Io c’ero a Vergarolla: la testimonianza di Claudio Bronzin
Pola, 18 Agosto 1946.
A Vergarolla è stata compiuta la strage con il più consistente per numero di vittime civili dalla fine della seconda guerra mondiale.
È l’eccidio più importante avvenuto nel territorio della Repubblica Italiana.
Si perché la città di Pola, anche se sotto controllo militare inglese, nell’agosto 1946 era ancora territorio italiano.
Eppure in Italia mai si ricorda, mai si menziona, mai è stata fatta una Commemorazione Ufficiale per questa tragedia italiana.
ANTEFATTO :
Alla fine del secondo conflitto mondiale, nel giugno 1945, dopo una breve ma tremenda e dolorosa occupazione di Pola da parte dei partigiani comunisti “titini”, i famosi quaranta giorni, la città venne liberata ed occupata stabilmente dalle truppe inglesi.
Il Comando Inglese, anche per evitare che continuassero quegli arresti notturni ed il prelievo forzato delle poche scorte rimaste in città alla fine della guerra, ma anche l’esporto di altro quale i letti dell’Ospedale (mettendo sul pavimento i malati !) ha formato intorno alla città un enclave di protezione per noi civili, perché così si evitava l’accesso ai partigiani titini. A noi abitanti questo ci ha regalato oltre un anno di relativa tranquillità, anche se l’ attesa della definizione dei nuovi confini da parte delle quattro potenze vincitrici, a noi italiani residenti qui da sempre, ci lasciava molte incognite e perplessità.
Il problema era per noi pressante, perché Tito pretendeva tutto, da Fiume, Zara, Trieste, Udine, Gorizia e oltre fino al fiume Isonzo ed ovviamente tutta l’Istria compresa Pola. Essendo lui alleato alle quattro potenze vincitrici, quelle che stavano decidendo la cessione di territori quale bottino di guerra, noi e tutta la popolazione italiana che vi abitava, eravamo in apprensione. C’era inoltre il problema che Tito, pretendeva si quelle terre, ma non le voleva con la popolazione italiana che vi abitava stabilmente ed in maggioranza. La nostra paura, direi certezza, era perché sapevamo (ma ancora solo in parte) cosa stava succedendo nell’ Istria occupata dalle truppe dei partigiani jugoslavi. In quei territori l’ OZNA, attuava quelle direttive che Gilas (Ministro di Tito) ha dichiarato nel 1990 in un intervista a Panorama: «bisognava indurre gli italiani ad andar via con pressioni di ogni tipo. E così fu fatto».
Infatti in quelle zone venivano eseguiti arresti, con infoibamenti, con annegamenti in mare, con fucilazioni nelle cave; tutti eccidi attuati al fine di terrorizzare per fare la Pulizia Etnica delle popolazioni italiane.
Queste azioni in città a Pola, abitata da oltre il 90 % di italiani, con la presenza militare inglese, non aveva potuta farle, infatti eravamo liberi di poter anche organizzare manifestazioni, riunioni ed incontri per dimostrare la nostra italianità, anche per cercare di farlo recepire alla Commissione decisionale riunita a Parigi… ma inutilmente! Una di queste, imponente per la presenza di circa ventimila persone, si è tenuta il 15 agosto 1946, era il Ferragosto e dentro l’Arena di Pola.
C’ero anch’io, e abbiamo urlato, chiamando ripetutamente : ”Italia, Italia, Italia…”, ma l’Italia non poteva sentirci, non era fra le Potenze che dovevano decidere. E poi a Parigi erano sordi e Tito era anche protetto soprattutto dalla Russia di Stalin.
Ancora e dopo solo tre giorni, nonostante le notizie sfavorevoli che giungevano da Parigi, una manifestazione di italianità è stata organizzata dalla Società Nautica Pietas Julia all’interno del golfo naturale di Pola, nella loro Sede a mare di Vergarolla.
