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March 1st, 2024
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Cristicchi

Cristicchi tocca le corde di un mondo provato dalla storia: è standing ovation

Un pubblico commosso, in piedi, ha accolto a Trieste lo spettacolo di Simone Cristicchi Magazzino 18. Ha rivoltato la nostra storia come un calzino facendo la più bella sintesi che sia mai stata scritta…e rappresentata! Un miracolo…

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Trieste. Politeama Rossetti. “Come vorrei essere un albero, che sa dove nasce e dove morirà” è tutta qui l’essenza di uno spettacolo straordinario che racconta il dramma di un popolo intero, esuli e rimasti. Con le parole della canzone di Sergio Endrigo il cantautore romano Simone Cristicchi suggella un sentimento profondo, il dolore dello sradicamento che non è solo l’abbandono della propria terra per altri lidi, è il sapere di non poterci tornare, di non ritrovare le stesse cose, gli stessi posti, perché non ci sono più le stesse persone; è il dramma di chi è rimasto, perso in un mondo non più suo, con la sola certezza di essere italiano. E il rimpianto è tutto racchiuso in quelle poche parole di Pietro Soffici, grande musicista, esule istriano, che in una bellissima canzone si domanda “Coreva andar pel mondo? e tanto tribolar, per capir che tuto il mondo, lo gavevimo qua”. La musica, si sa, è motivo di elevazione spirituale, è il mezzo che tocca il cuore della gente; e quella di Cristicchi è semplice, quasi una ballata popolare, che snocciola storie e filastrocche, ma è potente, penetrante, risolutoria. “Masserizie abbandonate e mille facce in bianco e nero” canta mentre scorrono le immagini di cataste di sedie abbandonate nel Magazzino 18, “come si fa a morire di malinconia per una terra che non è più mia. Che male fa aver lasciato il mio cuore dall’altra parte del mare” e il Toscana imbarca a Pola povera gente, dignitosa nel dolore della partenza; immagini grigie, che il tempo ha sbiadito, ma proprio per questo ancor più evocatrici di quei tragici momenti.
Non dimentica niente nel suo musical civile, non tralascia alcunché della storia di quel disgraziato ‘900. Con poche e significative parole racconta di un mondo in subbuglio, dei gravi screzi tra italiani e slavi, già prima dell’avvento di Mussolini, dei militari ammazzati a Spalato, del Balkan bruciato a Trieste, dei soprusi del fascismo, mai ammessi, sulle popolazioni slave, della Risiera, del campo di internamento di Arbe, dove muore di stenti il padre di Tomislav. Una bambina legge una breve nota dell’accaduto in sloveno mentre la traduzione scorre sul fondo della scena. Il dolore, che avvolge tutto il teatro, immerso in un silenzio fragoroso, impedisce che su questo fatto si scateni il putiferio. La voce girava prima dello spettacolo, diceva che “si sarebbe fischiato” chiudendo così le polemiche degli ultimi giorni. Sconfitti, sono stati sconfitti dalla bellezza dello spettacolo, dalla sua poeticità, dalla sua intoccabilità. Cristicchi prosegue, racconta delle vendette dei partigiani di Tito, delle nefandezze non solo sui capi politici, sui gerarchi, in qualche modo responsabili di qualcosa; racconta dei prelievi di massa. Donne, uomini, vecchi e bambini finiranno nelle foibe senza sapere il perchè. “Li prendono – dice Cristicchi – solo per una formalità. Ma in quanti siamo su questo camion solo per una formalità!”. Non torneranno più. “Dentro la buca” canta un coro di bambini pestando all’unisono un bastone per terra. E’ il fragore dei corpi che cadono nelle foibe, mezzi ammazzati e mezzi vivi. E’ il sogno di Tito che vorrebbe compiersi, annientare la popolazione italiana, arrivare fino all’Isonzo con una nazione tutta e solo slava. E dentro la foiba finisce Norma Cossetto, bella, giovane, amica di un comunista italiano e sventuratamente figlia di un fascista del paese. Violentata per una notte intera da diciassette energumeni. Una donna dalla finestra di fronte – dice il cantante – vede tutto. E poi la fine, è il18 agosto 1946 a Vergarolla, lo scoppio di nove tonnellate di tritolo, cento morti e duecento feriti. Cristicchi racconta l’atto eroico del dottor Geppino Micheletti, che nonostante avesse perso nell’esplosione i figli Carlo e Renzo, di 9 e 6 anni, continuò ad adoperarsi per salvare le vite di altri. E L’Unità – dice – difende gli interessi jugoslavi definendo gli istriani “i servi del fascismo e dell’Italia fascista”.
Ma non finisce qua, il suo racconto non si esaurisce, un’ora e mezza abbondante di narrare fitto, il pubblico piange, si commuovono anche gli uomini. Mostra la foto di Marinella, un anno solamente, morta di freddo nel campo profughi di Padriciano, quell’inverno la temperatura era scesa a meno sedici. E gli uomini, tanti anonimi, che affogarono la loro sventura nell’alcol mentre una donna fu trovata impiccata ad un ulivo, non aveva retto lo strazio di non vedere più la sua casa. L’ultima tappa del suo racconto è Goli Otok, il calvario dei tanti italiani, cantierini emigrati in cerca del sol dell’avvenire, che avevano trovato la fine del loro sogno nel “campo di rieducazione” dell’isola calva, una pietraia. Era comunisti stalinisti caduti in disgrazia nel momento in cui ci fu lo strappo tra il baffone e Tito.
La FVG Mitteleuropa Orchestra, diretta dal maestro Valter Sivilotti, suona dietro un fondale. Apparirà solo al momento degli applausi. Il filo conduttore del racconto sono due personaggi. Uno è Persichetti, archivista romano mandato dal Ministero per l’inventario e il trasferimento di tutti i materiali del Magazzino 18. Il personaggio, che Cristicchi interpreta con la bravuta di un attore consumato, conferisce allo spettacolo pochi momenti lievementi comici, affondando nei luoghi comuni dei nomi delle città istriane, del Giuliano Dalmata , “chi è costui?” chiede il simpatico archivista al telefono con il direttore romano. Tolto l’impermeabile Persichetti diventa il fantasma delle masserizie, l’anima del racconto.
“Che cos’è il teatro se non la celebrazione di un rito, la lungimiranza della pìetas: gli uomini capiscono se stessi, gli altri e anche i propri nemici” diceva poco tempo fa Antonio Calenda, regista dello spettacolo. L’importante ora è che lo spettacolo sia visto, per compiere questa catarsi, ma soprattutto perché l’odissea del popolo istriano tutto sia finalmente conosciuta dai tanti che, come il Persichetti, l’hanno sinora ignorata

L’Osservatore Adriatico