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July 13th, 2024
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Istria

In Istria “anche i boschi parlano italiano”: nuove luci sulla foresta di Montona

Ma, quando niente sussiste d’un passato antico, dopo la morte degli esseri, dopo la distruzione delle cose, soli, più tenui ma più vividi, più immateriali, più persistenti, più fedeli, l’odore e il sapore, lungo tempo ancora perdurano, come anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, sopra la rovina di tutto il resto, portando sulla loro stilla quasi impalpabile, senza vacillare, l’immenso edificio del ricordo.” Marcel Proust

 

Questa frase di Proust evidenzia la grande forza suggestiva e l’immensa portata emotiva ed evocativa dei ricordi.

Proprio il ricordo può essere paragonato ad un fiume in piena che sommerge di emozioni e inebria di sensazioni: tutto si scatena al solo sguardo di uno scorcio di un paesaggio, un sorriso, o anche una semplice pietra, e quasi si riesce ad immaginare cosa è successo e come è cambiata la situazione che si apre davanti ai nostri occhi.

Addentrandoci nei pensieri suscitati da quello che vediamo, quasi riusciamo ad entrare in connessione con un passato che – apparentemente – riteniamo non ci appartenga, ma che, se ben scaviamo nel nostro profondo, ci tocca intensamente.

Spesso il linguaggio più forte non è quello delle parole, ma quello delle immagini, dei simboli, dei frammenti rimasti.

A volte quello che per tanti risulta semplicemente un “insignificante” frammento di roccia, muro o pietra, per chi ha una mente aperta e una sensibilità spiccata diventa come una “voragine di bellezza” che trascina l’animo umano in un passato di splendore e armonia.

Probabilmente sono state queste le sensazioni che hanno provato gli studiosi italiani che si sono trovati davanti alla Foresta di Montona, in Istria.

Proprio la Foresta – o “bosco” di Montona – rappresenta uno scorcio di venezianità in una terra – l’Istria – la cui origine Veneziana trasuda in ogni piccolo dettaglio: nelle piazze, nei panorami, nei campanili…e anche nei suoi boschi.

Se, infatti, si percorre il tracciato della Parenzana, che da Portole comincia a scendere verso Levade, la vista non può non soffermarsi sul fitto bosco che si stende a perdita d’occhio.

Si tratta di una delle estensioni più vaste rimaste di quei particolari querceti acquitrinosi che negli ultimi secoli ricoprivano le pianure, dalle lagune alto adriatiche ai primi rilievi montani.

I frammenti di notizie di cui disponiamo testimoniano come questo grande bosco della valle del fiume Quieto era in possesso del Comune di Montona sino a quando la cittadina, nel 1278, decise di seguire i destini di Venezia.

Fu proprio la Serenissima a limitare questo possesso e riservare il bosco ai soli fini del suo Arsenale: tagli, trasporti, vendite e acquisti dei legnami furono regolamentati così severamente da prevedere addirittura la pena di morte per coloro i quali si macchiavano delle inadempienze più gravi.

Il legname ricavato dalle querce e dai frassini di questa foresta, infatti, fin dal XV secolo, fu riservato ai soli fini dell’Arsenale di Venezia, dovendo essere utilizzato unicamente per la costruzione delle galere, delle marciliane, dei trabaccoli, dei pieleghi, dei galeoni e delle fregate.

Nel XVIII secolo il Bosco di Montona è diventato zona protetta grazie al suo ricco patrimonio naturale e ed è ora Riserva naturale speciale.

Proprio il maestoso passato del Bosco di Montona – che attualmente è in proprietà dello Stato Croato – ha determinato negli studiosi di Veneto Agricoltura la ferma volontà di promuovere un progetto di valorizzazione culturale, patrimoniale, e soprattutto storica.

Il gruppo di ricercatori italiani – tra i quali spicca il nome della dott.ssa Paola Berto – supportati – e di concerto con i loro colleghi croati – hanno iniziato un percorso di studio delle foreste storiche, partendo sia dal riconoscimento di documenti antichi, nonché dalla valorizzazione della storicità e della varietà arborea da parte della popolazione.

All’indagine sul campo, si è affiancata una scrupolosa inchiesta storica negli archivi di Venezia, la quale ha portato alla luce una serie di documenti antichi, tra cui numerose testimonianze “veneziane” della foresta di Montana.

