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Relazione del Prof. Paolo Segatti per il Giorno del Ricordo 2013

Segatti

Autore: Paolo Segatti

Relazione del Prof. Paolo Segatti per il Giorno del Ricordo 2013L’istituzione del Giorno del Ricordo nel 2004 ha rappresentato una svolta importante per la storia degli italiani che furono costretti ad abbandonare l’Istria e la Dalmazia. La Repubblica, con il voto a larghissima maggioranza del Parlamento, ha inteso, come recita l’art. 1, “conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”.
In passato le memorie degli istriani, fiumani e dalmati sono state custodite solo nelle famiglie e nel ricordo personale di chi ne fu coinvolto in prima persona. Furono spesso memorie afone. Quando di quelle vicende si parlava, se ne parlava usando le parole delle ideologie che hanno dominato la sfera pubblica del nostro paese. Ma quelle ideologie hanno spesso tradito il significato delle loro memorie.
In questi ultimi anni, grazie alla celebrazione del Giorno del Ricordo, ma anche ad iniziative meno note, ma non per questo meno importanti, come il tavolo al Ministero della Pubblica istruzione sui libri di testo per le scuole, i viaggi di studio in Istria, un numero crescente di italiani è forse più consapevole di prima del posto che l’esodo degli istriani, fiumani e dalmati occupa nella memoria della nazione, e della rilevanza che le loro vicende hanno anche oggi per la Repubblica e per l’Europa.
Non è stato comunque facile per molti italiani capire, al di la dell’umana solidarietà, il significato delle esperienze dei giuliani-dalmati. Ad impedirlo è stato il fatto che la memoria della guerra e delle sue conseguenze dei primi non coincideva con la memoria dei secondi. Per un italiano di Milano come di Napoli, il ricordo della fine della guerra e dell’inizio della ricostruzione copre un arco breve di anni, dal 25 aprile 1945 alla elezioni del 1948 quando, pur in mezzo a difficoltà e conflitti, è chiaro che la democrazia si sta consolidando e una storia nuova inizia.
Negli stessi anni invece si compiva la tragedia degli italiani del confine orientale. In tutta Italia il 25 aprile 1945 fu un giorno di festa. Ma sul confine orientale furono giorni quelli ancora di guerra e di grandi preoccupazioni non solo per la presenza di forze nazi-fasciste, ma anche per l’incerto futuro della presenza italiana in quelle terre. Anche il tricolore innalzato il 30 aprile sul municipio di Trieste più che indicare l’avvenuta liberazione, fu il segno che si apriva un nuovo e drammatico fronte di conflitto.
Il trattato di pace del 1947 fu percepito da molti italiani come la definitiva chiusura con il passato. Un’altra pagina poteva essere scritta. Ma per molti istriani, fiumani e dalmati fu il sigillo che chiudeva il libro della loro storia, l’evento che consentiva “lo sradicamento della quercia della cultura romana e poi veneziana dalla sponda orientale adriatica”, come scrisse Ernesto Sestan.
Vi furono proteste contro quella che fu percepita come una ingiustizia. Ma vi era anche la consapevolezza che la perdita della patria era parte cospicua del conto che l’Italia era chiamata a saldare per la guerra voluta dal fascismo. I giuliani capirono molto bene il senso profondo delle parole con le quali mesi prima De Gasperi si era rivolto alle potenze vincitrici. A loro non fu concesso di farsi illusioni o di dimenticare che le guerre perdute hanno un prezzo. Nel resto del paese ben presto in troppi si convinsero che l’Italia aveva addirittura vinto la guerra.
Arrivati in Italia, per il solo fatto di essere lì con le loro masserizie, i profughi portavano su di sé il segno di una guerra che molti italiani si erano già messi alle spalle e che volevano dimenticare.