IL LUOGO:
Qui la Società Nautica Pietas Julia ha organizzato, come faceva ogni anno, le selezioni provinciali di nuoto della Coppa Scarioni. L’organizzare quel 18 agosto 1946 la Scarioni, rappresentava un’ulteriore festa d’italianità. Erano previste oltre alle gare di nuoto della mattina e pomeriggio, gare di tiro alla fune, l’albero della cuccagna, musica, balli, e vari divertimenti che hanno richiamato tanti polesani. Il tutto in una pineta folta ed ombreggiata, con spiaggia spesso frequentata dai cittadini. Normalmente la mia famiglia, ma tutte le famiglie Bronzin, usavano trascorrere insieme le festività, approfittando della chiusura domenicale dei loro negozi.
Anche quel giorno festivo, siamo andati quasi tutti al mare a Vergarolla!
C’ero anch’io, con i miei zii, con i miei cugini, tanti di noi. Quel giorno, da italiani, volevamo esserci anche noi tutti per dimostrare la nostra italianità. Mio padre, mia mamma ed io, con uno zio (Anci) e la sua famiglia, ci siamo sistemati davanti allo specchio acqueo dove si tenevano le competizioni, mentre la altre zie con i cugini sono andati nella zona della pineta più ombreggiata, più fresca.
Sempre comunque vicini ed in contatto per la poca decina di metri che ci separavano. Io, undicenne, ero spesso vicino a loro dato che si erano sistemate nei pressi di una catasta di contenitori metallici, residuato militare abbandonato; era un punto di ritrovo per noi ragazzi sul quale ci divertivamo a giocare.
Erano come delle “bombolone metalliche” sulle quali ci piaceva stare a cavalcioni e, quelle libere dall’ incastro, anche se pesanti, ci divertivamo a farle rotolare sulla battigia fino all’acqua.
Anche quella domenica mattina, quel 18 agosto, ci siamo trovati in quel punto con tanti ragazzi, c’era anche il mio amico Carlo Micheletti, e fino all’ora del mangiare, quando ho lasciato il gruppo per recarmi dai miei genitori, e mi sono salvato. Carlo è rimasto li, perché aveva gli zii nei paraggi.
IL FATTO:
Al termine delle gare della mattina, consumato il nostro pranzo a sacco, mentre tanti riposavano, io e la cuginetta Marisa di sei anni, siamo saliti sul pontile galleggiante che era il terminale della gare di nuoto.
Seduti sul pontile di legno, a non più di settanta/ottanta metri dalla catasta di gioco, con la vista libera dello specchio d’acqua verso la pineta, abbiamo iniziato a pescare con una togna.
Alle 14.10 ho sentito un colpo secco, tipo fucilata, proveniente dal punto dei nostri giochi e, tempo di alzare lo sguardo verso quella direzione, ho visto alzarsi verso il cielo una immensa colonna di fuoco, poi fumo e, un tremendo boato. Siamo stati subito colpiti da oggetti che ci cascavano addosso a pioggia. Ho preso per mano la mia cuginetta e siamo corsi da genitori dove mio padre stava accertandosi delle condizioni di mia madre che, unica in piedi al momento dell’esplosione, era stata investita dallo spostamento d’aria e scaraventata a una decina di metri. Era in stato interessante di sei mesi! Per fortuna, neanche un graffio!
Nella concitazione del momento, mio padre ci ha consegnati allo zio Anci ed immediatamente è corso verso il punto dell’ esplosione nelle pineta che stava ancora bruciando. Voleva cercare le sue sorelle Francesca e Rosmunda, la zia Gina, il nipote Mario che erano proprio nel punto dell’esplosione. La cugina Mirella si è salvata perché era venuta da noi!
Nella attesa del ritorno di mio padre, ho il ricordo un particolare che mai dimenticherò, mai. Il cielo si è riempito di un immenso stormo di gabbiani che, stridendo con dei sibili terrificanti, si buttavano ai nostri piedi, sugli alberi, nel mare anche aggredendosi fra loro.
Io, ragazzo, al momento ho pensato che quel loro comportamento era causato dalla loro paura per il boato dell’esplosione. Ma solo in seguito ho saputo la triste realtà perché infatti gli uccelli, se impauriti, scappano, volano via. Infatti quelli erano richiami e competizioni fra loro per banchettare sui brandelli di carne umana che, per la violenta esplosione, si erano sparsi dappertutto, anche a distanza.
