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August 11th, 2020
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Silvia Cuttin: un intreccio di vite e Fiume sullo sfondo

SilviaCuttin

Autore: Rosanna Turcinovich Giuricin

“Sono nata e cresciuta a Bologna, città dove tuttora vivo. Però ogni vacanza si partiva per Trieste, la città dei miei genitori, e finché non ho iniziato ad andare a scuola parlavo con un forte accento triestino. Bologna è una città che amo molto, è bella e ci si sta bene. Ho avuto diverse occasioni in cui avrei potuto trasferirmi altrove, ma non sono riuscita ad abbandonarla. Dopo gli studi di lingue (interprete e traduttrice) mi sono sempre occupata di organizzazione eventi e di comunicazione, in diversi ambiti e situazioni. Scrivo per lavoro da molti anni, ed è forse per questo che mi sono avventurata nella scrittura di un libro”.
Lei è Silvia Cuttin, il suo libro s’intitola “Ci sarebbe bastato”, Epika edizioni e sarà presentato anche a Fiume in occasione della Settimana culturale dedicata a San Vito, il 12 giugno alle 18, presso la Comunità degli Italiani.
In un lungo preambolo che apre il libro, presenta la sua famiglia, un intreccio di nomi destinati a dare vita a storie incredibili di un Novecento tragico, ma passando attraverso un luogo felice, Fiume. Prima della guerra ma prima ancora delle leggi razziali, un’isola d’incantamenti che Silvia aiuta a percorrere in un viaggio nella storia e nelle atmosfere. Fiume si materializza con i suoi paesaggi, i profumi, il cicaleccio di tante lingue a contatto, il richiamo del mare, la gastronomia.
La prima volta che hai incontrato Fiume dove è stato e con chi?
“Sono andata a Fiume per la prima volta tardi, avrò avuto quindici o sedici anni. Ero con mia madre e un suo cugino, Laci, uno dei protagonisti del libro che ho scritto molti anni dopo. Ricordo poco, una sensazione di grigiore, un’immagine che non corrisponde ai racconti che ho raccolto più avanti”.
Che cosa ti affascinava dei racconti della tua famiglia?
“Mi piaceva sentire l’avventura, la diversità delle origini dei numerosi parenti. Mi piaceva conoscere le usanze diverse rispetto a dove abito, i diversi cibi, le tante lingue.  Da parte di madre, ci sono origini fiumane ma anche ungheresi; da parte di padre le origini sono austriache, croate, inglesi”.
Cosa sono per te il senso d’appartenenza e l’amore per le radici?
“L’appartenenza è molto importante per me, anche se ho fatto fatica a capire a che cosa o a che luogo dovevo appartenere. In fondo forse è Trieste il luogo a cui mi sento più vicina, oltre che alla mia città. Credo di essermi appassionata a Fiume perché la sento simile a Trieste, o perché rappresenta bene il miscuglio di genti dal quale provengo.  Se analizzo bene le mie origini, di radici non ne dovrei avere… E credo che sia per questo che ho sentito l’esigenza di cercarle così approfonditamente e così lontano”.