Insomma per gli italiani in generale la memoria delle conseguenze della guerra è racchiusa in un arco di anni molto corto. Per chi è passato attraverso l’esperienza dell’esodo, o lo ha vissuto nel ricordo familiare, il lascito della guerra scandisce un tempo che si prolunga fin dentro gli anni cinquanta. Per gli istriani anche l’atteso ritorno dell’Italia a Trieste ebbe il sapore amaro della catastrofe che stava abbattendosi su quelli di loro che vivevano nella zona B, come ebbe a scrivere il senatore Taviani nel suo diario su “I Giorni di Trieste”.
Non è stato facile per molti italiani capire che le dinamiche che avevano sradicato gli italiani dalle loro terre erano parte della storia dell’Europa centrale ed orientale. Non fu facile perché l’enormità di quello che il nazifascismo fece in primis agli ebrei e poi ad altri popoli, il fatto che l’Unione Sovietica fosse parte delle potenze vincitrici concentrarono l’attenzione solo su quanto era accaduto nell’immediato dopoguerra, finendo per lasciare in ombra le modalità con le quali tra le due guerre si affrontò il problema delle minoranze nazionali interne ai vari stati sorti dopo la prima guerra mondiale.
Pensiamo alla tesi giustificazionista così diffusa in Italia sino a pochi anni fa, che spiegava le foibe e l’esodo come la conseguenza di quanto il fascismo fece agli sloveni e ai croati. Questa tesi dimenticava che le espulsioni di popolazioni avvenute nel dopoguerra non erano solo una ritorsione per quello che fecero i nazisti e i fascisti. Dimenticava infatti che quelle espulsioni furono anche un modo, nel caos del dopoguerra, per risolvere alla radice il problema delle minoranze. Ma quella tesi dimenticava soprattutto che politiche simili furono attuate anche prima e durante la seconda guerra, da molti paesi, ad iniziare dalla stessa Unione Sovietica, spesso in accordo con la Germania, e senza che le cancellerie democratiche se ne scandalizzassero poi tanto. Faceva parte della cultura del tempo.
Così in virtù del trattato di amicizia russo–tedesco del 1939 decine di migliaia di tedeschi furono trasferiti forzosamente dalle repubbliche baltiche in Germania. Ancora nel 1940 e nel 1941 vi furono trasferimenti forzosi di popolazioni tra Unione Sovietica e Romania; tra Romania e Bulgaria, tra Romania e Ungheria, tra Romania e Turchia, tra Finlandia e Urss, tra Bulgaria e Grecia, tra Germania e Svezia. Si potrebbe continuare. Quello che va sottolineato è che le politiche di spostamento delle popolazioni erano considerate legittime anche dai leader democratici, come testimoniano le aspettative di Beneš nel 1942 e dello stesso Churchill nel 1944 su quello che andava fatto nel dopoguerra per risolvere il problema delle minoranze. Del resto il primo esempio di trasferimento di popolazioni fu quello greco –turco sollecitato da Francia e Inghilterra nei primi anni venti.
L’espulsione dei giuliani e dalmati si inserisce dunque in un contesto territoriale dove il problema di un esteso pluralismo linguistico e culturale secondo la cultura del tempo andava preferibilmente risolto sulla base del principio: un territorio, uno stato e una lingua. In contesti di questo tipo, come ebbe ad osservare Ernest Gellner nel 1992, se gli stati sorti dopo la prima guerra mondiale volevano, come vollero, promuovere l’omogeneità culturale dei loro popoli, allora “molte, molte persone dovevano essere assimilate, o espulse o uccise”.
Ed è quello che è accaduto, prima alle minoranze alloglotte in Italia poi agli italiani del confine orientale, e a tutti gli uomini e le donne che si sono trovati in posizione di minoranza in Europa centrale e orientale tra le due guerre e dopo la seconda guerra mondiale.
A me pare che per molti italiani sia stato difficile capire le vicende dei giuliani-dalmati perché la natura del contesto nel quale queste si sono sviluppate risultava loro letteralmente incomprensibile.
