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August 11th, 2020
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Chiara Vigini: omaggio a mio padre

Chiara Vigini

il 17 maggio la presentazione del libro all'Associazione di Via Belpoggio

Autore: Rosanna Turcinovich Giuricin

Il 17 maggio all’Associazione delle Comunità Istriane di Trieste, Chiara Vigini presenterà il suo libro “Un diamante per papà” edito dall’Associazione stessa, dedicato ad Arturo Vigini, nel quale raccoglie testimonianze di personaggi illustri o comunque noti nel panorama politico e culturale triestino che l’hanno conosciuto e stimato, a partire da Dario Rinaldi. Ma prima di chiedere all’autrice il motivo per cui ha voluto far parlare gli altri, riportiamo alcuni momenti chiave di questo volume.
Pietro Zovatto ricorda, nel 1983, la decisione di voler fondare l’IRCI perché “dove si potesse raccogliere il patrimonio di storia istriano, le sue tradizioni ancestrali, la sua produzione libraria” motivato dallo stesso Vigini come luogo in cui “serenamente e pacificamente ricordare quello che era l’Istria”. Di sicuro, sottolineava ancora Vigini “dobbiamo evitare due atteggiamenti negativi: il persistente autocompianto per quanto abbiamo perduto e l’attesa di un ipotetico quanto innaturale ritorno”. Di fatto, il suo testamento.
“Ho raccolto queste testimonianze per la quasi totalità entro pochi mesi dopo la morte di mio padre: non avevo alcuna voglia di scrivere io, ero troppo coinvolta emotivamente e non volevo di lui un ricordo lacrimevole, ma invece lo volevo ricordare e che lo si ricordasse con la massima serenità, che del resto è stata la sua caratteristica principale, mi pare di poter dire. È stata la dott. Giuliana Camber a suggerirmi di raccogliere i biglietti di condoglianze che arrivavano, quando erano particolarmente significativi, e chiedere testimonianze su di lui, con l’assicurarmi che, una volta lenito il dolore della perdita, ne sarei stata contenta. È stato vero”.
Quali reazioni hanno avuto le persone da te interpellate, qualche momento particolare?
“Sono stati tutti molto contenti di scrivere… anche quelli che hanno promesso ma poi non hanno portato a compimento, per dimenticanza o, talvolta, perché era troppo presto anche per loro, seppure non appartenessero strettamente alla cerchia famigliare. Qualcuno si è ricordato dopo più di due anni che avevo avuto in cuore questa pubblicazione e mi ha mandato allora. Mi ha fatto piacere: papà era una persona di cui non ci si dimentica facilmente e io d’altra parte, anche se non sono chiassosa, spero, non mollo facilmente la presa quando credo nell’obiettivo”.
Che cosa significa crescere in una famiglia come la tua?
“Risposta assai difficile. Io sono cresciuta in quella famiglia e non so cosa significhi diversamente. Certo capisco che la responsabilità del singolo per il bene comune e la libertà di coscienza si imparano prima di venire alla luce. In questo senso credo che il matrimonio dei miei genitori sia stato eccezionalmente ben riuscito: lo sguardo era molto alto per entrambi. E poi c’era l’accoglienza, la porta aperta, l’ascolto, l’attenzione per l’altro, la considerazione che siamo tutti uguali, la considerazione dei bisogni degli altri.
La Comunità di Collalto è stata una delle prime a voler festeggiare il santo patrono, San Giacomo, nella chiesa d’origine con una grande festa. Tu come ricordi i primi momenti?”
“Io ero bambina piccola, di cinque-sei anni, per cui le feste patronali al paese – vuoto – di papà come le visite ai parenti rimasti a Umago della mamma hanno fatto parte della mia infanzia, della normalità mia e dei miei fratelli”.
Che cosa rappresenta per te oggi Collalto?
“Un posto splendido e quieto dal quale guardare lontano, attraverso la valle fino al mare e immaginare l’altra riva”.
Essere figlia di esuli, tra fuga ed accettazione. Il tuo percorso.
“L’esilio è durato poco per i miei, ritengo: hanno presto pensato a vivere e hanno amato e insegnato ad amare entrambe le vite: quella in Istria e quella a Trieste. E io esule non lo sono mai stata, solo non mi sentivo triestina, da piccola, mi sentivo istriana. Ma ho capito che la differenza la faceva un certo vivere da “viva là e po’ bon” che non era contemplato nella mia famiglia e che, ora vedo, non è contemplato dalle persone con le quali oggi mi trovo bene, e sono per la gran parte triestini. Come me!”
Giovanissima sei entrata all’Irci, a lavorare anche con tuo padre. Come consideri questa esperienza?
“Ottima esperienza: mi si è aperta una porta, o meglio spalancato un portone sul mondo dell’esodo istriano che avevo vissuto ma non conosciuto. Ho incominciato a conoscerlo e ad amarlo. Però non ero giovanissima: ero quasi “nel mezzo del cammin di nostra vita” e avevo fatto nascere e visto morire diverse volte…”
