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August 5th, 2020
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In Dalmazia l’idea d’Italia…150 anni di storia

150 Anni Di Storia

Autore: Rosanna Turicnovich Giuricin

Ragionare con Lucio Toth di Storia di Dalmazia è come partire per un lungo viaggio, affascinante e chiarificatore, con la  leggerezza di chi ha esplorato ogni anfratto delle vicende che la riguardano, azzardando conclusioni e interpretando il pensiero del tempo.
Affrontiamo per tanto il tema dei 150 anni dell’Unità nazionale ricordando il contributo che a questo processo di unificazione hanno portato regioni che successivamente le vicende della storia hanno distaccato dal territorio nazionale, come l’Istria, Fiume e la Dalmazia.

E’ importante farlo, spesso però non se ne vede la ragione, lei ha questa sensazione?

“Era così nel passato, per fortuna i tempi cambiano. Nel celebrare oggi un evento che tende a rinsaldare l’identità italiana non è pensabile escludere regioni e luoghi che fanno parte della memoria della nazione, come hanno più volte dichiarato ufficialmente i Presidenti della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano. Anche di recente, nell’incontro di Pola del 3 settembre scorso, il Presidente Napolitano ha voluto ricordare pubblicamente questo contributo dei tre elementi costitutivi dello Stato: popolo, territorio, strutture istituzionali, la perdita del secondo non comporta la cancellazione di chi fa parte del primo”.

L’Istria, Fiume e la Dalmazia entrano a far parte per la prima volta dello Stato nazionale italiano in età contemporanea nel 1805 quando vengono annesse al Regno d’Italia. Ma Venezia continuava ad essere presente, fino a che punto?

“La nostalgia in Dalmazia per il buongoverno della Serenissima si incontrò con la diffusione delle idee liberali nelle élites civili e militari di tutte le province adriatiche dell’Impero austriaco considerate culturalmente “italiane”. E ciò malgrado gran parte dell’aristocrazia si sentisse protetta dal governo imperiale e la maggioranza della popolazione rurale fosse acquisita all’obbedienza verso la corona, soprattutto per l’influenza del clero sloveno e croato prevalentemente legittimista. Va notato però che fino al 1853 la Dalmazia fu esonerata dal servizio militare obbligatorio per la tenace opposizione delle popolazioni rurali e montane. Nelle città e nelle borgate si formarono nei decenni tra il 1820 e il 1840 le società segrete, con diverse denominazioni e più o meno legate – secondo i rapporti dell’imperial- regia polizia – alle logge massoniche italiane, analogamente a quanto avveniva in altri Stati italiani”.

Collegate direttamente con la Carboneria?

“Solo in parte, e questa cosa è davvero incredibile. A mobilitare queste associazioni, molto contribuì invece la solidarietà con la guerra d’indipendenza greca, in forza dei legami culturali e politici con l’aristocrazia e la borghesia greco-veneta delle Isole Ionie, anch’esse appartenute all’Europa napoleonica e ora sotto amministrazione inglese, che favoriva i moti anti- ottomani sul continente greco. E’ nota l’amicizia di Ugo Foscolo, nato a Zante ed educato a Spalato, ove viveva la sua famiglia, con i patrioti greci Calvos e Solomòs. Come è noto l’esilio a Corfù di Niccolò Tommaseo per sottrarsi alle persecuzioni austriache. Nobili istriani e dalmati parteciparono personalmente alla guerra d’indipendenza ellenica, come Pasquale Besenghi degli Ughi da Isola d’Istria. Primo Presidente della Repubblica Greca fu tra l’altro Ioannis Capodistria, nobile corfiota di origine e cultura istro-veneta. “Greci del Silenzio” era anche il nome di una delle prime società segrete diffusa nella regione. Un’altra si chiamava “Esperia”, con richiamo più diretto ai moti per l’unità d’Italia. Né mancava una componente di cattolici liberali, la “Setta dei Guelfi”. Alla società Esperia, sorta tra gli ufficiali veneti, istriani e dalmati dell’Imperial-Regia Marina Austro-Veneta, appartenevano anche i fratelli Emilio e Attilio Bandiera (la cui madre era di origine dalmata). Alcuni di questi gruppi confluirono nella mazziniana “Giovane Italia””.

Ma era solo la politica a “trattenere” ancora questo legame con l’altra sponda dell’Adriatico o persistevano altri motivi?

