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ZIbernaSenato

Intervento di Rodolfo Ziberna in occasione del Giorno del Ricordo

Roma, Palazzo Madama, venerdì 9 febbraio 2018, ore 17.00 

 

Signor Presidente della Repubblica,

Signor Presidente del Senato,

Signori Rappresentanti del Parlamento e del Governo,

Autorità,

Signore e Signori.

 

Il 10 febbraio 1947, come noto, venne firmato a Parigi quell’infausto Trattato di pace tra l’Italia e le potenze vincitrici, quel diktat, con cui veniva sancita la mutilazione del territorio nazionale. Oltre alle Colonie, unitamente a Briga e Tenda a ovest, l’Italia perse a est quasi completamente la Venezia Giulia, con le città di Pola, Fiume, Zara e l’80% delle province di Gorizia e Trieste.

Sin dalle premesse apparve evidente che i 90 articoli del Trattato dovevano rappresentare una pace punitiva. L’Italia non poté obiettare. Il presidente americano Wilson aveva proposto una “linea” per il confine italo-jugoslavo che lasciava all’Italia quasi tutta l’Istria, ma fu bocciata nel ’47 dalle potenze vincitrici perché troppo “benevola” verso l’Italia. Prevalse  la proposta francese che, sebbene non assecondasse tutte le pretese di Tito, mortificava ogni aspettativa italiana.

L’Italia intera aveva perso la guerra, ma chi pagò più di tutti furono le genti giuliane, istriane, fiumane, dalmate. Tanto quelle che furono costrette a scegliere la via dell’esilio, quanto quelle che rimasero nei territori ceduti dall’Italia, la nostra comunità nazionale, l’unica minoranza italiana autoctona. I cosiddetti – impropriamente -  “rimasti” hanno dovuto infatti subire gravi conseguenze a causa della propria etnia italiana.

Fu per disperazione che 71 anni fa si imbarcarono da Pola gli ultimi esuli giuliani, abbandonando ogni avere, rinunciando a tutto il proprio passato e mettendo in forse il proprio futuro. Era l’atto finale di una diaspora iniziata nel ‘44 da Zara e poi da Fiume, per sfuggire all’eccidio delle foibe e per restare italiani. La guerra era ovunque finita da un pezzo, ma non qui.

Le altre città d’Italia avevano già visto sfilare i soldati americani, accolti con abbracci generosi e urla di gioia. Ma qui, qui soltanto, la guerra era ricominciata, più atroce di prima: i soldati che sfilavano per Pola, per Fiume, per Zara non erano in festa, parlavano croato e indossavano la divisa con la stella rossa. Non portavano liberazione ma una nuova dittatura. Finito il fascismo, arrivava il comunismo. Finita l’Italia, arrivava la Jugoslavia, e la pulizia etnica. Le foibe. La paura.

Mio padre, Mario, che da ragazzino incosciente e incurante delle ronde partigiane si arrampicava sempre più in alto sulle antiche pietre dell’Arena di Pola con la bandiera italiana ripiegata in tasca, per lasciarla poi libera di gonfiarsi al vento. Per sua fortuna nessuno alzò gli occhi, in quel momento, altrimenti io oggi non sarei qui.

Mia madre, Anita, che nel 1947, a 14 anni, ha dovuto fuggire di notte dalla sua casa insieme al fratello dodicenne Nazario, per essere poi nascosti nella stiva di una nave, e intraprendere un viaggio molto rischioso per preservarli dalla furia dell’occupazione nazista e delle violenze dei partigiani.

