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March 1st, 2024
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Viaggiatori alla riscoperta del «Codex Traguriensis»

Martinengo Meridiana Solare

Autore: Francesca Lughi

Nella seconda metà del ‘600, a pochi anni l’uno dall’altro, i viaggiatori Jacob Spon (1675) e Luigi Ferdinando Marsili (1679), percorsero le coste dell’Istria e della Dalmazia al seguito del Bailo (ambasciatore) di Venezia diretto a Costantinopoli, avendo così occasione di visitarne i principali centri, di osservarne e descriverne i monumenti e i documenti antichi. Jacob Spon[1], medico di Lione ben noto negli ambienti eruditi di Francia, dopo avere effettuato un soggiorno a Roma era diretto in Grecia, a Costantinopoli e in Asia minore, per vedere, studiare e recuperare alla cultura occidentale le vestigia del proprio passato. Non a caso egli fu il primo a introdurre il termine «archeologia» nel suo significato moderno. Tra le altre cose, egli si soffermò a Trau per verificare personalmente l’autenticità di un manoscritto straordinario, rinvenuto una ventina di anni prima, il Codex Traguriensis contenente la Cena Trimalchionis di Petronio. Del viaggio egli redasse un ampio resoconto in tre volumi, di cui il terzo costituito da una raccolta di documenti e iscrizioni, che fu pubblicato a Lione nel 1678 (Voyage d’Italie, de Dalmatie, de Grece et du Levant) ed ebbe enorme fortuna presso i contemporanei.

Il conte bolognese Luigi Ferdinando Marsili[2], invece, si trovò coinvolto quasi per caso nel viaggio a Costantinopoli, durante il quale emersero alcuni dei temi e degli interessi che in seguito avrebbe coltivato nel corso della sua carriera di ufficiale nell’esercito di Leopoldo I d’Asburgo: la ricognizione geografica, le osservazioni naturali, lo studio degli usi e dei costumi dei popoli, l’annotazione delle tracce di Roma. Il suo resoconto di viaggio rimase inedito (il manoscritto è oggi conservato presso la Biblioteca Universitaria di Bologna), anche se le esperienze acquisite contribuirono alla redazione di alcune mappe corografiche (Croazia, Bosnia) o topografiche (Spalato, Zara), e influirono profondamente sulla successiva ventennale esperienza nell’entroterra illirico. Il frutto finale dei viaggi e delle ricerche compiute nei Balcani è costituito dalDanubius Pannonico-Mysicus, opera stampata nel 1726, ad Amsterdam, in sei volumi, di cui il secondo è interamente dedicato alle antichità romane. Attraverso le opere di questi due studiosi avvenne il primo coerente tentativo di recupero delle antichità romane nelle terre di Dalmazia. Ampiamente utilizzati ed imitati dagli studiosi che in seguito si interessarono all’area illirica, gli scritti di Spon e di Marsili mantengono ancora oggi un rilevante interesse. Oltre al contributo offerto alla ricerca di un metodo coerente d’indagine, entrambe le relazioni di viaggio, ricche di descrizioni e di illustrazioni, conservano infatti numerose testimonianze spesso insostituibili riguardanti realtà e monumenti successivamente scomparsi.

Il cosiddetto Satyricon,com’è noto,è un lungo frammento narrativo di un’opera in prosa, con alcuni inserti in versi, di indiscutibile qualità artistica: il frammento in nostro possesso corrisponde a un intero libro dell’opera, il 15°, e ad alcune parti dei libri 14° e 16°, perciò l’estensione complessiva dell’opera doveva essere notevole, secondo alcuni paragonabile a quella di Guerra e pace di Tolstoj o ai Promessi sposi di Manzoni. Il suo autore, il cosiddetto Petronius Arbiter elegantiae è ignoto alla cultura ufficiale, o ignorato, fino al III sec. d.C.[3]

Sul Petronius Arbiter[4] autore del Satyricon la critica si divide in due: alcuni critici suppongono non sia il cortigiano di Nerone e adducono come motivazioni, in primo luogo, che nessuna testimonianza antica ammette esplicitamente l’identificazione fra i due personaggi (come d’altra parte nessuna la esclude). In secondo luogo, chi parla del Petronio vissuto alla corte di Nerone, come Tacito, non fa il minimo cenno a una sua attività di letterato. In terzo luogo, come si è detto, l’autore viene menzionato solo a partire dal III sec. d.C. e la sua opera citata, sia pur raramente, a partire dal II sec. d.C.: in precedenza nessuno mostra di conoscere né l’autore né l’opera. Se dunque Petronio fosse il cortigiano di Nerone, coinvolto nella «congiura dei Pisoni»[5] e morto suicida nel 66, vi sarebbe sul suo conto e sul conto della sua opera, un inspiegabile silenzio di più di un secolo. In terzo luogo, la lingua del Satyricon, almeno per quel che riguarda la «cena di Trimalcione», sembra essere in anticipo di almeno un secolo rispetto a quella dell’età neroniana, a noi nota attaverso molti altri autori e, infine, di conseguenza l’autore del Satyricon sarebbe un geniale sconosciuto vissuto non prima del II sec. d.C.

