto” (cit. in Gabriele Navone, Egidio Bullesi, le ragioni della giovinezza, 8a ed., 1997, pp. 32-33).

C’era veramente bisogno di tipi capaci di catalizzare questa gioventù ai valori alti. Egidio, fra i primi e il più entusiasta, gioioso e carismatico, si donò nella sua Pola a tale compito, quasi improbo. Le sue “conquiste” furono molteplici (e più ancora poi sulla nave “Dante Alighieri”) come gli episodi che lo videro acceso di amore di verità e di perdono nel problematico luogo del cantiere: tempi, quelli, di scontri politici, scioperi, violenze e contrapposizioni ideologiche – a Pola fomentate dal socialismo in forte espansione e di forte presa sulle masse operaie e pure sui giovani, e visto come pericolo per fede e costumi – che infiammarono un’Italia uscita prostrata dalla guerra e presto sfociarono nella dittatura.
Scriverà ancora padre Ubertino: “Il suo esempio era edificante; evitava i discorsi osceni, correggeva con garbo chi bestemmiava, era puntuale e diligente nel suo lavoro. Discuteva volentieri su argomenti religiosi tenendo fronte a tutti gli attacchi e alle obiezioni. Ogni mattina, prima di recarsi al lavoro, andava in chiesa, faceva la Comunione e poi, via di corsa al cantiere… sbocconcellando in fretta un po’ di pane asciutto prima di affrontare ore di fatiche” (cfr Il nostro amico Egidio, 1981, p. 14).

Degli amici di Pola conquistati da Egidio nel Circolo giovanile “San Francesco” di Azione Cattolica, ne scegliamo due per gli esiti, diversi ma significativi, cui approdarono.

Il primo è Giuseppe Milla, classe 1900, operaio fabbro, affidato dalla sorella a lui perché lo richiamasse da un certo smarrimento che avrebbe potuto divenire fatale: “La sua conoscenza e amicizia – testimoniò in seguito – furono per me provvidenziali. Educato cristianamente dai genitori, specie dalla mamma, avevo dovuto mescolarmi, per necessità di vita, con quell’ambiente [del cantiere] pregno di scetticismo, che facilmente trascina l’animo di un giovane inesperto. Mi colpiva soprattutto una gioventù aliena da ogni religiosità e principio morale; e senza tanto ricercare seguivo la maggioranza; sentivo però sempre vivo in fondo all’animo il germe della bontà, non invano depostomi dai genitori. Cercavo dei buoni esempi, e il Signore, che vegliava su di me, mi fece conoscere Egidio. Era proprio quello che cercavo. Ciò che più mi attirava verso di lui fu la purezza che gli si specchiava tutta negli occhi… Fu merito suo il farmi comprendere tutta la bellezza della vita cristiana sentita e vissuta” (testimonianza in Gabriele Navone, op. cit., pp. 30-31). Già presidente diocesano dei giovani di A.C., poco tempo prima della scomparsa di Egidio egli entrò, con il nome di fra Paolo, tra i minori francescani della Provincia Veneta e nel 1936 fu ordinato sacerdote. Morì nel 1965.

Il secondo è Amedeo Talatin, il più intimo e caro amico per Egidio, incontrato alla Mutua dove stava curando una malattia. Assai distinto, superiore a lui per cultura ma conquistato dalla semplicità del suo tratto, quando il Nostro dovette assentarsi per la leva ne divenne il continuatore nella passione verso l’educazione morale e alla fede di tanti fanciulli e giovani sperduti della città. Presto però si ammalò di nuovo, con sempre più ridotte speranze di guarigione. Egidio allora, attraverso una frequente corrispondenza, lo “lavorò” ancora di più dentro, con delicatezza più unica che rara che contribuì a trasfigurare nell’amico quella che è l’abituale visione della morte, sopraggiunta nel luglio 1926 mentre gli scriveva: “Vorrei donarti una rigogliosa salute, anche privandomi della mia”!

