L’Unione Italiana ha ricordato il professor Borme
Mercoledì, 6 agosto, nel 33° anniversario della scomparsa, le istituzioni della comunità nazionale italiana autoctona nell’Adriatico orientale hanno ricordato il Prof. Antonio Borme, primo Presidente della nuova Unione Italiana.
La cerimonia è stata organizzata, unitariamente dall’Unione Italiana, dalla Comunità degli Italiani “Pino Budicin” di Rovigno, dal Consiglio della Minoranza Nazionale Italiana autoctona della Regione istriana e dal Consiglio della Minoranza Nazionale Italiana della Regione Litoraneo-Montana hanno. Alla commemorazione hanno preso parte il Presidente dell’Unione Italiana, Maurizio Tremul, il Presidente onorario dell’UI, il Prof. Giovanni Radossi, il Presidente dell’Assemblea dell’UI, Paolo Demarin, la vicepresidente della Giunta Esecutiva dell’UI, Roberta Grassi Bartolić, la Vicepresidente della Regione istriana della Comunità Nazionale Italiana, Jessica Acquavita, la Vicesindaca della CNI di Rovigno, Gianfranca Šuran, il Consigliere dell’Assemblea della Regione Istria, David Modrušan, il Presidente del Consiglio della Minoranza Nazionale Italiana autoctona della Regione istriana, Ennio Forlani, il Presidente e il Vicepresidente del Consiglio della Minoranza Nazionale Italiana della Regione Litoraneo-Montana, Mauro Graziani, rispettivamente Mario Simonovich, la Presidente e il Vicepresidente della Comunità degli Italiani “Pino Budicin” di Rovigno, Viviana Benussi, rispettivamente Gianclaudio Pellizzer, la Preside della Scuola Media Superiore Italiana di Rovigno, Ines Venier, il polesano Bruno Cergnul, l’umaghese Pino Degrassi ed il dignanese Sandro Manzin. La cerimonia si è svolta assieme ai famigliari del Prof. Borme, Miriam con il marito Franco e Giuseppe con la moglie Ljerka.
Dopo il saluto iniziale di Viviana Benussi, del Presidente e del Vicepresidente della Comunità degli Italiani “Pino Budicin” di Rovigno e prima che intervenisse anche Giuseppe Borme, ha preso la parola a nome di tutti i presenti Maurizio Tremul, di cui pubblichiamo l’intervento.
Fonte: Maurizio Tremul – 07.08.2025
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Possiamo affermare, senza tema di essere smentiti, che gli anni 1960-70 della nostra storia, sono gli anni sotto l’egida e la guida del Prof. Antonio Borme. Poco più di un decennio, caratterizzato dal risveglio della Comunità Nazionale Italiana, allora, nella ex-Jugoslavia; di rinascita delle sue strutture organizzative e istituzionali.
Il 30 giugno 1963, l’XI Assemblea dell’Unione degli Italiani dell’Istria e di Fiume (di seguito: UIIF) di Rovigno elegge il Prof. Borme alla Presidenza dell’organizzazione. Ci rimarrà fino al 13 settembre 1974, quando cesserà bruscamente il suo mandato a causa della sua defenestrazione politica avvenuta durante la drammatica riunione del Comitato dell’UIIF.
In questi 11 anni Borme ha scritto un capitolo importantissimo della nostra storia.
Nacquero in quegli anni, con il determinante apporto del Prof. Borme, il CPLA (Circolo dei Poeti, Letterati e Artisti della CNI), la rivista “La Battana”, il Centro di Ricerche Storiche di Rovigno, il Dipartimento di Pedagogia di Pola.
Furono gli anni in cui vennero istituzionalizzati i primi concreti rapporti e interazioni con la Nazione Madre, per il tramite della nascente collaborazione con l’Università Popolare di Trieste.
I Circoli vennero trasformati in Comunità degli Italiani quali soggetti culturali e di rappresentanza politica dei connazionali a livello locale sul territorio d’insediamento storico della Comunità Nazionale Italiana della Croazia e della Slovenia (di seguito: CNI).
Sono gli anni dello scatto d’orgoglio civile di una nuova classe dirigente che perseguiva il grande disegno della soggettività politica della CNI, che intendeva affermare la sua autonomia per fermare l’assimilazione strisciante che stava depauperando le nostre fila.