“Questi legami debordavano. Un esempio significativo: un elemento che comprova il coinvolgimento della Dalmazia nel processo risorgimentale è la partecipazione di esponenti della cultura dalmata ai Congressi degli scienziati italiani che si tennero a Torino a Genova, a Napoli negli anni che precedettero il 1848. Come osservò il geologo Lorenzo Pareto esse furono “istituzioni che più grandemente concorsero a dilatare in Italia l’amore delle scienze e a disporre gli animi agli abitanti di tutta la Penisola a riguardarsi come figli della stessa Patria.” In un libro edito a Milano da Stella nel 1844, “L’Italia Scientifica”, dedicato ai primi cinque congressi annuali degli scienziati italiani (1839-1844), si trovano tra i mille studiosi che vi avevano preso parte dalmati, oltre a istriani, triestini, trentini. Nei rapporti della polizia austriaca la partecipazione a questi congressi di sudditi imperiali era segnalata come un pericoloso marchio di sovversione. E gli scienziati che ci andavano erano fatti oggetto di speciale sorveglianza. Tra i dalmati troviamo infatti autentici protagonisti di queste riunioni: lo zaratino Pier Alessandro Paravia, Giuseppe De Derchich, docente all’Università di Padova, il botanico Roberto De Visiani, di Sebenico, anch’egli cattedratico dell’Ateneo patavino, Gaetano Modena, direttore di studi filosofici del Regio Liceo di Zara, il raguseo Giorgio Obad e l’altro dalmata di Lésina Giorgio Plancich, docente al Liceo di Gorizia, e Antonio Radmann, da Spalato”.

Queste le premesse di un autonomismo che si rilevava anche nelle richieste all’Imperatore stesso dopo le rivoluzioni europee del 1848. Che cosa chiedeva la Dalmazia?

“Si chiedeva in Istria, Fiume e Dalmazia, la Costituzione e il mantenimento dell’autonomia delle tre entità. Anima del movimento erano i ceti intellettuali italiani allora al governo delle amministrazioni locali. Fu costituita nelle città la Guardia Nazionale composta da cittadini “per assicurare l’ordine pubblico”. Il movimento mantenne un profilo prevalentemente legittimista verso Vienna, ottenendo l’acquiescenza delle autorità imperiali. Non mancarono però episodi significativi come la richiesta del Comune di Spalato di aderire alla rinata Repubblica Veneta e la progettata ribellione di Zara e della sua guarnigione al comando del colonnello Sirtori, rinviata poi per volontà del Tommaseo, codittatore del governo rivoluzionario veneziano”.

Tutto ciò spinse le genti dell’Adriatico Orientale a partecipare anche alle guerre di indipendenza…

“In particolare alla Prima Guerra d’Indipendenza, con l’adesione di centinaia di volontari istriani a dalmati a difesa della Repubblica di Venezia e della Repubblica Romana e nelle file dell’esercito piemontese. A Venezia, oltre a Niccolò Tommaseo, con Daniele Manin alla guida della Repubblica, molti membri del governo erano dalmati e istriani: il ministro della Marina e della Guerra Antonio Paulucci, Matteo Ballovich, Sovrintendente alla Marina, Leone Graziani, Vincenzo Solitro, Matteo Petronio. Si formò un’intera Legione Dalmato-Istriana. A Roma collabora con i Triumviri il liberale raguseo Federico Seismit-Doda (autore de “la Romana”, l’inno dei difensori di Roma), che più tardi sarà ministro nel Governo Crispi. E nella difesa della città si distinsero numerosi volontari dalmati e istriani. In Ungheria i coscritti fiumani nell’esercito ungherese costituirono una “Legione Fiumana”, composta da italiani, che combatté a fianco degli insorti ungheresi. Alla “normalizzazione” dopo la sconfitta di Novara e al ritiro della Costituzione da parte dell’Imperatore seguì un’aspra repressione dei quadri amministrativi e militari che avevano preso parte, in patria o fuori, agli eventi rivoluzionari: condanne al carcere e all’esilio, assegnazione dei militari semplici alle compagnie di disciplina, allontanamento dai pubblici uffici di funzionari e magistrati. Per tanto, la proclamazione del Regno d’Italia nel 1861 venne salutata con manifestazioni di entusiasmo nelle città del litorale austriaco. Molti dalmati e istriani militavano nelle formazioni garibaldine e nell’esercito italiano. Si instaura tuttavia nei territori un clima di ansia e di tensione, per il deciso mutamento del governo di Vienna, sempre più favorevole all’elemento sloveno e croato. Nel 1861 alla richiesta del Parlamento di Vienna di inviare una delegazione istriana la Dieta Provinciale, riunita a Parenzo nella biblioteca del palazzo de Vergottini, risponde:”Nessuno”. La stessa risposta daranno alle richieste di partecipare alla Dieta di Zagabria la Dieta della Città Libera di Fiume e la Dieta Dalmata, riunita a Zara: “Nessuno”. Le “Diete del Nessuno” resteranno un punto fermo dell’orgoglio nazionale italiano fino alla prima guerra mondiale”.

