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June 18th, 2024
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Quando Tornaremo

Quando Tornaremo?

Nel contesto delle iniziative per il Giorno del Ricordo, il comitato di Trieste dell’ANVGD e il CDM, in collaborazione con la compagnia “La Barcaccia”, hanno offerto sabato 2 marzo presso il Teatro dei Salesiani (che, senza farlo apposta, si trova in via dell’Istria…) la commedia-dramma dall’eloquente titolo “Quando tornaremo?”. Nella grande sala è accorso un folto e attento pubblico, composto sia da triestini sia da esuli o loro discendenti: un fatto significativo, perché non è facile coinvolgere i triestini in eventi connessi al tema dell’Esodo. Ma stavolta ciò si è reso possibile perché lo spettacolo è rappresentato da una compagnia teatrale triestina verace come “La Barcaccia”, perché è opera dei triestini Giorgio Fortuna (regista), Nicoletta Destradi e Corrado Cattonar con la scenografia del triestino Sergio Rabar, e perché la vicenda si svolge a Trieste, nell’inverno di un anno imprecisato del dopoguerra, in una misera baracca di uno dei tanti sovraffollati campi per profughi istriano-fiumano-dalmati. La storia è inventata, ma si basa su vicende e personaggi reali, ragion per cui risulta verosimile ed anzi riassuntiva di tante altre analoghe. Il dialetto usato raccoglie elementi di varie località dell’Istria nord-occidentale, anche se non mancano inconsapevoli interferenze morfologiche triestine. I protagonisti vivono in uno spazio ristrettissimo delimitato da semplici tende, senza alcuna riservatezza: i vicini li sentono appena alzano la voce e loro odono i pianti dei bimbi, le grida dei ragazzi e le imprecazioni degli adulti dei vicini “box”. Senza contare gli onnipervasivi odori promiscui… Ma il fastidio principale è il freddo. La scena si apre con la proiezione su uno schermo di immagini d’epoca riguardanti l’Esodo accompagnate da una musica struggente a base di chitarra e flauto. Compare infine un treno a vapore, ben noto a molti profughi. Lo schermo viene ritirato, mentre si alza il fumo dell’immaginaria locomotiva. Aperto il sipario, sul palcoscenico semibuio si presentano quasi tutti gli attori che, dopo l’esordio di una voce benevola fuori campo, pronunciano parole chiave come «dimenticati», «paura», «orgoglio», «tristezza», «maledetti», «tutto perduto», «speranza». All’opposto si odono grida sprezzanti del tipo: «Italiani fascisti!», «Cossa se vignùi a far qua?! A portarne via el lavor?! Tornè a casa vostra, in Istria!». Gli attori ripetono le parole chiave scendendo tra il pubblico. Una musica malinconica, suonata con la fisarmonica, introduce la realistica ambientazione dell’angusto box. Papà Bepi apre le tende per far entrare la luce e chiede alla moglie se ha dormito bene. Risposta: «Come dormir in ’sta disperassion, in ’ste barache?». I due cominciano allora un dialogo che esprime il loro dramma esistenziale. Esclama Bepi: «Semo qua da più de un mese, sensa saver cossa sarà de noi, abondonai da tuti, anche da Dio, sensa casa, sensa lavor!». Ma la moglie Maria cerca di risollevare il pessimismo del marito, esortandolo a non dubitare di Dio. La conclusione comune è che almeno adesso sono tutti assieme e che a loro non sono capitate cose tanto brutte come ad altri compaesani. La figlia adolescente Giorgina non desidera alzarsi dal letto perché sostiene di non aver più voglia di nulla. Il fratello Sergio però la incita: «Ti devi reagir! No se pol più andar avanti cussì! Dovemo farse forsa, vardar al futuro!». Il padre gli racconta quanto capitato al cugino Tonin, prelevato a forza da due guardie popolari malgrado fosse febbricitante e poi fatto sparire. Suonava l’organo in chiesa, ma per il Comitato Popolare questo era diventato un crimine. La scena dell’arresto viene rappresentata e poi il padre spiega a Sergio che non gli avevano detto nulla perché sapevano che si sarebbe messo nei guai andando a sfidare le guardie: avevano taciuto per la paura di perdere anche lui. Sergio è insofferente: «Semo qua serai in una scatola de sardine con altri 