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March 3rd, 2024
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Simone Cristicchi

“E’ finito il tempo delle canzonette”

Simone Cristicchi spiega perché i suoi spettacoli sono sempre più legati alla nostra regione: dopo il gran successo di ‘Magazzino 18’ e la presenza al ‘Mittelfest’, un progetto ancora top secret.

Ha vinto Sanremo, ha una lista di premi lunghissima, è tra i cantautori più originali delle ultime generazioni e, da qualche anno, ha deciso di far incrociare le sue idee artistiche con la nostra regione. Simone Cristicchi, dopo aver portato con ‘Magazzino 18’ il dramma degli esuli istriani in tutta Italia e in attesa della nuova produzione per ‘Mittelfest’ e di un altro progetto ‘top secret’ sul Friuli, gira l’Italia col direttore e arrangiatore Valter Sivilotti. Domenica 15 il duo sarà a Talmassons, a Villa Savorgnan di Flambro, con la Mitteleuropa Orchestra, per l’appuntamento annuale di ‘Canzoni di confine’: il frutto di una collaborazione inossidabile tra pezzi inediti, brani di Endrigo e tratti dagli spettacoli teatrali.
Come lavorano assieme su progetti diversi un romano e un friulano?
“Devo ringraziare Folkest e Valter per avermi portato qui e per le tante cose fatte assieme. Ho potuto girare la regione e conoscerla profondamente, dalla montagna al mare, dal Tempio di Cargnacco a Gemona e Venzone, e ne è nato un rapporto di fiducia reciproca. Da romano, essere stato ‘adottato’ da una regione così lontana per mentalità mi lascia sbalordito”.

Tra i tanti progetti in tour, ce n’è un altro con un ‘pezzo’ di Friuli.
“Sì, la ‘Buona novella’ di De André rivisitata da Sivilotti e da Giuseppe Tirelli in forma orchestrale e col coro. Cercavano un interprete giovane, anche se non lo sono più, io ci ho messo il mio tocco e ho scritto un monologo in cui si racconta un nuovo avvento. E’ un modo di raccontare chi siamo diventati: oggi Cristo sarebbe un ‘alieno’ o morirebbe in una stazione coperto di cartone, o in manicomio o in un Cie, tra l’indifferenza generale…”.

Anche lo spettacolo per il Mittelfest ha una base religiosa?
“Sì, è dedicato a un personaggio poco conosciuto, l’utopista toscano David Lazzaretti, dichiarato eretico nel 1878 dal Tribunale del Sant’Uffizio: uno di quegli uomini che nel loro piccolo sanno trasformare la realtà. Nell’Italia post-Unità ebbe successo tra le fasce più diseredate, fondò un’esperienza di ‘socialismo reale’ cristiano, che metteva al centro della comunità le donne: un’utopia, una rivoluzione pacifica interrotta dal colpo di pistola di un carabiniere”.

Perché oggi non è più tanto ‘di moda’ tra i cantautori raccontare storie di questo tipo?
“Più che la realtà, raccontano quello che vedono e riescono a filtrare. La mia scelta di teatro-canzone deriva dal fatto che sono cresciuto con Gaber: da lui ho scoperto che il teatro è il luogo dove si celebrano la vita e l’umanità, cosa che non sempre succede nelle canzoni”.

Colpa del pubblico, degli artisti o di chi?
“Le case discografiche puntano a prodotti caramellosi da far passare alla radio: così non puoi permetterti il lusso di dire quello che vuoi. Ma nei sottoscala ci sono ancora gli ‘impegnati’ che esprimono un mondo interiore fuori dalle etichette”.
Anche la sua carriera però è partita con un ‘tormentone’…
“Sì, ma è arrivato per caso. Faccio ancora ‘Vorrei cantare come Biagio’ in concerto e ho generato dei cloni. Purtroppo oggi è difficile trovare cose originali, specie ai talent show”.

Puntare più sul teatro che sui ‘live’ è un modo per spezzare la solita routine album-tour-album?
“Sì: la differenza è che lavoro un anno e mezzo per scrivere uno spettacolo! La sfida è partita col primo monologo, ‘Li romani in Russia’, poi con ‘Magazzino 18’ ho raggiunto un risultato incredibile: parliamo di 150 mila spettatori, oltre ai due milioni che l’hanno visto in Tv”.

Sono stati più gli elogi o le contestazioni a un tema ancora scottante come quello degli esuli istriani?
“Le polemiche sono perlopiù strumentali, ideologiche e limitate. E’ una celebrazione del dolore, che ha permesso tra l’altro di portare dappertutto una storia poco conosciuta di questa parte d’Italia, tra sold out e standing ovation”.

Che differenza c’è tra gli esodi di ieri e quelli di oggi?
“Nessuna: al centro c’è sempre lo sradicamento, diventare esseri spaesati che non si comprendono l’un l’altro. Ci sono storie dietro a ogni persona costretta all’esilio: è universale”.

Nel nuovo spettacolo c’è tanto De André, ma nei concerti non mancano gli omaggi a Endrigo: sono loro le prime ispirazioni?
“Sono cresciuto con De André e De Gregori, ma di Endrigo ho sempre apprezzato la voglia di cambiare di continuo, l’infinita tenerezza e il lato poetico. Poi c’è Battiato, altro innovatore coraggioso che ha cercato di inserire nella canzone una spiritualità oltre il cattolicesimo”.

E ha pure cercato di avvicinare ‘pop’ e ‘popolare’.  Come ci si riesce?
“Nelle mie canzoni io accuso spesso gli ‘scienziati’ del pop, alla ricerca della formula magica della canzone perfetta: un meccanismo che non mi appartiene. Non ci devono essere solo le canzonette, anche se ne abbiamo bisogno, perché alla fine si prendono tutto lo spazio e appiattiscono il gusto verso il basso. Investire nella bellezza assoluta è un atto di resistenza”.

E se da Sanremo arrivasse un’altra chiamata?
“Difficile resistere alla tentazione. Magari stavolta lo utilizzerei per promuovere uno spettacolo teatrale”.

Il cantautore Simone Cristicchi è soltanto uno dei tanti nomi nazionali con cui ha lavorato negli ultimi anni il friulano Valter Sivilotti, che da tempo si dedica a un lavoro di (ri)composizione della musica d’autore non soltanto italiana. Il progetto ‘Canzoni di confine’ lo ha portato a lavorare con nomi come Sergio Endrigo, Bruno Lauzi, Francesco Di Giacomo, Alice, Elisa, Rossana Casale, Giò di Tonno, Edoardo De Angelis, ma anche Dario Vergassola, Lucilla Galeazzi, Giuseppe Battiston e Neri Marcorè e stelle straniere del calibro di Manuel Argudin, Omara Portuondo e Oliver Dragoievic.

Collaboratore, in qualità di compositore e direttore, di molte
istituzioni musicali, regionali e non, Sivilotti ha in curriculum le musiche per ‘La variante di Luneburg’ interpretata da Milva, quelle del balletto ‘Voglio essere libero’, commissionato dal Mittelfest, dello spettacolo ‘Altro di me …’ di Maurizio Costanzo ed Enrico Vaime con Katia Ricciarelli, oltre a ‘Carmina Balcanica’. Cavaliere all’ordine della Repubblica Italiana, è definito da Cristicchi – col quale ha prodotto ‘Magazzino 18’, ‘La buona novella’ e ‘Il secondo figlio di Dio’, che debutterà al Mittefest il prossimo 23 luglio – “un alchimista, un mago delle emozioni che riesce con grande rigore e studio a entrare in quello che l’artista vuole dire”.

Il Friuli, 15 maggio 2016