Brandelli di carne umana finiti anche in mare e ovvio cibo per i pesci, tanto che a Pola per molto tempo nessuno ha mangiato pesce!
Dalla nostra posizione potevo vedere che nella zona dello scoppio iniziavano a giungere soccorritori con qualche camion militare, un’ ambulanza, ma la nostra apprensione era per l’ansia di avere notizie sulla sorte delle zie, del cugino…
Finalmente è tornato mio padre. Tutto imbrattato di sangue e sporco di fuliggine che, piangendo e singhiozzando, ci ha… urlato: «Tuti go sercado, tuti go ciamado, ma solo la Unda (mia Zia Rosmunda) me ga risposto. Solo ela go trovado, la xe tuta rovinada, tuta sbregada. Nisun altro dei nostri! Go iutado tanti metendoli sui camion, anche fioi pici, senza gambe, mani, testa…….. quanti morti!». Era un uomo distrutto. Della sorte degli altri nostri famigliari lo abbiamo saputo solo quando siamo arrivati all’Ospedale Civile.
Davanti all’ingresso c’era tanta confusione, tanta gente che cercava notizie di parenti, di amici, di conoscenti. Ho visto persone che alzavano i teloni di copertura dei pianali dei camion appena arrivati da Vergarolla e, curiosamente, l’ho fatto anch’io. Così ho visto resti umani come un piede, due braccia… ed altro che non potrò mai dimenticare!
Dopo, dentro i corridoi dell’Ospedale, è stata trovata la zia Francesca, morta; le altre due zie, Gina e Rosmunda ferite gravemente, erano nel Reparto operatorio. Il cuginetto Mario, apparentemente incolume, lo abbiamo trovato solo dopo uno o due giorni; il bimbo (aveva tre anni) impaurito e praticamente incolume era scappato da Vergarolla. È stato visto che correva e trovato in una strada lontana, è stato accolto ed assistito da persone gentili. Per il trauma subito, non riusciva a parlare e dire chi era e dove abitava.
In quella tragedia ho perso i tanti amichetti, fra questi Carlo, tutti compagni di gioco che erano rimasti nelle vicinanze delle cariche esplosive.
Ovvio lo sgomento generale per tutta la popolazione della città di Pola. Tutti hanno avuto qualche parente, qualche amico, qualche conoscente colpito in quella strage! I corpi riconosciuti e reclamati sono stati 65 (sembra anche un militare inglese), ma il dott. Micheletti, che ha conteggiato insieme ad un altro medico inglese i resti umani recuperati, hanno quantificato il numero dei deceduti da 110 a 116! Nel numero sono incluse le venti salme non riconosciute (certamente non sono stati riconosciuti perché facevano parte di quegli istriani scappati dall’Istria e che vivevano a Pola in incognito, per paura di conseguenze ai famigliari ancora in Zona B). E poi ci sono quella oltre trentina di resti umani che i due medici hanno cercato inutilmente di ricomporre. Ne sono state riempite più casse! Fra questi oltre 110 ci sono 20 bambini e più di quaranta donne. Tanti i feriti, mai contati. Tutti italiani!
Infatti è stato un atto di terrorismo contro chi festeggiava manifestando la propria italianità.
Con questa strage ci hanno dimostrato a tutti noi cosa dovevamo aspettarci nell’infausta possibilità che la città venisse assegnata alla Jugoslavia. Di conseguenza Pola in pochi mesi si è letteralmente vuotata dei suoi abitanti perchè, come detto, era abitata in stragrande maggioranza da italiani!
Dopo Vergarolla, per rimanere italiani ce ne siamo andati in ben 30.000 dei suoi 32.000 abitanti e, dei 2.000 rimasti, molti di questi impossibilitati a partire subito per più ragioni, una buona metà sono esodati successivamente.
