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Sarajevo Primi Del Novecento

L’Esercito italiano in difesa degli Ebrei di Bosnia (1941-’43)

La presente ricerca si basa su una tesi di laurea di Marica Dukic, dal titolo Gli ebrei della Bosnia ed Erzegovina e la loro letteratura nel XX secolo, discussa all’ateneo friulano nell’anno accademico 2014-2015. Relatrice di tale originale indagine è stata la professoressa Natka Badurina, dell’Università degli studi di Udine, Corso di Laurea in Lingue e Letterature straniere. La laureanda si è avvalsa della recente letteratura sul campo in lingua bosniaca, come è per l’autore Jakov Danon, col suo: Memoari na holokaust Jevreja Bosanske Krajine, del 2010.

Siamo onorati di pubblicare nel blog, con qualche integrazione, la parte riferita alla Shoah della sua tesi. La pubblicazione in anteprima di queste interessanti pagine è frutto dello studio attento di Marica Dukic, che ringraziamo per averci messo a disposizione generosamente la sua opera per il presente articolo (a cura di Elio Varutti).

Gli ebrei giungono sul territorio della Bosnia ed Erzegovina nel 1541, passando per la Turchia, l’Albania, la Grecia, oppure per l’Italia, o per la Repubblica di Ragusa. I primi documenti scritti sugli ebrei risalgono al 1565, gli scritti di Sidžila, ossia le fonti ufficiali della corte di Sarajevo. I primi monumenti ebraici in Bosnia risalgono al 1551. La maggior parte degli ebrei che arrivano in quel periodo sono sefarditi, espulsi dai Paesi Iberici, ma c’è anche un gruppo di ebrei autoctoni di ascendenza askenazita, originario dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa.

Gli ebrei, dopo esser giunti in Bosnia-Erzegovina e fino ad oggi, a differenza di tutte le altre religioni, non hanno mai come scopo la sottomissione degli altri. Nel passato cercavano di andare d’accordo con tutti i popoli e con tutte le religioni del luogo. I sefarditi usano il ladino come lingua, invece gli askenaziti usano lo yiddish. Si stabiliscono maggiormente nelle città bosniache, concentrandosi intorno a quattro grandi centri urbani: Sarajevo, Travnik, Banja Luka e Bijeljina. Prima arrivano in piccoli gruppi o singoli individui per verificare le condizioni di vita, conoscere meglio il posto e la gente. Quando sono sicuri che non c’è il rischio di essere perseguitati o allontanati, comunicano alle famiglie e ai parenti di raggiungerli. Dalle quattro città più grandi si trasferiscono a Gradiška, Prijedor, Bosanski Novi, Kostajnica, Derventa, Bihać, Sanski Most, Foča, Višegrad, Zenica, Jajce ed altre località (Marica Dukic, Gli ebrei della Bosnia ed Erzegovina e la loro letteratura nel XX secolo, pag. 10).

Vengono accolti bene dal sultano turco Bayezid e ciò è confermato dalla costruzione della sinagoga nel 1581 a Sarajevo. Con il passare degli anni, tuttavia, gli ebrei perdono il loro status di privilegiati a causa dei corrotti detentori del potere ottomano, bramosi di arricchirsi chiedendo imposte e regali. Tale negativa situazione cambia durante la seconda metà del XIX secolo, quando Abdul Medžida, o Abdülmecid I, nel 1840 proclama il decreto per dare a tutti gli ebrei della Bosnia-Erzegovina la piena autonomia, riconoscimento dei diritti civili, la libertà religiosa e il permesso per la costruzione delle sinagoghe.

L’esercito dell’Impero Austro-ungarico, alla fine di giugno del 1878, invade la Bosnia-Erzegovina, instaurando una nuova amministrazione nella regione fino al 1918, provocando l’esodo di vari musulmani. L’area è pretesa dalle Autorità Austro-ungariche a seguito del Congresso di Berlino del 1878, sebbene continuasse a far parte dell’Impero ottomano. Nel 1908 l’Austria-Ungheria annette la Bosnia-Erzegovina ai propri domini, ponendoli sotto il proprio comando.