Dal libro si evince che la tua ricerca ti ha portato a visitare archivi e musei: due luoghi in particolare sono legati alle vicende del libro, l’Archivio di Fiume-Rijeka e quello della società di Studi Fiumani di Roma. Puoi raccontarci come ci sei arrivata e cosa hai provato frugando tra i documenti di vite che ti appartengono perché fanno parte della tua storia personale…
“Il primo passo è stato andare alla Società di Studi Fiumani di Roma. Forse non sapevo neanche bene quello che cercavo e proprio per questo il loro aiuto è stato essenziale. Mi hanno indicato delle letture, ho potuto consultare alcune pubblicazioni e visionare documenti di polizia. Cogliendo una notazione in alcune delle letture consigliate (tra queste, fondamentali i testi di Silva Bon), ho pensato di rivolgermi all’Archivio di Fiume-Rijeka. Non pensavo inizialmente a questo sviluppo, perché non ero a conoscenza dell’esistenza di questi documenti.  Non avrei nemmeno saputo come muovermi nella ricerca: ho ricevuto un generoso aiuto dall’archivista Boris Zakošek.  All’Archivio ho trovato informazioni precise e minuziose, che mi hanno permesso di ricostruire i luoghi di provenienza e le vite di tante persone della mia famiglia. Informazioni che adesso ho, ma che non fanno parte di “Ci sarebbe bastato”, che non volevo fosse solo una storia di famiglia.  Trovare i fascicoli di polizia intestati a ciascun membro della propria famiglia è stato sconvolgente. Stranamente, il primo fascicolo della pila era quello di mio nonno, che riportava in copertina: “Lager Ermanno di Marco – Ebreo”. Confesso che ci ho messo qualche minuto prima di avere il coraggio di aprire la carpetta. Mi sembrava di invadere spazi non miei, di frugare nelle vite altrui. Ma ancora peggio era rendersi conto che c’erano persone che quelle informazioni le avevano raccolte e avevano scritto le lettere lì contenute, o commentato con la matita rossa o blu, talvolta con scherno, le richieste che gli ebrei fiumani, a cui era stata ritirata la cittadinanza, inoltravano alle autorità. Richieste di cose semplici, che esprimevano l’incapacità di capire che non potevano più condurre una vita normale”.
Ogni personaggio è un mondo che tu insegui nell’evolvere della vita, attraverso quali percorsi sei riuscita a tracciarne profili così minuziosi?
“Ho iniziato intervistando i cugini di mia madre, facevo domande ma poi li lasciavo liberi di parlare di quello che volevano. Poi ho telefonato oltreoceano per chiedere e verificare i dettagli e sono andata più volte in Israele. I ragazzi di quella generazione erano dodici, ho cercato riscontro sui miei tre protagonisti anche dagli altri che sono ancora vivi. Ho poi potuto usare il diario molto minuzioso di una delle cugine, uno scritto lasciato da mio nonno e leggere alcune lettere. Mi accorgevo che se cercavo di tralasciare qualcosa perché mi era difficile ricostruirlo, si sentiva un vuoto. E così dovevo cercare ancora, per colmare questo vuoto”.
Nel libro, soprattutto nella prima parte, riesci a far sentire al lettore i profumi, i sapori del cibo che visualizzi. Perché è così importante ciò che si porta in tavola, o il menù da giornata al mare?
“Credo che il cibo sia conoscenza. Conoscenza profonda di un popolo, di una terra: è qualcosa di intimo, di familiare, di casa. Ti fa pensare agli ingredienti, che possono essere diversi da quelli che ci sono a casa tua e già in questo concetto ci sono molti significati; fa pensare ai gesti, alla preparazione. Il cibo è amore, perché non si può fare da mangiare prescindendo da questo. È cultura, perché trasmette dei mondi interi”.
Hai trovato a Fiume qualcosa che hai riconosciuto come parte della tua vicenda, luoghi che non sono mutati o riferimenti che sono rimasti fermi nel tempo?
“Certamente. Ho trovato la casa dei bisnonni, in via Pomerio e quella di Martino, proprio di fronte. Il luogo degli uffici e dei magazzini di patate, il mercato di Brajda e uno dei negozi di famiglia. La sinagoga piccola, quella che ai tempi della narrazione era frequentata dagli ortodossi. Mi sarebbe piaciuto trovare qualche caffè, il Budaj, ad esempio. Credo che lì ci sia un Mc Donald, adesso”.