GLI ORDIGNI
Preciso che l’esplosione è stata causata da una quarantina di cariche esplosive contenute dentro quei cilindri metallici. È stato quantificato il contenuto in nove tonnellate di tritolo! Attenzione, importante! Da sempre il materiale esploso a Vergarolla viene definito con la parola “mine” .
Per tutti noi le “mine” sono quelle sfere metalliche con i detonatori esterni, come le abbiamo visto al cinema nei film di guerra navale. Se quella catasta di materiale abbandonato fosse stato di quelle sembianze, sfere con i detonatori, conoscendoli bene, ci saremmo allarmati tutti e mai avvicinati a quel luogo. Invece erano quasi tutti dei contenitori metallici, simili, ma leggermente più grandi delle bombole che adoperano i saldatori nelle officine. Ancora adesso, in qualche video o in qualche foto nei libri che parlano di Vergarolla, le cariche di Vergarolla vengono rappresentate come barilotti cilindrici tozzi e corti. In pratica come quelle bombe che si vedono lanciate dalle navi verso probabili sottomarini nemici. Ma non erano così! L’inventario ufficiale del deposito a Vergarolla è questo: n° 28 Cariche di profondità antisommergibile (erano quelle bombolone sulle quali giocavamo), n° 3 teste di siluro, n° 4 cariche di demolizione al tritolo, n° 5 bombe fumogene. Le prime avevano degli anelli nelle estremità per permettere il solo collegamento che le incatenava una all’altra. Infatti erano state utilizzate come barriera di protezione per la chiusura del Porto di Pola da incursione di natanti nemici. A guerra finita, la cariche sono state recuperate e disinnescate dalle spolette dal gruppo di Artificieri di Venezia comandato dal Capitano Raiola e depositate su quella spiaggia. Ricordo anch’io che a terra, frammiste, vi erano vari spezzoni di robuste e pesanti catene che erano servite per unirle.
E noi ragazzi ci stavamo sopra a cavalcioni di questi “bomboloni” , perché all’apparenza sembravano materiali metallici, sì di origine militare, ma inoffensivi. Certamente inoffensivi per tutti noi, altrimenti nessuna persona responsabile, nessun padre di famiglia avrebbe portato i propri cari in quella zona, nessun genitore avrebbe permesso ai propri i figli di giocarci sopra!
E sono sicuro che anche gli organizzatori, i Dirigenti della Società Pietas Julia neanche s’immaginassero dell’ enorme quantità di esplosivo che vi fosse li depositato, peraltro senza nessuna protezione. Certamente se l’avessero solamente immaginato, mai avrebbero organizzato quella festa nella loro la Sede a mare.
LA RESPONSABILITA’
Ma qualcuno lo sapeva ed ecco l’occasione propizia per terrorizzare anche gli abitanti di Pola.
Chi lo sapeva, oltre agli inglesi, lo pretendeva come “bottino bellico” ed il comando inglese attendeva ordini superiori per decidere se accettare quella pretesa dell’OZNA.
Chi conosceva il materiale… lo ha utilizzato nell’occasione della festa d’italianità organizzata nella Spiaggia di Vergarolla. Classica azione di terrorismo contro gli italiani nella città di Pola, classico per l’OZNA fare come nell’Istria, dove agivano senza impedimenti.
Subito dopo l’attentato è stata fatta qualche indagine da parte del Comando Inglese unitamente a qualche membro dei Servizi Segreti Italiani, Nucleo dell’Arma dei Carabinieri. Questi però sono stati esclusi dall’investigazione appena è emerso che poteva esserci, e c’era, la responsabilità dei loro alleati Jugo. Così hanno cercato di evitare che emergesse quella partecipazione.
Ecco perchè mai, anche dopo, sia stata incaricata una Commissione d’inchiesta, mai un Processo che indicasse e condannasse i responsabili di questo vile ed esecrabile attentato.