Cosa ha fatto scattare in te il bisogno di conoscere l’Istria a fondo, tanto da dedicarle i tuoi studi?
“Mi piace andare a fondo delle cose, capirne l’origine. È per questo che sono approdata per la prima volta all’Irci, per fare ricerca per la mia tesi”.
Perché l’associazionismo è caratterizzato da divisioni e sovrapposizioni?
“Ci sono certamente diverse sensibilità, diverse esperienze anche nell’esodo istriano-fiumano-dalmata e c’è qualcuno che ancora sembra non aver raggiunto una pacificazione. Ma penso che più che tra le associazioni, la mancata pacificazione e le divisioni siano nella vita delle persone, laddove non si è accettato che il “prima” e il “dopo” fanno parte di una stessa esistenza, non sono monconi incompleti e smetterebbero di sanguinare se li si fasciasse insieme. Perdona la metafora un po’ forte. Io vedo tutte le associazioni al Tavolo di lavoro fra Associazioni degli Esuli e Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca e l’obiettivo di far conoscere la nostra storia alle nuove generazioni è obiettivo comune: a nessuno viene in mente, ora, di dividere o sovrapporsi. Certo c’è stata una maturazione, un cammino che va continuato”.
C’è un sogno che tuo padre avrebbe voluto realizzare e che oggi sarebbe possibile?
“Beh, il museo, penso. Ma tutto questo impegno sulla scuola e per la scuola era proprio nei suoi pensieri: fra le ultime cose che ho trovato sul suo computer”.
Ai giovani un difficile testimone, c’è futuro per questo popolo sparso?
“Non è più così sparso: le nuove tecnologie ci avvicinano moltissimo, si entra in contatto con tante persone e con certe ci si avvicina molto. I giovani non hanno ferite di guerra; la gran parte non ha divisioni ideologiche. Certo non si può vivere col paraocchi, ma puntare a quello che unisce sì: gli altri resteranno da parte. I giovani hanno una grande responsabilità in questo: i mezzi tecnologici sono nelle loro mani e sono loro a doverli usare bene per primi”.
Il tuo rapporto oggi con l’Istria e con Collalto in particolare.
“Io in Istria mi trovo bene, mi ci sento a casa mia. Quando mi inoltro – per le strade libere da vignetta! – nel capodistriano, respiro subito meglio. Quando arrivo sul monte Toso e magari vedo un rapace fare ampi giri sulla mia testa, mi si apre il cuore, sto benissimo. Non sono infastidita se altri la vivono altrettanto bene abitandovi, neanche se parlano una lingua che non capisco: l’Istria è grande, c’è posto per tutti. Conosco e frequento parecchie persone là e con più di qualcuna ho rapporti che potrei definire di fratellanza: giovani, perlopiù, ma anche vecchi, certi mi sono tanto cari!
Collalto è un luogo magico in cui mi piacerebbe ricavarmi una nicchia per stare a pensare quietamente alla vita. Finora non ho potuto dedicarmi a questo obiettivo, ma vediamo che cosa mi riserverà la vita”.
La tua istrianità in che modo si esprime a scuola, con i tuoi ragazzi?
“Esce allo scoperto in parecchie occasioni, e non solo perché sono istriana io, ma anche perché non mi pare educativo vivere a Trieste e andare al mare a Strugnano, a Parenzo o a Lussino senza saperne nulla e magari chiamandoli con i nomi “nuovi”. “C’è qualcuno che è stato a London questa estate? … o a Londra?” oppure “Carlo Magno pose la capitale ad Aachen o ad Aquisgrana?”. E poi c’è il progetto “Dalla Storia alla Pace” con il quale ho portato finora oltre 700 ragazzi di terza media ai luoghi della memoria a noi cari (Risiera, Campo profughi di Padriciano, Foiba di Basovizza) per finire all’Ara Pacis di Medea con una riflessione attiva – perché i ragazzi bisogna farli lavorare: quel che si fa, si ricorda – sulla Pace e sulla loro responsabilità nel costruirla, facendo tesoro dell’esperienza dei premi Nobel per la Pace, che sono lì rappresentati. È un progetto che la Regione Friuli Venezia Giulia finanzia con opportuna priorità rispetto ad altri, da diversi anni. E poi ci sono i progetti portati avanti con l’Ufficio Scolastico Regionale, che, grazie soprattutto alla sensibilità dei dirigenti e al lavoro competente ma anche passionale degli altri, portano a formare gli insegnanti: i numeri non sono molto grandi, ma la ricaduta sugli studenti sì, e aumenta di anno in anno”.
L’Irci è un altro strumento con il quale mantenere ma anche continuare a costruire un’identità complessa?
“Certamente! Penso che sia un istituto che può e deve occuparsi di tante cose e credo che la priorità sia proprio quella di affrontare in modo scientifico, cioè quanto più possibile oggettivo e da tante angolazioni, gli aspetti più vari del territorio altoadriatico, anche mettendo in contatto le realtà diverse che costituiscono la complessa identità di questa nostra terra”.
Che cosa ti suggerisce oggi tuo padre, anche in questo nuovo incarico?
“Sta’ serena, va’ per la tua strada e no sta bazilar!”.