Altri critici notano prima di tutto come non solo il nome sia identico (il cortigiano di Nerone si chiamava Titus Gaius Petronius Niger), ma anche il cognomen attribuito all’autore del Satyricon, ovvero quello di Arbiter, coincida sorprendentemente con la funzione di elegantiae arbiter (= «giudice della raffinatezza», «arbitro dello chic») assegnata da Tacito al suo personaggio all’interno della corte neroniana. Successivamente, il fatto che Tacito non alluda a un’attività letteraria del suo Petronio potrebbe essere spiegato sia con la scarsa pertinenza di questa precisazione ai fini della narrazione storica, sia con la volontà di evitare compromettenti allusioni a un’opera notoriamente scandalosa in quanto citarla equivarrebbe ad ammettere di averla letta. Inoltre il silenzio delle fonti su Petronio romanziere e sulla sua opera per circa un secolo non è difficile da spiegare, se si pensa appunto all’imbarazzo della cultura ufficiale nei confronti di un’opera così anomala e irriverente, interamente imperniata su un “triangolo” omosessuale e sull’impotenza del protagonista. In più, l’impasto linguistico di cui si serve Petronio nella Cena di Trimalcione[6] non corrisponde alla norma espressiva, meno che mai scritta, di alcuna epoca in particolare, ma rispecchia il parlato di un ceto sociale ben preciso, quello dei liberti arricchiti con velleità di emancipazione culturale: è dunque uno slang, oltre tuttovolutamente caricaturale, a partire dal quale sarebbe scorretto formulare qualsiasi deduzione cronologica; in ultimo il ritratto tacitiano del raffinato esteta decadente vissuto alla corte di Nerone, e soprattutto il racconto del suo spettacolare suicidio parodico, sono troppo in sintonia con l’esasperata sensibilità estetica e con il gusto della provocazione paradossale propri dell’autore del Satyricon, per pensare che si tratti di un altro Petronio. Se così fosse, saremmo di fronte a un autentico alter ego del cortigiano di Nerone. Tanto vale pensare che si tratti della stessa persona, come il buon senso induce istintivamente a credere.

Per quanto riguarda il titolo, è attestato nelle seguenti varianti : Satyricon, genitivo plurale alla grecasottinteso biblìa, ovvero «libri dei Satiri»[7] (cfr. Virgilio, Georgicon libri), oppure Satirica,neutro plurale alla greca, Satyrikà, sottinteso biblìa, con lo stesso significato. Satirica Satirica, suffisso neutro plurale -ikà alla greca, ma unito al prefisso latino satir– / satur-con il significato di «libri di satire», oppure Saturarum libri, titolo pienamente latino, con lo stesso significato. Infine Saturae, titolo pienamente latino: «satire». Ciò che importa notare è che nei primi due casi l’etimologia viene ricondotta ai Satiri, creature mitiche tradizionalmente collegate con la sfera sessuale, e dunque con allusione al contenuto osceno dell’opera. Negli ultimi tre casi l’etimologia viene invece ricondotta alla latina, e prima ancora etrusca, satura, il ben noto genere letterario caratterizzato da mescolanza di stili e dalla presenza di parti in prosa e parti in poesia, con allusione quindi alla forma dell’opera. È da notare, però, che con la satira in versi di Ennio, Lucilio, Orazio e Persio, e più tardi di Giovenale, ilSatyricon non ha proprio nulla a che vedere: si tratterebbe quindi, in tal caso, della satira menippea, coltivata in Roma da Varrone Reatino[8] e da Seneca. Fra tutti questi titoli, pare che quello da respingere quasi certamente sia proprio quello più in uso,Satyricon, che deriva da un evidente fraintendimento: infatti chi lo usa non lo avverte più come un genitivo plurale, ma come un neutro singolare («Opera riguardante i Satiri»), il che certamente non è. In quanto genitivo plurale, esso non si può reggere da sé e richiederebbe l’integrazione libri. Per quel che ne sappiamo, comunque, i Satiri non c’entrano nulla con l’opera, se non, al limite, in senso metaforico. È probabile dunque che l’etimologia più attendibile sia proprio quella che si rifà alla satira, e che la grafìa corretta sia satir– e non satyr-.

Tutto ciò che riguarda data di composizione, epoca di ambientazione, numero dei libri e riferimenti a un genere letterario particolare, rimane tutto molto incerto. Tutto questo a testimonianza di una tradizione faticosa e difficile, dovuta molto probabilmente alla scabrosità dell’argomento. Ciò che si sa è che i libri 14° e 16° erano già noti nel IX sec. nei cosiddetti estratti brevi, contenenti appunto parti precedenti e seguenti laCena di Trimalcione. Alla fine del XIII sec., invece, risalgono gli “estratti lunghi”, contenenti parti molto più ampie del prima e del dopo Cena e parti della Cena stessa. Nel 1420 Poggio Bracciolini[9] trova in Inghilterra un codice contenente un estratto della Cena, che egli definisce il 15° libro.

Bibliografia essenziale

G. B. CONTE – E. PIANEZZOLA, Storia e testi della Letteratura latina, Firenze, Le Monnier, 2003. G. B. CONTE, L’autore nascosto. Un’interpretazione del Satyricon, Bologna, Il Mulino, 1997. D. GAGLIARDI, Petronio e il romanzo moderno. La fortuna del Satyricon attraverso i secoli, Firenze, La Nuova Italia, 1993. E. RATTI, L’età di Nerone e la storia di Roma nell’opera di Petronio, Bologna, Pàtron Editore, 1978. E. AUERBACH, Mimesis. Il realismo nella letteratura occidentale, Torino, Einaudi, 1956, pp. 35-36.