E anche nel conflitto gli Italiani dell’Adriatico Orientale prendono posizione a costo della vita. Saranno capiti?

“Migliaia furono i “volontari irredenti” nella marina e nell’esercito italiano con un alto tributo di eroismo e di sangue. Sono rimasti nell’immaginario collettivo, vicino al socialista trentino Cesare Battisti, i triestini Scipio Slataper e Spiridione Xidias, gli istriani Fabio Filzi, Nazario Sauro, Giani e Carlo Stuparich, il dalmata Francesco Rismondo. Febbrile fu l’attività dei politici giuliani e dalmati rifugiati a Roma anche in occasione del Patto di Londra con l’Intesa dell’aprile 1915, anche se prevalsero in quella sede, nel profilo dei futuri confini, criteri di carattere prettamente militare, anziché quelli di carattere linguistico, storico e culturale suggeriti dagli irredentisti delle regioni interessate. Altri due fenomeni significativi con carattere di massa fu l’internamento nelle province continentali dell’Impero austro-ungarico di oltre 50.000 civili di nazionalità italiana provenienti dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia, con interi consigli comunali, come quello di Zara, guidato dal podestà Luigi Ziliotto. Tra i tanti protagonisti del periodo della grande guerra si devono ricordare accanto a quelli già citati, Roberto Ghiglianovich (1863-1930), Francesco Vidulich, di Lussinpiccolo; i tre Fratelli Solitro di Spalato; Luigi Lapenna, nato a Signo presso Spalato; Nicolò Trigari, di Zara; Carlo Tivaroni, una vita di avventura garibaldina e di responsabilità amministrative al servizio dello stato italiano; Arturo Colautti, giornalista e scrittore; Natale Krekich, di Scardona; Ercolano Salvi, spalatino; Giovanni Lubin, di Traù; Oscar Randi, zaratino; Antonio Cippico, di antica famiglia di Traù, senatore del Regno, come gli spalatini Antonio Tacconi e Alessandro Dudan. Ad essi si deve l’ampio materiale di storia dalmata custodito nella Biblioteca del Senato. E ancora Antonio De Micheli, di Sebenico. Né si può dimenticare la stampa italiana in Dalmazia dal Risorgimento alla prima guerra mondiale, come : “Osservatore dalmato” – Zara – dal 1853 al 1855 -Redattore Giacomo Chiudina; la “Rivista Dalmatica” – Zara – dal 1889 al 1943 – Fondatori: Roberto Ghiglianovich e Luigi Ziliotto, che ha ripreso le pubblicazioni a Venezia dal 1953 e successivamente a Roma, fino ad oggi; “La Domenica” Giornale illustrato – Zara 1891 – Direttore S. Ferrari-Cupilli; “La rassegna dalmata – Smotra Dalmatinska” Supplemento bilingue all’”Avvisatore dalmato” – Zara – 1891-1892 – Direttore Petar Kasandic; “La Voce dalmatica” – Giornale economico-letterario – Zara – dal 1860 al 1863 – Redattori: Cosimo Begna, Giuseppe Ferrari-Cupilli, Vincenzo Duplancich; “Il Dalmata” – Zara – dal 1865 al 1916 – Direttore Gaetano Feoli, che ha ripreso le pubblicazioni a Trieste dal 1996 ad oggi come bimensile, diretto dal nostro Renzo de Vidovich”.

Alla luce di quanto detto, quale bilancio si può fare del contributo delle nostre genti all’Unità d’Italia?