Al riguardo scriveva Borme nel 1989: “A mio giudizio non esiste un’assimilazione volontaria; essa viene addotta nelle analisi sociologiche con l’intento di giustificare gli effetti di un trattamento discriminatorio. In condizioni di perfetta uguaglianza nazionale sia formale sia operativa, di pari dignità e prestigio sociali di tutte le componenti, sono impensabili fenomeni di apostasia etnica spontanea; a nessuno passa neppure per la mente l’idea di rinunciare alle proprie peculiarità, perché è assente qualsiasi tipo di sollecitazioni psicologiche, materiali e giuridiche. Se i rilevamenti statistici scoprono processi assimilatori in atto, essi vanno imputati unicamente alla posizione subordinata dell’appartenente al gruppo minoritario” [1].
E proseguiva: “L’egemonia nazionale è totalizzante, investe la dimensione economica, politica e culturale, praticamente l’intera vita sociale della minoranza etnica e si concreta in iniziative di economia particolaristica e privilegiata, in emarginazioni e frustrazioni della cultura minoritaria, in esclusivismi e strumentalizzazioni ideologiche. Per quanto riguarda la nostra etnia, l’egemonia si è attuata mediante una crescente pressione assimilatoria diretta e indiretta, mediante l’azzeramento delle fonti economiche, mediante la slavizzazione delle istituzioni educative-istruttive nei contenuti e nei metodi, mediante l’alterazione arbitraria della toponomastica e dell’onomastica, della pubblicità visiva, mediante il potenziamento dei flussi migratori e degli spostamenti residenziali” [2].
Erano gli anni in cui si problematizzavano come troppo stretti territorialmente i confini di attuazione dei diritti della CNI previsti dallo Statuto Speciale annesso al Memorandum di Londra del 5 ottobre 1954, per cui si riteneva necessario andare oltre lo Statuto Speciale stesso. Obiettivo solo parzialmente raggiunto con il Trattato italo-croato sulle Minoranze del 5 novembre 1996!
Si operava per l’affermazione del ruolo politico della CNI e dell’UIIF a livello locale, con la revisione degli Statuti municipali in cui includere organicamente i diritti della CNI. L’azione coinvolgeva anche il livello nazionale, con la richiesta di significative migliorie legislative e costituzionali.
Nasceva la collaborazione con le altre minoranze, in primis con gli sloveni d’Italia, ovvero con la SKGZ (Slovenska kulturno-gospodarska zveza – Unione Culturale Economica Slovena).
Lo sforzo intellettivo, ideale e propositivo era incentrato principalmente sul nuovo Indirizzo Programmatico dell’UIIF, ovvero sui valori, sui principi, sugli obiettivi da raggiungere per la CNI. Le rivendicazioni delineate in quegli anni erano finalizzate all’acquisizione di una maggiore soggettività politica e sociale per l’UIIF.
Alla XIV Assemblea dell’UIIF di Parenzo del 23 maggio 1971 venne approvato l’Indirizzo programmatico e il nuovo Statuto dell’organizzazione, documenti sottoposti al vaglio e al giudizio dei connazionali attraverso un ampio dibattito pubblico. L’UIIF, secondo le intenzioni di Borme, doveva diventare l’organismo sociale di autogoverno della CNI, con un rilevante ruolo politico e sociale pubblico. Anche questo intendimento troverà attuazione solo più tardi con la nascita della nuova Unione Italiana.
L’attuazione operativa e concertata dei principi dell’Indirizzo programmatico venne affidata al “Programma d’azione”. Il nuovo Statuto, in sostanza, doveva essere lo strumento per una quanto migliore attuazione di tali valori e obiettivi.
Con gli inizi degli anni Settanta andava esaurendosi la flebile spinta democratica nella società jugoslava. Nuovi movimenti nazionalistici e separatisti agitavano la politica croata, quali quelli del Masovni Pokret, del Čakavski Sabor, della Matica Hrvatska. La CNI divenne ben presto bersaglio di queste forze nazionaliste.
Questi rigurgiti nazionalistici e la loro repressione portarono alla decapitazione dell’UIIF che sprofondò in una profonda crisi. La decisione fu imposta dalle strutture politiche esterne alla CNI, e anche allora, la sua esecuzione fu affidata ad un gruppo di connazionali.
