Il Dalmata di luglio-agosto 2025
Può essere liberamente consultato online oppure scaricato in formato PDF il numero di luglio-agosto 2025 de Il Dalmata, testata dell’Associazione Dalmati Italiani nel Mondo – Libero Comune di Zara in Esilio:
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L’editoriale:
LA FORZA DELL’IDENTITÀ
Forse, vado pensando da qualche tempo, è il caso di tornare a Enzo Bettiza, alla sua idea di Nazione Dalmata.
Non, un po’ riduttivamente, un popolo senza terra, ma un’identità non spenta, che custodisce ancora oggi un genius loci riconoscibile e distintivo… pur avendolo perduto, il “loco”.
Perché, parliamoci chiaro, ci sono Storie – anche immense: Aztechi, Maya, nativi dell’Isola di Pasqua… – di fatto finite. Quella della nostra gente, nel bene e nel male, è fra quelle non finite.
Perdura (e non semplicemente sopravvive) nelle oggettività insepolte. Belle e brutte.
Gli esempi sono tanti, materiali e immateriali. Dal Quartiere Giuliano Dalmata di Roma alla Scuola Dalmata dei Ss. Giorgio e Trifone a Venezia (una delle sole due che neppure Napoleone ha osato chiudere, attiva dal 1451), dalla potente iconografia di Fertilia all’orgoglioso memoriale dell’IRCI a Trieste, dal selciato della scogliera che protegge il porto di Rimini agli spazi urbani intitolati a Norma Cossetto (non di rado oggetto di vandalizzazione anche nel nostro tempo), poi ancora ne ritroviamo nell’anniversario laico della Legge del Ricordo che ha fatto del 10 febbraio una Memoria nazionale, e financo nelle stesse polemiche – vorrei aggiungere – che questa ricorrenza statale ancora oggi suscita, per effetto di spinte contrappositive ispirate da rigurgiti di fanatismo ideologico che accecano di fronte all’evidenza, invece, di un Novecento finito da tempo.
Quell’identità – prima di tutto antropologica e culturale – ha saputo resistere a tanto, se non a tutto. Durante l’ultima
Guerra mondiale, ai bombardamenti di Zara secondi solo a quelli di Dresda, certamente. Dopo, soprattutto ai Trattati.
Con i bombardamenti si possono cancellare le case, ma solo con i Trattati si può cancellare un’identità.
Non sta a me dire se con i Trattati si è provato senza riuscire, o non si è provato proprio. Quel che so con certezza è che quell’identità c’è ancora.
E, per vero, oggi che di tempo ne è passato tanto, mi par di coglierne la percezione anche al di là dell’Adriatico. Per convinzione e forse anche per convenienza (le suggestioni che la Dalmazia regala ai tanti turisti stranieri non dipendono solo dalle espressioni naturalistiche, diciamocelo con franchezza).
La nostra sfida, vorrei dire la nostra responsabilità, è allora – oggi – quella di dare continuità a questa identità antropologica e culturale. Anche se sganciata, ormai, dal luogo dove si è sviluppata. In fondo, a pensarci bene, la Nazione Dalmata è stata storicamente incarnata in prevalenza da gente di mare, e chi va per mare porta ed esporta la sua identità anche nella terra altrui, anziché viverla solo con i piedi poggiati sulla propria.
Noi, raro caso, abbiamo la ventura di poterlo fare (pur se in altra parte, rispetto ai luoghi specifici d’origine) all’interno dello stesso Paese che è sempre stato anche nostro. Quindi, seppur dolorosamente, con più forza. Quella, in particolare, di famiglie italiane per nascita, prima, e poi rimaste tali per scelta. Italiani due volte, come usiamo dire.
Amici, la verità è che, dopo secoli, siamo ancora qua. Con la nostra identità. E con la voglia e l’intendimento di perpetuarla a lungo (nella vicinanza e nella solidarietà, storiche, con i fratelli istriani e fiumani).
Massimiliano Atelli
Language
English