Però dai documenti desecretati recentemente e reperiti ad oggi si legge :
a) nell’Archivio del Quartier Generale delle Forze Alleate emerge: «l’esplosione è stata causata di proposito da persone sconosciute». (certamente)
b) nelle carte del Nationl Archives di Kew Garden ( Londra), nella cartella “Sabotage in Pola” appare il nome di Giuseppe Kovacich come uno dei sabotatori. (da informativa dei Servizi Segreti dei CC).
c) dal National Archives di Londra: «attuata da persona qualificata all’uso dei detonatori ed esplosivi». (e Kovacich lo era)
d) altro personaggio emerso dalle indagini private dell’amico Lino Vivoda, e sul quale mai è stato indagato, è Nini Berliafa di Pola, dirigente dell’OZNA di Albona. Questi si è impiccato (sembra per altri motivi) ma ha lasciato un biglietto scritto, letto da un giornalista croato, dove egli confessava e di averlo fatto per le direttive dell’ OZNA (la Polizia politica di Tito). Dal libro di Vivoda: In Istria prima dell’Esodo).
e) via via emergono altre indicazioni di responsabili ma spesso con nomi decurtati o errati.
f) Nel libro OZNA – Il terrore del popolo, scritto dallo studioso della comunità italiana di Fiume William Klinger che, cercando nei documenti desecretati di Belgrado, questo scrive : «…la responsabilità non sarà mai individuata. L’archivio è piuttosto restrittivo. […] Gli ordini più compromettenti dell’OZNA – UDBA, venivano tassativamente distrutti al momento dell’ ordine a compierli».
William Klinger è uno storico di origine croata, con doppia nazionalità, che ha avuto accesso ed ha potuto visionare i documenti segreti di Belgrado. Nel 2015 a New York, mentre svolgeva una serie di conferenze sulla storia della ex Jugoslavia comunista, è stato “STRANAMENTE” assassinato!
g) Comunque si è saputo, da polesani che non volevano testimoniare, che dopo qualche giorno, in una Trattoria di Monte Castagner o Montegrande) un gruppetto ha festeggiato la riuscita dell’attentato.
Per oltre cinquant’anni si è evitato anche di parlarne sia in Italia, in Jugoslavia, poi in Croazia della Strage di Vergarolla.
Argomento tabù, come era il menzionare la sola parola “Foiba”!
Ma è evidente che sia stato un attentato criminale tendente ad intimorire la componente italiana della città e costringerla ad andarsene. E cosi è stato fatto!
Tutt’oggi, ma da sempre nei miei viaggi a Pola, io ho cercato di entrare nella spiaggia di Vergarolla per rivedere il posto e portare un fiore dove la zia Francesca e tanti miei amici che sono volati in cielo.
Ma ho sempre travato la zona recintata e controllata da guardie armate. Zona militare !
Qualche anno fa, un 18 agosto, dopo la Messa in ricordo delle vittime di Vergarolla fatta in Cattedrale, con un barcone siamo andati via mare a portare una corona di fiori che siamo riusciti a gettare in acqua non più vicino dei prescritti cinquecento metri di distanza dal luogo maledetto! Zona militare tanto importante? Potrebbe esserlo, ma non la ritengo! Dall’ alto della strada sempre ho solamente intravisto tra le maglie della cancellata qualche piccola vedetta della Guardia Costiera.
Ma addirittura due o tre anni fa, sopra il muro di recinzione, è stato posato un ulteriore filo spinato elicoidale, portando l’attuale chiusura ad oltre tre metri di altezza. Questo dimostra che Vergarolla è tutt’ora, anche per la Croazia, un tabù.
Direi anche che è una vergogna per chi ancora oggi cerca di non parlarne o di mascherarla inventandosi le più assurde altre cause dell’ esplosione!
Infatti di assurdità su quanto visto e accaduto a Vergarolla ne sono state dette e scritte tante, forse per creare confusioni e deviazioni, ma anche per protagonismo di persone che vogliono mettersi in evidenza . Ne cito qualcuna :
a) la prima mi riguarda direttamente, per quanto dettomi da un mio parente rimasto che, nonostante sapesse che io c’ero, ero li presente e che in famiglia siamo stati colpiti in pieno… e lui mi “rivela”: «Vergarola xe sciopada perchè i moni de Italiani se ga meso a cusinar rente le mine bisteche le mine…» (Intanto dagli Esperti ed anche dalla “Mine Squad”, è stato definitivamente chiarito che gli esplosivi non sarebbero potuti esplodere anche con fiamme od altro, a meno di non avervi rinserito la sua spoletta da persona qualificata nell’uso degli esplosivi).