La forma narrativa è frutto di una scelta precisa o è la vicenda che ti ha condotta per mano? Un inizio pieno di indicazioni al lettore, poi un’avvincente passeggiata nei luoghi e nei tempi felici di Fiume prima della promulgazione delle leggi razziali. Poi tante vite in fuga, poi ancora il campo di concentramento. Un continuo cambio di registro che rende il libro avvincente, per certi versi unico…
“L’inserimento di più livelli di narrazione è stato una scelta precisa, il cui suggerimento devo a Jacopo Masini della Scuola Holden. Avevo troppo materiale e non riuscivo a trovare una forma soddisfacente; sapevo che volevo intersecare cronologicamente le vite dei tre protagonisti e seguirli nelle loro scelte e nei loro destini. Giustamente, per farlo, sono dovuta entrare anch’io nella storia. Ho voluto descrivere Fiume in maniera approfondita perché il fatto che fosse una città così accogliente, tollerante e multiculturale, dove le famiglie da poco giunte si erano inserite con facilità, fa meglio capire la delusione profonda provata dai tre ragazzi nel 1938. Essere rifiutati dal Paese che solo qualche anno prima li aveva accolti segna la fine di un’epoca felice che corrisponde anche al termine dell’adolescenza e all’entrata violenta in una vita adulta e difficile. La bellezza di Fiume e della vita che vi conducevano emergeva in continuazione dai racconti dei protagonisti, ancora più di settant’anni dopo, insieme a un senso di stordimento per averla dovuta abbandonare”.
Raccontare il lungo periodo di internamento dei tuoi familiari in un campo di concentramento nazista è stata una sofferenza, lo si legge chiaramente, che cosa provoca pensarci, ragionarci?
“Io ci avevo ragionato per anni, quand’ero giovane, avevo letto molto, poi avevo sentito il bisogno di distaccarmene. Fino a questa recente immersione. Provoca sconcerto, è incomprensibile; provoca vergogna, ed è quello che deve fare. Perché non si può dire: noi non sapevamo, noi non c’entravamo.  Credo che sia soprattutto importante capire che Auschwitz non è sorta dal nulla, ma che ciò che è accaduto è stato possibile a causa all’indifferenza di tanti”.
La sopravvivenza legata al mantenimento della dignità, una parola che ha salvato delle vite?
“Non so dire: Martino, che ha vissuto questa esperienza, dice chiaramente che non era più nulla, non era più un uomo e che si è salvato per puro caso. Credo che la dignità serva a sentirsi in pace con se stessi, non a salvare delle vite. Mentre può essere vero per Andi (un altro dei protagonisti), che doveva continuare a comportarsi come sentiva di fare, incurante del pericolo”.
Che cosa porti con te quando torni da Israele, quali esperienze?
“Come ho scritto nel libro, ho la sensazione che Tel Aviv assomigli alla Fiume di prima della guerra: si affaccia sul mare, si parlano tante lingue diverse, si mangiano cibi di tutti i tipi, è una città accogliente. Pur non andandoci spesso, adesso mi sento a casa anche in Israele. Mi sento a casa a Tel Aviv, a Fiume, a Trieste, a New York, e perfino a Bologna, dove vivo…”
Dopo il libro, che cosa rappresenta per te Fiume?
“Un luogo che sento mio, che riconosco e a cui sono riconoscente”.
La famiglia è anche territorio ma la tua è dispersa nel mondo, come la definiresti?
“La mia famiglia è sempre presente, seppure dispersa. Mi dà sicurezza sapere che c’è qualcuno su cui posso (forse) fare affidamento in luoghi molto lontani”.
Il titolo “Ci sarebbe bastato” suggerisce ad ogni lettore una interpretazione diversa, la tua, da autrice?
“È vero, diverse persone mi hanno dato una loro interpretazione del titolo. È tratto da una preghiera che si canta durate la Pasqua ebraica, io ne ho ribaltato il significato. Ci sarebbe bastato continuare ad andare a scuola, a fare il bagno a Medea, ad andare al cafè-chantant di Abbazia, a frequentare i cugini, a crescere italiani. Insomma a loro, ai tre cugini, sarebbe bastato continuare la vita a Fiume”.