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A quarant’anni da Osimo, il convegno di Coordinamento Adriatico

La prestigiosa cornice della Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale, un attento pubblico non solo di addetti ai lavori, ma anche di studenti interessati alle relazioni internazionali, un partecipato dibattito e relazioni ampie e dettagliate hanno caratterizzato lunedì 11 gennaio 2016 il convegno “A quarant’anni da Osimo. Il trattato Italo-Jugoslavo del 10 novembre 1975”, organizzato dall’Associazione Coordinamento Adriatico in sinergia con la SIOI stessa.

È stato il professor Giuseppe Parlato, docente di Storia Contemporanea all’Università degli Studi Internazionali di Roma, a fornire l’inquadramento storico della vicenda, insistendo lungamente sul timore reverenziale che i governi italiani di centro-sinistra manifestarono al cospetto della traballante Jugoslavia di Tito. Se, infatti, l’esperienza di governo centrista affrontò la questione del confine orientale e del fantomatico Territorio Libero di Trieste con l’auspicio di rimettere in discussione la linea etnica lungo la costa istriana, da metà anni Sessanta in poi Aldo Moro ed il Partito Socialista Italiano avviarono una Ostpolitik che appariva pronta alle più ampie concessioni nei confronti di Belgrado. Il modello economico dell’autogestione, il mito della lotta antifascista e lo schieramento fra i Non Allineati nel contesto della Guerra Fredda risultavano agli occhi della classe dirigente italiana di allora elementi di prestigio capaci di oscurare la crisi economica che attraversava la Repubblica federativa, le turbolenze che agitavano Kosovo e Macedonia e le paure di Tito di venire interessato dall’applicazione della dottrina Brežnëv della sovranità limitata. Invece di attendere la morte dell’anziano padre-padrone della Jugoslavia, la diplomazia italiana preferì avviare canali sotterranei di trattativa grazie ai quali addivenire ad un accordo seppur in maniera strana ed irrituale, tanto che il principale artefice ne fu il Direttore Generale del Ministero dell’Industria Eugenio Carbone. Avvennero grandissime trattative per giungere ad un accordo inutile, secondo Sergio Romano; si mise in evidenza una classe dirigente incapace di tutelare l’interesse nazionale, come scritto da Massimo De Leonardis: la protesta della piazza triestina e della comunità degli esuli istriani, fiumani e dalmati, non tenute in considerazione nel corso dei tanto laboriosi preliminari dell’accordo, furono la prova tangibile delle critiche mosse da autorevoli storici dei trattati internazionali.

Si è poi passati agli aspetti giuridici della vicenda con la relazione del professor Umberto Leanza, non solo già docente di Diritto internazionale all’Università Tor Vergata di Roma, ma anche membro della commissione tecnica Esuli-Ministero degli Affari Esteri avviata dal Ministro Renato Ruggero nel 2001. Forse perché i primi incontri con le controparti slovena e croata avvennero il fatidico 11 settembre di quell’anno, ma il percorso atto a fornire un quadro completo dei beni abbandonati, con riferimento non solo alla Zona A e alla Zona B del fantomatico TLT, portò pochi benefici concreti alla causa degli esuli. Emersero tuttavia 700 beni che erano sfuggiti al computo in base al quale venne stabilito l’indennizzo forfettario e vennero evidenziati casi di esproprio, nazionalizzazione e confisca precedenti alla firma del Trattato di Pace, compiuti da Belgrado in spregio alle norme internazionali che disciplinano i regimi di Amministrazione Militare, quale era la Zona B delineata dall’Accordo di Belgrado del 9 giugno 1945. Slovenia e Croazia si sarebbero poi dimostrati degni Stati successori nel compiere inadempienze riguardo il versamento degli indennizzi a loro carico. Gli accordi di Roma del 1983, infatti, imposero alla Jugoslavia con riferimento ai beni abbandonati nella ex Zona B del TLT il versamento di 110 milioni di dollari in tredici annualità a partire dal primo gennaio 1990: versate le prime due rate dal governo federale, l’implosione della vicina repubblica spostò poi tale onere su Lubiana e Zagabria. Queste ultime risultarono inadempienti nei versamenti a loro carico, tanto da configurare condizioni di nullità degli accordi e conseguente possibile richiesta di restituzione dei beni in oggetto, il ché era ormai materialmente irrealizzabile, ma c’erano sicuramente i margini per chiedere di rimpinguare l’indennizzo, cosa che lo Stato italiano non fece con adeguata convinzione.