Nonostante la grande varietà di culture regionali, il nostro paese è uno stato nazionale fortemente omogeneo. Anzi, la consapevolezza di far parte di una medesima koinè culturale si è sviluppata nelle classi dirigenti italiane molto prima del processo di unificazione statale. Il conflitto non riguardava l’appartenenza alla cultura italiana, ma semmai l’essere cittadini di un unico stato.
Arrivato però sulle sponde orientali dell’Adriatico lo stato nazionale italiano si è trovato d‘innanzi per la prima volta a popolazioni che parlavano altre lingue e aspiravano ad essere cittadini di altri stati. Spesso anche chi si sentiva italiano lo sentiva in modo diverso dal resto degli italiani, perché era consapevole che la sua identità era il risultato di una scelta fatta in opposizione ad altre scelte.
L’Italia liberale e il fascismo pensarono che fosse ancora possibile rendere culturalmente omogeneo ciò che omogeneo non era, anche con la forza. Finirono per tradire la stessa idea di italianità. Tradire nei fatti le ragioni per le quali tanti italiani del confine orientale avevano scelto di esserlo. Tacitarono quelle voci democratiche che proponevano soluzioni diverse al problema delle minoranze. Contribuirono alla fine a indebolire le radici della presenza italiana nell’Adriatico orientale.
Eppure, nonostante l’esodo degli italiani, l’Istria e la Dalmazia rimangono terre culturalmente plurali. Perché oltre agli italiani rimasti c’è una evidente domanda di cultura italiana. Si riscoprono legami secolari tra le due sponde dell’Adriatico. E anche Trieste e Gorizia rimangono territori dove non si parla una sola lingua. La prospettiva europea consente che si possano percorre strade che l’epoca dei nazionalismi aveva sbarrato e nel contempo sbarra definitivamente le vecchie strade percorse da irredentismi contrapposti.
D’altra parte, anche in Italia, come in Slovenia e Croazia e in altre parti d’Europa non è chiaro quale debba essere il rapporto tra stato, democrazia e nazione, tra cittadinanza e appartenenza nazionale, in contesti che rimangono culturalmente plurali. Interrogativi questi che un italiano di Milano come di Roma o uno sloveno di Lubiana può forse considerare privi di senso. Per tutti loro cittadinanza equivale a nazionalità.
Non è così per chi vive in un contesto culturalmente plurale. Costoro si devono porre il problema del rapporto tra cittadinanza e nazionalità, perché esso costituisce una fonte continua di tensioni tra diritti individuali e collettivi, tra separazioni etniche e integrazione civica.
Al riguardo ci sono di aiuto le parole con le quali Ella, signor Presidente, ha voluto richiamare l’attenzione sul problema della cittadinanza agli immigrati che sappiamo bene non sono paragonabili alle minoranze nazionali. Ma le sue parole vanno direttamente al nocciolo del problema posto dalle vicende dei giuliani e dalmati, quando sottolinea che non si chiede ai giovani immigrati “di ignorare le proprie origini”, ma si chiede loro di “contribuire al benessere collettivo condividendo lingua, valori costituzionali, doveri civici e di legge del nostro paese” (15 Novembre 2011).
Così dicendo ha voluto, a me pare, ricordare a tutti che il rispetto del pluralismo delle culture in una democrazia necessita di una idea di nazione adeguata, basata su una scelta consapevole di quali siano i valori pre-politici che vogliamo condividere tra appartenenti a culture diverse.
Agli istriani, fiumani e dalmati questa possibilità non fu data, come non fu data alle altre minoranze schiacciate dalla aspirazione di costruire stati culturalmente (o addirittura ideologicamente) omogenei in territori mistilingui, culturalmente plurali.
Ricordare oggi, a un anno dal centesimo anniversario dell’agosto 1914, le vicende degli italiani del confine orientale non è solo un atto di memoria delle loro speranze di vivere in sicurezza la loro italianità, un atto di riconoscimento della loro tragedia, ma dovrebbe essere anche un’occasione di riflessione su quanto di utile le loro esperienze possono ancora dare per il futuro del paese e dell’Europa.