b) qualcuno poi ha segnalato di aver visto micce accese che uscivano dal mare, «bagliori lunghi un metro e larghi la metà, prima dell’esplosione …» (io, lì vicino, non ho ne visto né sentito niente)
c) poi un uomo vestito con «abiti di lana», sospetto dato che teneva in mano una pietra (per tirarla a chi ? Alle cariche?)
d) in un libro scritto da un “testimone”, questo racconta che nello scoppio ha visto volare persone in aria… Poi si legge che lui era nella spiaggia di Stoia (che è a quasi un chilometro di distanza da Vergarolla e con una collina piuttosto alta nel mezzo). Rincara poi il tutto dicendo di essere subito corso a Vergarolla per portare aiuto e, arrivato, ha visto il mare pieno di cadaveri e di barche distrutte ed una enorme voragine (voragine dove? Siamo in riva al mare e nel caso si sarebbe allargato lo specchio d’acqua). Poi ho accertato che questo visionario soccorritore, autore della testimonianza, allora aveva nientemeno che 5 anni!
e) qualcuno ha scritto che quel giorno a Vergarolla era una bella festa con Stand gastronomici e banchi di vendita… evidente che non ha visto niente, perché non è vero niente! Eravamo nel dopoguerra!
f) ma leggo anche di gente che aveva saputo il giorno prima dell’attentato perché se n’era parlato in Mercato e negli uffici del Comune. (E nessuno aveva avvertito?)
g) ancora poi si citano matite esplosive che sarebbero potute servire come innesco, una piccola e vecchia barca, a remi o a motore, con la stella che dopo è sparita…
h) ma per me il più eclatante, il più assurdo, messo peraltro da Cristicchi anche in Magazzino 18, è il grido prima dello scoppio di una persona che ha urlato «Scampè, scampè che sciopa tuto». Ecco questo potrebbe essere solamente ipotizzando, ma ipotizzando… che l’autore del gesto criminale fosse un Kamikaze… Io, abbastanza vicino, ma anche la mia zia, non abbiamo sentito nessuno che urlava!
Questo del grido «Scampè…» per me è veramente incredibile. Come del resto le micce, i detonatori, le matite esplosive, su quali hanno scritto abbondantemente gli esperti escludendo praticamente tutto.
Io, che ero tranquillamente seduto sul pontile ad una sessantina ma non più di ottanta metri del punto maledetto, fino al colpo che ha preceduto lo scoppio, non ho né visto né sentito niente, nessun bagliore, nessun grido, nessuna persona di corsa impaurita. C’era un bel silenzio perché tutti, dopo mangiato, stavano riposando in attesa delle finali delle gare che dovevano svolgersi il pomeriggio e per proseguire nella altre manifestazioni programmate.
Tutte ipotesi sballate, anche perché l’esplosione è avvenuta con un collegamento elettrico e con l’apparato innesco trovato in una piccola cava nella Via Fisella. Lo stesso apparato usato nella miniera di Arsia e, ad Albona, dove c’era il Comando di Zona dell’OZNA.