300!». Ma il padre gli spiega che l’alternativa era rimanere in paese ad attendere nuovi infoibamenti. Maria li esorta a farla finita con le tristezze. Così fa anche un altro profugo, che induce Bepi al riso citando proverbi e raccontando gli scherzi fatti da ragazzo a Cittanova. Ridere – concordano i due – serve a dimenticare e a resistere. Ma intanto arriva nella baracca la famiglia di zio Giulio e zia Anna, giunti il giorno prima dall’Istria, alloggiati in modo fortunoso al campo profughi di Padriciano e ora trasferiti, salvo la figlia Sandra, alloggiata presso compaesani. A zio Giulio il vecchio macinino che si è portato dietro in un sacco fa riemergere toccanti ricordi domestici infantili. Conclude: «Semo come grani de cafè, come polvere sparsa pel mondo». Alla domanda di Sergio sulla situazione in paese suo cugino Claudio risponde con rabbia mista a rassegnazione: «Lori comanda e noi no podemo far gnente!». Viene rappresentata poi la vicenda del parroco don Bartolomeo, cui lo spione del paese, pressato dalla propria madre religiosissima, va a riferire che farebbe meglio a scappare poiché i titini lo vogliono uccidere. Una saggia voce fuori campo esorta tutti a non litigare col prossimo, ma a riconciliarsi con lui e a vivere come se si fosse una persona sola. La scena torna al presente con i protagonisti che esprimono pareri diversi su come i triestini li hanno accolti: «I pensa che semo gente cativa»; «Qualchidun ne siga drio, ma altri i capissi»; «Xé bona gente». La conclusione valida per tutti è: «Se rimbocaremo le manighe: gavemo brassi forti!». Nei cantieri triestini ci sono offerte di lavoro e Sergio vuole proporsi. All’obiezione che gli operai lo contesterebbero vedendolo con la tipica camicia fornita dagli americani lui replica che lui li sfiderà con la sua fierezza di esule, magari andando anche senza camicia. Un’altra risorsa per evitare la disperazione è la scrittura. Giorgina scopre che mamma Maria riporta su carta le sue «fregole de memoria» e lo annuncia con esultanza in giro. Molti accorrono per la lieta notizia e infine tutti si ritrovano d’accordo con la mesta considerazione: «Le pice robe che gavemo lassà xé pice solo coi oci, ma grandi nel cuor». Seguono la tragica vicenda di una parente orfana di ambo i genitori, evidentemente infoibati, e la storia d’amore tra Sandra e Vojko, giovane slavo istriano che l’ha raggiunta a Trieste malgrado la contrarietà dei propri genitori. Un amore che inizialmente appare impossibile, perché la famiglia di Sandra lo ritiene un titino, salvo poi ricredersi di fronte all’evidenza che lui non ha mai fatto del male a nessuno, che anzi il suo aiuto è stato fondamentale per salvare la piccola Santina, che «l’amor devi esser più forte del’odio, del rancor, dela violensa» e che «bisogna gaver el coragio de perdonar per viver una vita vera». La scena finale è intimistica, a due. Santina, tornata sana e salva dall’ospedale, rimane sola con la zia Maria, che tenendola in braccio le racconta quanto era bella la vita nel paese natio. La rappresentazione si chiude con la candida e commovente domanda di Santina: «Quando tornaremo?». Il pubblico ha applaudito a lungo i 19 attori. Salito sul palcoscenico, Renzo Codarin, presidente del comitato ANVGD di Trieste e del CDM, ha spiegato che la commedia ha voluto anche commemorare il compianto Lino Relli, storico direttore dell’ufficio assistenza dell’ANVGD triestina, sempre pronto ad aiutare gli altri esuli per le pratiche sui beni “abbandonati” e a donare loro una parola di consolazione. Codarin ha consegnato alla vedova un mazzo di fiori. Inoltre ha riferito che la Presidenza della Repubblica ha dimostrato interesse per la commedia, chiedendone anche una riproduzione. L’assessore comunale all’Istruzione Antonella Grim ha annunciato che cercherà di farla rappresentare nei ricreatori cittadini in quanto adatta anche ai ragazzi triestini di oggi. Aggiungiamo che sarebbe bello portarla anche in Istria e a Fiume per far meglio conoscere a chi ci vive oggi la drammatica vicenda dei loro conterranei esuli.Paolo Radivo

L’Osservatore Adriatico