La professoressa Ida Caracciolo della Seconda Università degli Studi Internazionali di Napoli ha collegato il Trattato di Osimo alla Conferenza di Helsinki sulla sicurezza e la cooperazione avvenuta nell’estate 1975, un’assise capace di creare il clima di collaborazione necessario per avviare a conclusione le intricate trattative. Per quanto riguarda la definizione della frontiera terrestre, la cessione di sovranità da parte italiana affondava le radici nel Memorandum di Londra del 1954, con cui le amministrazioni civili subentravano ai governi militari, per definizione circoscritti nel tempo, laddove a Osimo si definirono puntualmente le acque territoriali. Venne fissato un medium di 29 chilometri in base ad un principio di equidistanza dalle coste, ma la navigabilità non risultava uniforme, essendo sbilanciata a favore del versante jugoslavo: nonostante il diritto internazionale consolidato consentisse rettifiche per addivenire ad una situazione più equa, la delegazione italiana non se ne preoccupò. Quanto pattuito a Osimo, inoltre, abrogò il Memorandum londinese, ivi compreso lo Statuto delle minoranze, imponendo alle parti di attuare nuove norme parametrandole al defunto Statuto, dando luogo ad un misunderstanding interpretativo in merito all’estensione delle tutele a beneficio delle minoranze non residenti nelle ex Zone A e B. Con riferimento agli indennizzi, la docente ha sottolineo come l’articolo 76 del Trattato di Pace, in maniera ineguale, imponesse all’Italia la rinuncia a chiedere le riparazioni: Osimo derogò riconoscendo il diritto all’indennizzo, che la Jugoslavia come ricordato cominciò a corrispondere ratealmente, la Slovenia versò su un conto corrente della Dresdner Bank in Lussemburgo quanto di sua spettanza e la Croazia non erogò alcunché. Bisogna, però, precisare che l’accordo tra Lubiana e Zagabria finalizzato a suddividere quest’onere non sarebbe valido per il diritto internazionale, in base al quale si richiede un accordo trilaterale: l’inerzia italiana è valsa come un silenzio-assenso.

Numerosi gli interventi istituzionali e di rappresentanti degli esuli che hanno fornito spunti al dibattito ed arricchito le argomentazioni esposte, a partire dal Sottosegretario di Stato al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale Benedetto Della Vedova per giungere al Presidente della Federazione degli Esuli Istriani, Fiumani e Dalmati Antonio Ballarin, passando per il Senatore Lucio Toth, il Presidente della giunta esecutiva dell’Unione Italiana Maurizio Tremul e molti altri.

Tirando le conclusioni della giornata, Giuseppe de Vergottini, professore emerito di Diritto Costituzionale all’Alma Mater Studiorum Università degli Studi di Bologna, si è soffermato sulla storia dei rapporti italo-jugoslavi, riscontrando nella controparte balcanica una tenace politica di affermazione del potere e la propensione all’annessione di nuovi territori senza rispetto per le esigenze minime dei diritti umani, laddove la catastrofe dell’8 Settembre, congiuntamente alla resa incondizionata, all’accettazione dei Trattati di Pace ed al riconoscimento delle responsabilità nell’invasione della Jugoslavia nel 1941, ha condizionato l’atteggiamento della nostra classe dirigente. Venendo al Trattato di Osimo, l’insigne giurista vi ha riscontrato delle debolezze incredibili, a partire dalla futuristica idrovia dell’Isonzo, che avrebbe dovuto collegare il Danubio all’Adriatico, per giungere all’assurdità della Zona economica mista. La protesta giuliana condusse alla nascita della Lista per Trieste, primo movimento antipartitico e capostipite delle liste civiche, la quale aveva colto fra l’altro che nessun beneficio sarebbe giunto dalla paventata Zona Economica sul Carso, che ben presto sarebbe diventata una porta per l’ingresso di lavoratori jugoslavi a basso costo. Accostandosi alla trattativa bilaterale, inoltre, per gli jugoslavi la sovranità sulla Zona B era ormai intoccabile, laddove da parte italiana permaneva un atteggiamento equivoco che avrebbe condotto all’autoinganno di presentare alla Camera dei Deputati nella traduzione del testo ufficiale la parola boundery (linea di confine) come linea di demarcazione, vale a dire un termine che lasciava margini di ridiscussione. La Corte Costituzionale nel 1964 ribadiva che la sovranità italiana non era venuta meno né sulla Zona A né sulla Zona B del TLT, ma risultava soltanto “non esercitabile”, visto il carattere provvisorio e straordinario del Memorandum di Londra, documento anomalo ed eccezionale: la diplomazia italica non fu in grado di far rispettare i diritti legittimi.

Ricordiamo, infine, che è possibile sentire integralmente la registrazione del convegno sul sito internet di Radio Radicale: https://www.radioradicale.it/scheda/463361/a-quarantanni-da-osimo-il-trattato-italo-jugoslavo-del-10-novembre-1975

 

Lorenzo Salimbeni