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Giraldi La Frontiera

Ricordo di Franco Giraldi

di Diego Zandel – 04/12/2020

Non ricordo quando ho personalmente conosciuto Franco Giraldi, il regista scomparso lo scorso 2 dicembre a Trieste, per Covid, a 89 anni. Sicuramente negli anni Ottanta, quando era compagno della scrittrice Elisabetta Rasy, che mi aveva introdotto come collaboratore all’edizione pomeridiana del quotidiano romano Paese Sera, del quale credo fosse inviata e alla cui edizione mattutina già collaboravo. Ma amicizia con lui la strinsi molti anni dopo, nei primi anni del 2000, in occasione alla Casa del cinema di Roma di una visione del film La Rosa Rossa, del 1974, trasmesso a suo tempo in televisione e tratto da Giraldi dall’omonimo romanzo dello scrittore istriano Pier Antonio Quarantotti Gambini. Con lui, in sala c’erano altri due triestini d’eccellenza, Tullio Kezich e Callisto Cosulich, con i quali poi, con Giraldi, diedero vita a una struggente sarabanda di ricordi di quando Kezich era produttore televisivo RAI e delle cose belle che allora si facevano per la televisione. Trieste, la Venezia Giulia, la letteratura triestina, l’Istria facevano da sfondo ai ricordi. Callisto Cosulich, addirittura, proveniva dalla famosa famiglia di armatori, ma aveva preferito da subito il cinema, tanto da abbandonare gli studi di ingegneria navale all’università di Genova e dare vita nel 1947, con lo stesso Tullio Kezich alla sezione cinematografica del famoso Circolo della cultura e delle arti di Trieste. Insomma, mi sentii a casa e, dopo, ai saluti, scesi tra loro. Ecco, lì forse ci ri-conoscemmo l’uno all’altro con Franco. Avevamo molte cose in comune. Innanzitutto, il fatto di essere entrambi uomini di frontiera, appartenenti a famiglie etnicamente miste. Franco Giraldi, infatti era nato nel 1931 a Comeno (Komen, oggi in Slovenia) da madre slovena e padre italiano dell’Istria, una condizione che lui aveva ben rappresentato, nel 1996, nel film, con Raul Bova nella parte del protagonista, La frontiera, tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore fiumano Franco Vegliani (un film, tra l’altro, del quale avevo parlato con il compianto poeta fiumano Valentino Zeichen, al quale il film era tanto piaciuto). Un film peraltro che chiudeva una trilogia di pellicole tratte da opere di scrittori giuliani, visto che tra La rosa rossa e La frontiera c’era stato anche, nel 1977, Un anno di scuola, tratto dall’omonimo racconto di Giani Stuparich.

Ma la mia frequentazione vera con lui cominciò dopo essersi sposato con Palmira, medico cardiologa di Fiano Romano, che andammo a trovare, io e la mia prima moglie, Anna, scomparsa nel 2012, nella bella casa di Giraldi (nello stesso palazzo in cui abitava colui che riteneva suo maestro, Giuseppe De Santis), per poi andare a pranzo a casa dallo scrittore e poeta Mario Quattrucci, che di Fiano era stato sindaco. Ricordo che, in quell’occasione, parlammo molto delle nostre terre perdute. Un sentimento che con l’età torna a crescere (lo vedo con me, via via che invecchio) e che portò Franco Giraldi, a tornarci per sempre. Nel 2008 lo invitai a Trieste, a partecipare alla manifestazione “Trieste e la psicanalisi” organizzata nel capoluogo giuliano da Progetto Italia della Telecom. Un momento magnifico, in cui, io, seduto in una saletta del Grand Hotel Duchi d’Aosta, intervistavo Franco Giraldi (e altri), con le nostre voci che gli altoparlanti diffondevano per piazza dell’Unità d’Italia, mentre in questa, in alto, su cavi stesi tra i palazzi, alcuni acrobati davano spettacolo con una serie emozionante di numeri.

Ci frequentammo ancora, ma dopo la morte della moglie Palmira, nel 2009, che, tra l’altro aveva sposato non molti anni prima, era sparito. Seppi che era andato a vivere a Gradisca d’Isonzo. Cercai di avere maggiori sue notizie da amici triestini, per farlo venire a Roma dove, presso la Comunità di profughi giuliani, avevamo in programma di presentare, con l’A.N.V.G.D., i suoi tre film giuliani.

Adesso la brutta notizia. Con lui se ne va uno dei più rappresentativi registi di frontiera, anche se non sarà ricordato dai più per i film che abbiamo citato, ma per altri titoli di maggiore successo: per i suoi western all’italiana (cominciò la sua carriera come assistente di Sergio Leone, per poi prendere lui anche quella strada, film che, tra l’altro, come ricordava, gli diedero i maggiori guadagni) e quindi altri film, appartenenti al filone della commedia italiana, come La bambolona – che valse a Ugo Tognazzi il Nastro d’argento come migliore attore. Nel 1971 Giraldi diresse Monica Vitti in La supertestimone e l’anno seguente in Gli ordini sono ordini in cui recita anche Gigi Proietti. La sua maturità espressiva culminerà con il film La giacca verde del 1979, tratta dall’omonimo racconto di Mario Soldati di cui era molto amico (e la cui moglie Jucci Kellermann era fiumana), ritenuta la sua opera migliore. Gran parte del suo impegno negli anni successivi fu assorbito dalla televisione, per la quale realizzò anche la serie de L’avvocato Porta, con Gigi Proietti e quella dedicata a Pepe Carvalho, l’investigatore protagonista dei romanzi di Manuel Vasquez Montalban.