Questo anche a conferma della testimonianza di mia zia Rosmunda Trani Bronzin che, benchè ferita e gravemente, era lucida ed è stata interrogata due volte, in Ospedale e successivamente da Ufficiali inglesi con un traduttore che era uno della Polizia Civile, quelli che noi chiamavamo i “Bacoli Neri”. Peraltro questo ha cercato più volte di confonderla e quanto traduceva agli Inglesi mia zia non poteva capirlo, non sapendo l’inglese. Comunque di queste due testimonianze non si è mai trovato traccia, perché sarebbe bene anche conoscere cosa questo abbia tradotto agli Inglesi. Mia zia , ha testimoniato quanto segue e più volte lo ha ripetuto anche a noi di casa: «Nella tarda mattinata ho visto una persona vestita di grigio, quindi non bagnante in costume, abbronzato e scuro di pelle e con il “naso grosso”, che stendeva un filo lo tagliava con un coltello e lo collegava “come fanno gli elettricisti”. Lo ha srotolato fino all’alto dell’ingresso a Vergarolla (allora l’accesso alla strada era diritto in salita) e poi non è più apparso sulla spiaggia»… La persona le era rimasta impressa perché il giorno prima, nel suo negozio alimentari di Via Kandler, lei stessa gli aveva confezionato un panino. Dalla descrizione, dai dati somatici, potrebbe essere stato quel Giuseppe Kovacich o Covacich citato anche nel segretato “Sabotage a Pola” dei Servizi Inglesi. (Nei dati somatici riportati si descrive un naso aquilino quello che mia zia descrive come «naso grosso o grande»…)
Quanto sopra poi è stato anche confermato in un intervista fatta all’ex Sindaco del Libero Comune di Pola in Esilio, Lucio Tito Sidari, dove parla di un sopraluogo fatto il giorno successiva a Vergarolla dall’Ufficiale Italiano Giuseppe Nider e un Ufficiale inglese, i quali hanno trovato il filo elettrico che saliva verso la via Fisella e attraversata, finiva in un piccola cava di pietre dove c’era il contatto elettrico. QUESTA È UNA DELLE VERITÀ DI VERGAROLLA.
Nell’incognita sulle responsabilità, sono state avanzate mille ipotesi, arrivando addirittura a dire che potevano essere stati gli stessi gli italiani, ma anche gli Americani, i Francesi che avevano interessi nel quadro giuliano (?), qualcuno tira in ballo formazioni partigiane Osovane… E via così allargandosi all’infinito.
Io ritengo sia esatto partire dal detto latino: “Cui prodest?”
A chi INTERESSAVA far paura alla persone, tutte italiane, presenti a quella manifestazione d’italianità? Chi voleva impaurire anche tutta la gente della città di Pola?
Chi scriveva a Pola di notte nei muri “FORA I TALIANI”…?
La Strage è stata fatta da chi era alleato dei vincitori della guerra, ecco anche perché qualsiasi indagine è stata interrotta subito e segretata.
IL SILENZIO
Nel silenzio generale debbo anche dire anche noi, polesani e istriani, dalmati e fiumani, dal dopo esodo mai abbiamo parlato, mai abbiamo messo in mostra le nostre passate traversie.
Ho anche una mia testimonianza in famiglia. A mio fratello Fulvio, che è nato a Pola nel novembre 1946 e l’abbiamo portato esule in fasce, quando stava diventando grande e chiedeva… a lui mio padre non voleva mai raccontargli di quanto da noi subito, di quei momenti particolari della nostra famiglia dei quali lui non voleva ne venisse a conoscenza. E, se mio fratello, che non c’è più, ha saputo qualcosa, sono stato io a parlarne, fra noi fratelli.
Certamente questa attuale nostra apertura nel parlarne, nel raccontare , nel testimoniare è stata conseguente alla proclamazione della Legge sul “Giorno del Ricordo” . Da allora tanto, veramente.
Ma effettivamente anche prima io ho fatto qualche incontro, qualche Conferenza, ma quasi sempre nei e di conseguenza ai nostri “Raduni”.
Per esempio a quelli dell’Ultima Mularia de Pola, che sono iniziati negli anni Ottanta, era programmato tutto il pomeriggio del sabato, nella Sala riunioni dell’Hotel che ci ospitava, la discussione aperta con “ciacole” politiche su qualsiasi fatto ed problema del nostro Esodo. Noi ne parlavamo, fra noi!
Il silenzio generale sul nostro passato è stato come per le Foibe; non se ne doveva parlare! Le poche indagini fatte hanno puntato il dito almeno su due individui, elementi del quale per uno ne ho avuto la conferma della sua partecipazione direttamente da un suo parente. Lui c’è! L’altro è segnalato anche nel “Sabotage a Pola” e nelle testimonianze. E in loro potrebbe esserci anche una delle ragioni per cui non si doveva ed è scomodo tutt’ora parlarne.