In tale periodo si nota un consistente sviluppo demografico della comunità giudaica. Si va dai 3.300 ebrei del 1878, dei quali 3.000 sono sefarditi, agli 11.868 individui del 1910, dei quali i sefarditi sono 8.219 e il resto sono askenaziti. Gli ebrei sono lo 0,62 per cento della popolazione bosniaca nel 1910, che non arriva a sfiorare i 2 milioni di abitanti (Marica Dukic, p. 11).

C’è la creazione di due distinte comunità ebraiche, una sefardita e l’altra askenazita a Sarajevo (foto di apertura, ndr) e Banja Luka. Sono stati scelti due rabbini e si sono diffuse due lingue diverse. Solo il 10 per cento della popolazione di fede ebraica vive in stato di povertà, mentre il resto degli individui è suddiviso egualmente tra chi vive in ottime, medie e modeste condizioni di vita (p. 12).

Alla fine della Grande guerra la Bosnia-Erzegovina fa parte del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni,  abbreviato in Regno di SHS. È uno Stato dell’Europa, riconosciuto dopo la Conferenza di pace di Parigi del 1919. Tale stato cambia nome alla creazione del Regno di Jugoslavia nel 1929.

Con l’inizio del 1940 pian piano si inizia a sentire che la guerra e il crollo del Regno di Jugoslavia si stanno avvicinando, ma nessuno sospettava che potesse creare danni così grandi e prendere così tante vite. Il periodo di terrore inizia con le leggi antisemite, emanate sotto il governo fascista dello Stato indipendente della Croazia-NDH (Stato indipendente di Croazia-Nezavisna Drzava Hrvatska), comandato da Ante Pavelić, che ha considerato gli ebrei come “elementi indesiderabili”, o “di poco valore”. Queste leggi hanno impedito agli ebrei di lavorare, di studiare, di andare a scuola, all’università, di utilizzare trasporti pubblici, di andare al cinema o a teatro. Tutto questo, giorno dopo giorno, porta alla persecuzione e al genocidio. La propaganda antisemitica, presente su tutto il territorio bosniaco, è stata fatta con tutti i mezzi a disposizione: mediante i giornali, riviste, volantini, radiotrasmissioni, film documentari, mostrando gli avanzamenti del potere tedesco e la liquidazione degli ebrei.

Con la creazione della NDH, che era uno stato satellite della Germania nazista, la Bosnia fu sottomessa al nuovo potere. La politica di Hitler consisteva nel risolvere “la questione ebraica” tramite la loro liquidazione dalla faccia della terra. I fascisti di Bosnia, affermando che il loro scopo era giustificato, cominciano a torturare, rubare, uccidere e rapinare la popolazione ebraica senza alcuna compassione. Il giorno d’inizio dell’Olocausto è il 10 aprile 1941, che è anche la data della creazione del governo NDH. È pure la data nella quale gli ustascia (ustaša) decidono di risolvere la questione ebraica, come avevano fatto i tedeschi. Il 1° agosto 1941 furono fucilati i primi ebrei a Vrace, vicino a Sarajevo. Alcuni ebrei sono riusciti a salvarsi, comprando i documenti falsi, e scappando verso Spalato (3.000 persone) e altri 3.500 ebrei si rifugiano a Ragusa (Marica Dukic, p. 13). Altre centinaia di loro trovano la salvezza essendo internati da Mostar al Campo di concentramento di Arbe, sotto il controllo dell’Esercito Italiano (Menachem Shelah, Un debito di gratitudine. Storia dei rapporti tra l’Esercito Italiano e gli Ebrei in Dalmazia (1941-1943), ristampa anastatica della I edizione – Roma 1991, Roma, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio storico, 2009).