A questi scritti, si sono aggiunte vere e proprie “testimonianze in loco”, ossia i cippi storici recanti le incisioni del leone di S. Marco.

Ciò non stupisce se si tiene in considerazione che, proprio per l’importanza cantieristica navale di cui si è già detto, la foresta di Montona – anche chiamata Bosco di S. Marco – necessitava di avere confini ben certi e marcati.

Risalgono proprio a quel periodo i due cippi attualmente collocati a Levade, nel cuore del Bosco di Montona, sui quali si sono concentrati numerosi studi, volti a preservarli e presentarli come beni storico-culturali.

Il primo, sul quale era scolpito un leone in moleca-alato (oggi purtroppo andato distrutto), recava varie incisioni, tra le quali il nome della zona MOQV[ELLE], il contrassegno C. F. – che presumibilmente indicava il “Catasto Forestale” o il “Confine forestale”, il numero ordinale 263, l’anno 1779 e il contrassegno CX; il secondo indica – come il primo – il contrassegno C. F., il numero ordinale 115, l’anno 1779 e il contrassegno CX.

Proprio il contrassegno “CX” indicava il cosiddetto “Consiglio dei Dieci”, uno dei massimi organi di governo della Repubblica di Venezia dal 1310 fino alla sua caduta avvenuta nel 1797, formato da dieci membri, che era eletto ogni anno dal Maggior Consiglio per sorvegliare sulla sicurezza dello Stato.

Dei circa quattrocento termini originali oggi ne sono rimasti un centinaio.

Il leone marciano veniva raffigurato “in moleca” – così denominato in quanto la rappresentazione delle ali richiamava alla mente le chele del granchio, che in dialetto veneziano si chiama “moleca” –  in posizione frontale, con l’aureola sul capo, rivolto verso sinistra, con la zampa che sorregge un libro aperto privo di testo e le ali aperte.

Il leone anticamente raffigurato presentava un aspetto robusto, con caratteristiche antropomorfe.

Proprio i boschi erano i principali destinatari di questi impressionanti cippi “indicatori di confini”.

Nel bosco di Montona, che era gestito direttamente dal Consiglio dei Dieci, anche oggi sono visibili i cippi confinari datati 1779, allorquando fu effettuata la terza confinazione della foresta.

Questi singoli contrassegni determinavano in maniera puntuale le frontiere, erano prevalentemente di pietra calcarea e avevano uno stemma a forma di mandorla sopra al quale si trovano le iniziali Z. P., nonché il nome del territorio.

Le dimensioni variavano dai 70 ai 300 cm e recavano, appunto,iscrizioni varie, ossia anni, lettere, numeri, croci, il leone marciano – sempre in versione “in moleca” – , nonché parti di testo.

Insistevano, poi singole serie riportavano sempre lo stesso anno, cioè l’epoca in cui era stata effettuata la confinazione, mentre i numeri seguivano, solitamente, l’ordine naturale di realizzazione del ceppo, e potevano, a loro volta, essere preceduti dalla lettera N.

Nella maggioranza dei casi, nella parte piana superiore dei cippi venivano intagliate delle linee indicanti la direzione della linea di confine (ciò, avveniva solitamente nelle pietre confinarie forestali)[1].

Questi due cippi – chiara testimonianza di venezianità nella foresta di Montona –, sono stati presumibilmente spostati dalla loro sede primitiva (si suppone di confine) per motivi ignoti.

Infatti il loro ritrovamento è avvenuto – presumibilmente tramite escavazione nella terra – nella quale erano stati sotterrati.

Oggi, tuttavia, grazie a progetti tesi alla valorizzazione delle eredità italiane nelle terre dell’Alto Adriatico, ed all’esaltazione della storia di questi cippi, ritrova nuova luce anche il glorioso passato del Bosco di San Marco, ricordando a chiunque si rechi a visitarlo, la sua anima veneziana.

Maria Rita Bettoli


[1]Sul punto si veda “Frontiere e contrassegni – i cippi confinari in Istria dal Medio Evo ai giorni nostri” di Slaven Bertoša – Tatjana Bradara – Nenad Kuzmanović – estratto dal Bollettino  La Ricerca – Centro di Ricerche Storico di Rovigno – n. 58 – Unione Italiana Centro di Ricerche Storiche di Rovigno).