Sul finire del gli anni ‘80 la società civile riprese fiato.
La riabilitazione di Antonio Borme coincise con il pubblico dibattito tenutosi a Capodistria il 19 gennaio 1988, a seguito delle centinaia di firme raccolte con la Petizione del dicembre 1987 tesa a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla grave situazione in cui versava la CNI.
Nacque “Gruppo ’88” e successivamente, nel 1990, il “Movimento per la Costituente” che portò alle prime libere, democratiche, universali e pluralistiche elezioni all’interno della CNI, il 25, 26 e 27 gennaio 1991. Movimenti in cui operò anche Borme, dando il suo contributo di esperienze e di conoscenza.
Il 12 giugno 1988, all’Assemblea di Gallesano del Gruppo ‘88 vi fu il primo intervento pubblico di Borme dopo quasi 15 anni.
Sul tema dell’unitarietà, che tanto ci affligge ora, il pensiero di Borme era chiarissimo, basti citare quanto disse durante i lavori dell’ultima Assemblea dell’UIIF tenutasi ad Albona il 10 novembre 1990: “Noi abbiamo bisogno di riproporre il tema dell’indivisibilità della minoranza italiana. La possibilità della sua divisione deve essere combattuta con ogni mezzo e con tutte le nostre energie, perché riuscirebbe catastrofica” [3]
Il 2 marzo 1991 a Pola l’ultimo Presidente dell’UIIF, Silvano Sau, dichiarò sciolta l’UIIF. Si formò l’Assemblea costituente della nuova organizzazione unitaria, democratica e pluralistica della CNI. Il 16 luglio 1991 a Fiume, nasceva la nuova Unione Italiana con l’approvazione del suo Statuto e dell’Indirizzo Programmatico.
La prematura scomparsa del Prof. Antonio Borme, il 6 agosto del 1992, ha privato la CNI del suo contributo in termini di idee, proposte, valori e indicazioni che sarebbero stati certamente estremamente preziosi per tutti noi.
Ho conosciuto Borme sul finire degli anni ’80, quando ero redattore, assieme ad Elvio Baccarini e con Ezio Giuricin nel ruolo di Caporedattore de “La Battana” che trasformammo in rivista engagé. Nel numerico dubbio (93-94) del 1989 (settembre-dicembre), pubblicammo il suo intervento, “La comunità italiana fra etnicità e Stato”. Nel successivo dibattito pubblico a Fiume, Borme poté finalmente riprendere la parola, in pubblico e in forma scritta.
Ebbi la possibilità di collaborare intensamente e creativamente con lui nei 17 mesi in cui abbiamo presieduto assieme la nuova Unione Italiana.
Al Prof. Borme va la mia, la nostra, infinita gratitudine. Gratitudine che estendo anche alla sua famiglia e a tutte le persone che hanno apprezzato il suo operato, la sua integrità e la sua dirittura morale.
Scrive Edgar Morin: “Il cammino verso l’avvenire passa per il ritorno alle fonti” [4].
Ritorniamo ad essere la grande famiglia che siamo stati per decenni.
Scrive ancora Edgar Morin: “Infine, è cosa buona essere buoni e ci si sente bene a essere per il bene; il senso della complessità permette di percepire gli aspetti differenti e contraddittori degli esseri, delle congiunture, degli eventi, e questa percezione favorisce la benevolenza” [5].
Concludo con questa speranza, che è anche un invito di umiltà: ritorniamo ad essere un popolo, una comunità, una famiglia. Operiamo nel bene per essere bene.
Grazie.
Maurizio Tremul
Note:
[1] Antonio Borme, “La comunità italiana. Fra etnicità e Stato”, pp. 115, in La Battana, N° 93 e 94, Nuova serie, “Etnicità e Stato”, anno XXVI, settembre-dicembre 1989, EDIT, Fiume, pp. 280. [2] Op. cit. [3] Ezio e Luciano Giuricin, “La Comunità Nazionale Italiana”, ETNIA X, V. 1 e 2, Rovigno, 2008, p. 363. [4] Edgar Morin, “Lezioni da un secolo di vita”, Mimesis edizioni (Milano-Udine), Collana: La sfida della complessità, 2021, pp. 160. P. 144. [5] Ivi, pp. 141-142.Foto: di Goran Žiković per gentile concessione dell’Edit – La Voce del Popolo
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