Per 70 anni i nostri esuli vennero accusati di essere fascisti, invece erano “solamente” quanto fieramente italiani. Più precisamente sono stati “doppiamente italiani”: lo sono stati per nascita ma lo sono stati anche per scelta, per averlo confermato con la dolorosa scelta dell’esodo. Una scelta obbligata perché messi di fronte all’alternativa di dover rinnegare la propria italianità, i propri ideali, la propria cultura, la propria fede cristiana.  Di quest’ultimo aspetto tra l’altro si è parlato sempre pochissimo, e solo da una decina d’anni,  dopo la beatificazione di don Francesco Bonifacio e di don Miroslav Bulesic, gli storici hanno iniziato a denunciare le intimidazioni, le  violenze e le uccisioni  di tanti sacerdoti  che pagarono con la vita la loro fede. Seguendo un preciso progetto di scristianizzazione, agli impiegati statali venne proibita la professione pubblica della religione (andare a messa, far battezzare i figli, celebrare il matrimonio), pena l’immediato licenziamento.

L’esodo determinò l’abbandono delle città, dei villaggi e delle campagne. Gli Italiani si ridussero ad una esigua minoranza, spesso vittima del nazionalismo jugoslavo, o meglio dello sciovinismo, che prendeva di mira il “diverso”.

L’esodo della stragrande maggioranza degli Italiani, che letteralmente svuotò le cittadine della costa e dell’interno, l’arrivo di genti provenienti dalle altre repubbliche jugoslave, il processo di jugoslavizzazione architettato dagli organi del governo, con l’intento di cancellare le peculiarità storiche, culturali e linguistiche della regione – che avrebbero contribuito notevolmente alla successiva assimilazione – non erano problemi da poco. Gli Italiani rimasti dovettero creare strutture idonee alla salvaguardia del proprio essere. Il governo jugoslavo cercò in vari modi di trasformare la componente italiana dell’Istria a un mero fenomeno folcloristico.

Sono loro, gli esuli, che oggi raccontano cosa significhi, di punto in bianco, chiuder casa e partire, portando appresso solo ciò che sta in una borsa, e ben sapendo che tra poche ore qualcun altro entrerà in quelle stanze, nelle loro, nelle nostre stanze, e ne prenderà possesso. Dormirà nel nostro letto e mangerà nei nostri piatti.

Le immagini in bianco e nero ci mostrano abbracci strazianti tra figli che partivano e genitori che restavano, incapaci di recidere le loro radici, resi fatalisti dall’età. Molti non si incontrarono mai più. Altri, nonostante l’età, sfidarono il viaggio e vissero gli ultimi anni in un campo profughi: l’Italia a volte li accettò malvolentieri, perlomeno quella Italia che pensava “se fuggono al comunismo devono essere fascisti”.

Il Giorno del Ricordo ristabilisce una verità e risarcisce, di un minimo, la disperazione di non essere creduti.

Esodo e foibe sono stati argomento tabù, su cui la Prima Repubblica aveva posto una pietra tombale senza dubbio perché ricordavano la sconfitta subita, ma anche per il ruolo svolto dai partigiani comunisti.

E’ noto, infatti, come nell’ottobre del 1944 Palmiro Togliatti, dopo aver ricevuto a Roma gli emissari di Tito (Kardelj e Gilas) impartisce a Vincenzo Bianco, rappresentante del PCI nella Venezia Giulia, l’ordine di “favorire l’occupazione della Regione Giuliana da parte delle truppe del Maresciallo Tito”. Arresti e uccisioni si concentrarono soprattutto nei centri urbani in particolare a Trieste, a Fiume ed a Gorizia.

L’Italia repubblicana si fonda anche sulla lotta partigiana, condotta da uomini e donne, anche solo adolescenti, che anteposero alla loro stessa vita la liberazione del Paese dalle dittature. Il Paese tutto è grato a questi nostri eroi.

I tempi ritengo siano però maturi per condividere anche ulteriori pagine di storia patria.