“Non può che essere un bilancio amaro. L’esperienza ci permette di considerare che quell’anno, il 1861, segnò il progressivo deperimento della presenza italiana autoctona in tutta la regione adriatica tradizionalmente considerata dall’impero austriaco come “province italiane”, per la lingua ufficiale usata e la comune considerazione in cui eravamo tenuti all’interno della composita monarchia asburgica. Nella nuova situazione creatasi con la cessione del Veneto nel 1866 tutto il peso politico, culturale, economico che la componente italiana esercitava all’interno dell’Impero definito dal Congresso di Vienna era perduto. Messe insieme la Lombardia, una delle regioni più ricche dell’impero sul piano agricolo, commerciale e industriale, il Veneto, anch’esso abbastanza progredito in agricoltura per la recente canalizzazione idrica, le due città di Venezia e di Trieste, la prima con il suo prestigio storico-artistico e la sua consistenza demografica, la seconda fervida di traffici e lanciata con il suo porto verso un avvenire di sviluppo, costituivano la parte più bella e preziosa dei territori imperiali.
Con la perdita di Milano e Venezia restava all’Austria Trieste col suo porto e le potenzialità strategico-militari delle coste istro-dalmate. Fiume era appena all’inizio del suo sviluppo. Le tre “Diete del Nessuno” del 1861 a Parenzo, a Fiume e a Zara furono la prima disperata risposta degli italiani per difendersi da questa pressione: opporsi all’annessione alla Croazia per conservare l’autonomia regionale e le autonomie municipali. Era l’unica strategia ragionevole. L’Istria e il Trentino erano stati da Cavour stesso rinviati ad un’altra generazione. E ce ne vollero tre per arrivare al 1915. Che fare allora? Non restava che dichiararsi leali alla Monarchia, approfittando dell’accordo austro-ungherese del 1867 e della conseguente divisone in due delle province imperiali, tenendo il più lontano possibile l’ipotesi “trialista” voluta dai partiti slavi della Dieta imperiale, che avrebbe equiparato la componente slava a quella tedesca e magiara, schiacciando definitivamente la presenza italiana. Fu questa la strada seguita per oltre trent’anni dai partiti autonomisti, guidati da uomini di grande livello politico come il dalmata Luigi Lapenna. La debolezza del nuovo Stato unitario italiano era sotto gli occhi di tutti. Avversato dalla Chiesa Romana, tormentato e impegnato per tre anni in una sanguinosa guerra contro il brigantaggio meridionale – che aveva tutti i caratteri di una guerriglia politica fomentata dall’esterno – sconfitto militarmente per terra e per mare nella Terza Guerra d’indipendenza. Gli autonomisti, a difesa della lingua e delle loro posizioni politiche, dovettero vedersela da soli con le loro capacità economiche e l’attivismo dei loro capi, che sapevano appoggiarsi a grosse realtà finanziarie, come le Assicurazioni Generali e il Lloyd Austriaco, di cui mantenevano il controllo”.

Una risposta economica alle disattese speranze politiche?

“In effetti, fu paradossalmente in questo periodo che le classi dirigenti italiane di Trieste, di Gorizia, dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia seppero dimostrare la loro straordinaria vitalità economica, sociale e culturale, dando impulso alle industrie e ai commerci tra l’hinterland balcanico e il Levante e il mondo occidentale. Trieste e Fiume divennero tra gli scali marittimi più attivi del Mediterraneo e dell’Europa. Anche Spalato registrò una crescita inaspettata e le attrattive turistiche della regione, da Grado a Cattaro, la trasformarono nella “Riviera” dell’impero. L’Italia era tutta proiettata verso la sua fallimentare e dispendiosa politica coloniale, per la quale era indispensabile l’appoggio, più passivo che altro, della Germania e dell’Austria-Ungheria. L’ultimo decennio dell’Ottocento segnò l’agonia dell’Autonomismo dalmata. Riuscirono a difendersi Trieste, l’Istria e Fiume, coperta dall’ombrello ungherese, non più idilliaco, ma almeno non nemico. L’Irredentismo che ci viene quasi rimproverato fu l’ultimo sbocco di questa situazione e servirà ai governi italiani come esca e pretesto per entrare nella Prima Guerra mondiale. I vent’anni di amministrazione italiana nelle province irredente coincisero con la dittatura fascista ed aggravarono l’ostilità di sloveni e croati nei nostri confronti per una condotta del tutto inadeguata verso le forme di autonomia locale cui l’Austria ci aveva abituato e per un tentativo maldestro di assimilazione che, anziché imitare e incoraggiare il processo spontaneo che si era verificato nel passato – con l’italianizzazione volontaria degli immigrati nei centri urbani – lo trasformava in forzature più o meno coercitive estese alle aree rurali, le più gelose della loro identità nazionale. Paradossalmente l’appartenenza allo stato italiano rendeva più ostico un processo che le opposte pressioni austro-slave avevano in precedenza favorito”.

Il resto è storia recente, passata al setaccio ma che continua a pesare sul processo di superamento delle differenze di interpretazione dell’evoluzione politico-sociale di queste terre. Per fortuna interventi come quelli dei Presidenti dei tre Paesi interessati, negli ultimi anni a Trieste e poi a Pola, hanno suggerito nuovi approcci ad una tensione che, spogliata della sua negatività, può aiutare a costruire.