Quanti altri giovani polesi – quasi tutti dell’Azione Cattolica – sarebbero almeno da citare (Amedeo Zovi, Enzo Giorgini, …). La prima visita di Egidio nelle licenze durante il servizio militare era ai suoi aspiranti. Ma prima veniva ovviamente casa: Egidio fu a Pola un grande evangelizzatore a cominciare dalla sua famiglia. La prima base della sezione Aspiranti del Circolo di A.C. da lui fondata nel 1923 fu costituita da tre suoi fratelli minori. E tre dei suoi fratelli saranno sacerdoti: il maggiore, l’amatissimo don Giovanni poi, al seguito di mons. Santin, prete della carità a Fiume e a Trieste; e i più giovani don Eugenio e don Oliviero, esuli nel 1947 con i genitori Francesco e Maria Diritti in diocesi di Concordia-Pordenone e qui parroci.
Il suo esempio, inizialmente mutuato dalla santa sua sorella Maria, si riversò sull’intera famiglia, risvegliata da loro due all’amore di Dio in una fede praticata che riconquistò pure il rigido papà e sfociò nella consacrazione familiare al Sacro Cuore: gesto di grande significato anche perché a farlo, nel 1921, i Bullesi furono i primi di tutta Pola.

Se il rientro nel 1927 a Pola dalla leva in marina fu un “sospiro” per Egidio – egli aveva a più riprese scritto in quei venticinque mesi: “Sospiro che potrò venire a Pola. La lontananza dai miei cari, dalla mia città che mi è diletta, anziché turbarmi mi fa sentire la dolcezza della rinuncia, del sacrificio e dell’abbandono alla volontà del Signore” – e gli ridiede pure la gioia, fra le altre abitudini devote, di “andare qualche volta in Siana a raccogliere viole e a portare fiori alla Madonna”, dall’altro fu un momento ancora di durezza della vita, mai tenera con lui, ora senza speranza di essere riassunto al cantiere Scoglio Olivi per la grave crisi economica e occupazionale in atto. E se le nebbie si erano diradate presto grazie al buon posto di impiegato trovatogli dal fratello maggiore nel cantiere di Monfalcone – cosa che peraltro lo aveva costretto a nuova emigrazione – il rientro neanche un anno dopo a Pola (marzo 1928) fu di nuovo forzato dalla prova, durissima, della malattia di tubercolosi, trascorsa a casa e, negli inesorabili ultimi otto mesi, nell’Ospedale civile ubicato proprio di fronte alla sua abitazione. È qui, ritornato al grembo di Pola – la famiglia, la parrocchia, i giovani, la città – che Egidio Bullesi salì il suo calvario doloroso e pieno di amore per Gesù, creduto sempre più e alfine aspettato, con la contentezza dei santi, in quella notte dell’agonia di novant’anni fa e dell’arrivo di Lui al letto dell’amico trasfigurato all’alba di giovedì 25 aprile 1929.

La deposizione del corpo avvenne l’indomani, venerdì 26 aprile, dopo le esequie nel duomo in cui Egidio era stato eccezionale apostolo di Cristo, nella terra del camposanto cittadino di Monte Ghiro, dove profeticamente don Antonio Santin disse: “Non preghiere per lui, bensì ci attendiamo una pioggia di grazie per sua intercessione [perché] Gesù nella persona di Egidio passò ancora una volta sulla terra facendo del bene” (così è scritto anche alla base dell’urna dei suoi resti deposta nel 1974, 45 anni fa, a 45 dalla morte, nell’isola di Barbana, Grado).

Passò anzitutto per Pola! Egli interceda ancora per la sua città, che superò in seguito la tormenta di una nuova guerra subendo anche il forzoso drammatico esodo dei suoi abitanti. Risultato oggi di nuovi e complessi incontri umani e di popoli, e per questo bisognosa di altri apostoli di Cristo che la amalgamino nella pace sociale, essa prosegua, con il favore celeste del venerabile Egidio, la sua antica storia nell’unità delle sue diverse componenti, anche etniche, all’interno della regione istriana di cui resta la perla, a noi sempre cara.

Walter Arzaretti