Si ricorda che il generale del Regio esercito italiano Vittorio Ambrosio, nel mese di aprile 1941, conquista in pochi giorni tutta la costa adriatica della Jugoslavia, entrando a Spalato accolto felicemente dai diversi cittadini di etnia italiana, coinvolti nel 1920 nei sanguinosi incidenti provocati dai nazionalisti croati. Un mese dopo Mussolini annette la nuova provincia al Regno d’Italia, istituendo il Governatorato italiano della Dalmazia. Migliaia di ebrei croati, allora cercano rifugio nel Governatorato stesso, trasferendosi a Spalato, specialmente nel 1942 (vedi: Spencer Tucker, Who’s Who in Twentieth Century Warfare, Taylor & Francis, 14 dicembre 2003).

Il fascista croato Ante Pavelić, con i suoi ustascia, fa costruire decine di campi di concentramento, dove raccogliere dissidenti, serbi, ebrei, rom e antifascisti, soggetti a torture e lavori massacranti fino allo sterminio nei forni crematori.

Al Campo di concentramento di Jasenovac – spiega Marica Dukic – sono stati uccisi 20.000 bambini di nazionalità ebrea, serba e rom. Le donne sopravvissute e i loro figli sono stati uccisi il 20 aprile 1945. Per nascondere i loro crimini, gli ustaša hanno deciso di liquidare quelli che erano rimasti ancora in vita, anche se si trattava solo di un piccolo gruppo. Essi hanno provato a fuggire, ma la maggior parte non è riuscita nemmeno a uscire dalla porta, sono stati uccisi subito, e un piccolo numero di sopravvissuti (90 persone) si è avviato verso il fiume Sava. Le truppe partigiane jugoslave sono entrate nel campo Stara Gradiška il 23 aprile 1945 e a Jasenovac il 2 maggio 1945, senza però trovare anima viva, ma solamente cadaveri e rovine dei campi distrutti, le uniche testimonianze del crimine avvenuto. Il numero delle persone uccise non è mai stato stabilito con precisione: si parla all’incirca di 700.000 persone, e tra questi 33.000 ebrei, che rappresentano l’80% di tutta la popolazione ebraica presente sul territorio bosniaco in quel periodo (pp. 15-16).

L’opera inedita analizzata - Marica Dukic, Gli ebrei della Bosnia ed Erzegovina e la loro letteratura nel XX secolo, tesi di laurea, Relatrice prof.ssa Natka Badurina, Università degli studi di Udine, Corso di Laurea in Lingue e Letterature straniere, Anno accademico 2014/’15, pp. 106.

 

Cenni bibliografici e sitologici – E. Varutti, “Libro di Menachem Shelah sugli ebrei jugoslavi salvati al Campo di Arbe (Rab)”, on line dal 10 luglio 2018 su   eliovarutti.blogspot.com/

Note - Autore di riferimento: Marica Dukic. Altri testi a cura di Elio Varutti, per il Circolo culturale della Parrocchia di San Pio X, Udine. Networking a cura di Girolamo Jacobson e E. Varutti. Lettori: Tiziana Menotti, Gregorio Zamò, Marco Balestra e il professor Stefano Meroi. Copertina: cartolina di Sarajevo; collez. privata. Si ringrazia Silvia Fina, assessore alle Politiche inerenti al turismo, alla promozione dei siti storici e naturalistici e alla Biblioteca del Comune di Tarcento (UD) che in occasione del Giorno della Memoria 2022 ha messo in contatto Marica Dukic con l’Autore dei testi. Aderiscono: il Centro studi, ricerca e documentazione sull’esodo giuliano dalmata, Udine e l’Associazione Nazionale Ex Deportati politici (ANED) di Udine.

Fonte: Elio Varutti – 13/02/2022

 

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Il Ricordo a Bergamo

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Intervengono:
Fausto Biloslavo il Giornale
Matteo Carnieletto il Giornale
Maria Elena Depetroni Anvgd Bg
Coordinamento : Viviana Facchinetti

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