Non possiamo né dobbiamo scordare infatti che, salvo lodevoli eccezioni, i partigiani comunisti italiani sul confine orientale non combatterono per liberare l’Italia dal giogo nazifascista, bensì per sottometterla con la forza e la violenza, con la morte di chi vi si opponeva, ad un brutale nazionalismo sovietico-comunista, ad una nuova dittatura. Partigiani che operarono al di fuori del CLN contro gli Alleati, nel segno di un internazionalismo anti italiano e filosovietico. L’intento dichiarato era quello di assorbire le Brigate ed i Battaglioni partigiani italiani nell’esercito yugoslavo, epurandole della presenza di quegli italiani rei di aver imbracciato il fucile contro le truppe del maresciallo Tito.

A Gorizia a guerra finita oltre 650 goriziani vennero sottratti alle loro case, alle loro famiglie, per non farvi più ritorno, per la sola “colpa” di essere di sentimenti italiani, patrioti che avrebbero potuto rappresentare un ostacolo alla volontà annessionistica del Maresciallo Tito. Analoga sorte toccò a centinaia di sorelle e fratelli italiani di Trieste.

Il confine orientale sta ancora attendendo che venga riconosciuto dalle Istituzioni e dall’ANPI, il ruolo svolto dai partigiani comunisti italiani nell’aiutare i comunisti titini in queste operazioni di rastrellamento, di deportazione e di uccisione. Riconoscere ciò costituirebbe un passo assai importante, che peraltro alcuni Comitati provinciali Anpi in Italia hanno singolarmente già fatto.

Lo Stato italiano ha giustamente condannato il tentativo di snazionalizzazione imposto dal fascismo alle popolazioni di lingua slovena residenti sul confine. Ora attendiamo uno sforzo di verità, nell’interesse dello stesso movimento partigiano che non merita di essere accomunato a chi ha combattuto ed ucciso italiani con lo scopo di assoggettare l’Italia ad una nuova dittatura.

Vanno combattuti anche coloro che, consapevolmente, stanno ponendo in essere una campagna con cui si tende a negare, minimizzare o giustificare il dramma delle foibe e dell’esodo, ritenuti comprensibile reazione alle responsabilità del fascismo. Guai a giustificare la violenza, che va condannata sempre e comunque, diversamente dovremmo giustificare chi oggi dovesse esercitare la violenza contro gli infoibatori di ieri!

Chi ancor oggi nega, minimizza o giustifica il dramma delle foibe e dell’esodo, va emarginato anche attraverso l’estensione dell’aggravante prevista per il negazionismo dell’olocausto.

Dove 100 anni fa i diversi nazionalismi si combattevano l’uno contro l’altro insanguinando il fiume Isonzo, sacro alla Patria, dove 72 anni fa le terre giuliane subivano a guerra finita i rastrellamenti e l’uccisione di tanti civili da parte delle truppe del Maresciallo Tito aiutate dai partigiani italiani comunisti, dove sino a pochi decenni fa la terra era divisa dall’ultima propaggine della famigerata “cortina di ferro”, proprio là oggi il Comune di Gorizia, di cui sono orgogliosamente Sindaco, insieme ai comuni sloveni di Nova Gorica e Šempeter-Vrtojba parliamo di coesione e di crescita facendo riferimento non più alle sole nostre singole municipalità, bensì ad un territorio più vasto: quel territorio che la stupidità dell’Uomo ha martoriato e che l’intelligenza ed il cuore dell’Uomo oggi fanno crescere insieme.

Onorevoli Presidenti, a quell’Europa dei popoli e non dei burocrati che tutti insieme vogliamo concorrere ad edificare, arricchita dalle diversità, gli esuli giuliano-dalmati ed i loro discendenti possono e vogliono fornire un loro importante contributo, forti dall’aver patito più di altri iniqui confini dalla barbarie eretti ed oggi dalla lungimiranza abbattuti.

Con questi sentimenti di gratitudine, signor Presidente della Repubblica, signor Presidente del Senato, Autorità, Signore e Signori, rinnoviamo il nostro più sincero ringraziamento per averci consentito di ricordare in questo luogo la tragedia delle foibe e dell’esodo. Viva l’Italia!