Si perchè ambedue hanno una protezione di inattaccabilità che in Italia è importante. Attenzione! I due citati erano italiani, uno era un artificiere dell’ex Regio Esercito italiano, poi diventato partigiano… ovvio, con la stelletta rossa. Anche l’altro era italiano, partigiano pure lui, anche lui con la stelletta rossa…
Sarà questo una della ragioni di questo silenzio? Forse…
IL NOSTRO EROE .
Non posso chiudere questa testimonianza senza menzionare il nostro Eroe, il chirurgo dott. Geppino Micheletti.
Quel giorno festivo, essendo assente dalla città anche il dott. Caravetta, chirurgo e Direttore all’Ospedale Santorio, il dott. Geppino Micheletti era in reperibilità domiciliare. Non potendo esserci a Vergarolla, ha ceduto alle pressioni dei figli Carlo e Renzo che volevano andarci con lo zio, fratello del dottore, la zia ed altri parenti.
Il dott. Micheletti, da casa quando ha sentito l’enorme esplosione che ha anche frantumato i vetri delle sue stanze, prevedendo il conseguente arrivo all’Ospedale di feriti, vi si è precipitato e già all’esterno ha iniziato a porgere le prime cure ai primi feriti (c’è una foto). Non sapeva dove era avvenuta l’esplosione e quando gli è stato riferito Vergarolla come luogo-.. è immaginabile la sua angoscia, il suo tormento. In quella spiaggia aveva i figli, il fratello, la cognata… tutti i parenti.
Comunque ha continuato ad intervenire sui feriti sperando di non trovare fra loro i corpi dei figli, del fratello…
Della loro sorte però lo ha saputo quasi subito, mentre stava operando una mia zia.
Tutti morti. Il corpo di Carlo steso a terra nel corridoio; del piccolo Renzo, di 6 anni, è stata trovata solo una scarpetta, è sparito, volato in paradiso come gli altri bambini ed insieme a tanti altri innocenti! Anche del fratello, della cognata non è stato trovato più niente. Questo Eroe, lo ripeto Eroe, nonostante la tragedia famigliare, ha continuato ad operare tutta la notte fino al pomeriggio successivo, salvando tanti dei numerosi feriti.
Anche due mie zie Rosmunda e Gina, quest’ultima rimasta in coma per una quindicina di giorni, sono state salvate da lui.
Come tutti i polesani, il dott. Micheletti è esodato dichiarando che se ne andava anche perché «non avrebbe voluto un giorno curare gli assassini dei suoi figli».
È andato a Narni dove è entrato in chirurgia dell’Ospedale dove poi è diventato primario. Io l’ho rivisto a Spoleto, credo nel 1948, alla nomina ad Arcivescovo del nostro Vescovo Radossi. Mi ha riconosciuto e chiamato per nome e nel suo sguardo, ritengo ci fosse un pensiero a quando, a Pola, mi vedeva insieme a Carlo.

Ha avuto riconoscimenti anche dalla città di Pola quando ancora era italiana, ma per tanti anni mai un riconoscimento a livello nazionale.
In più occasioni è stato promesso un riconoscimento, anche qualche anno fa dall’allora Ministro Beatrice Lorenzin (di origini istriane), nell’ occasione della ricorrenza della Strage, a Pola e davanti al Cippo.
Promesse, proposte, citazioni… mai mantenute per ben 79 anni.
Finalmente ora, siamo nel 2025, grazie anche ad un libro scritto su di lui da un Docente di Storia della Medicina nell’Università di Firenze, il Prof. Duccio Vanni, ha avuto un riconoscimento a livello nazionale con la menzione: «Al Merito della Sanità Pubblica Italiana».
Altro recentissimo riconoscimento, con l’istituzione a livello nazionale del Premio “Dott. Geppino Micheletti” da assegnarsi annualmente ai medici che si sono distinti nella loro missione, con opere, con studi, scoperte e professione.
Ecco perché Geppino Micheletti è, e rimane, per noi, ma anche per tutti, “UN EROE”!
Claudio Bronzin
Firenze, agosto 2025
Language
English











