Centro di Documentazione Multimediale della Cultura Giuliana Istriana Fiumana Dalmata
October 27th, 2020
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La campana in memoria dei minatori dell’Arsia

È giunta a Trieste la campana commemorativa dei 185 minatori morti nelle miniere dell’Arsia il 28 febbraio 1940, nello scoppio delle gallerie pregne gas e di polvere di carbone. La campana, dopo la benedizione impartita dall’arcivescovo Giampaolo Crepaldi nel cortile del Seminario Vescovile. Alla breve cerimonia hanno preso parte anche il Sindaco Roberto Dipiazza e l’assessore Michele Lobianco. Alta 70 centimetri per altrettanti di diametro e pesante 2 quintali, la campana è frutto della fusione bronzea avvenuta nella Fonderia pontificia di Agnone (Isernia). A volerla è stato il professor Michele Maddalena, professore di Formia (Latina) che da anni ha preso a cuore la questione dei minatori italiani morti in servizio in giro per il mondo, in collaborazione con il Consolato regionale dei Maestri del Lavoro e l’Associazione delle Comunità Istriane. Il manufatto presenta sul calco gli stemmi della Repubblica Italiana, delle regioni Friuli Venezia Giulia e Veneto che hanno garantito fin da subito un appoggio concreto a questo progetto. Fra i nomi di persone e di enti incisi sul manufatto bronzeo c’è anche quello di Manuele Braico, storico presidente del sodalizio di via Belpoggio.

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“Non piangere, madre. Tuo figlio dorme il sonno dei giusti. Il lavoro volle l’estremo sacrificio. A te rivolgemmo l’ultimo pensiero”. Con queste parole impresse sulla campana commemorativa, si è voluto ricordare anche la figura del minatore triestino Arrigo Grassi, la cui storia è un condensato di eroismo e sacrificio: dopo lo scoppio delle gallerie si calò per dieci volte senza maschera nelle stesse invase dal gas micidiale sprigionatosi dallo scoppio, salvando altrettanti colleghi, per poi andare incontro al proprio destino nell’undicesima, fatale, discesa.

La campana lo scorso 12 febbraio ha ricevuto anche la benedizione del Santo Padre. Nel suo peregrinare sulla via di Trieste ha toccato tutte le Regioni dalle quali provenivano i minatori morti nella tragedia del 1940. L’attuale emergenza del Coronavirus ha costretto a dilatare i tempi della consegna definitiva al paese di Arsia (l’odierna Raša), che avverrà appena il prossimo novembre. Nel frattempo il manufatto in lega di bronzo è stato posizionato nell’atrio del Comune di Trieste dove sarà possibile visionarlo dalla cittadinanza.

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 Oggi, ottant’anni fa, una tragedia annunciata.

Contrariamente a una diffusa convinzione, non fu Marcinelle la peggiore catastrofe mineraria italiana, ancorché occorsa in Belgio. La tragedia più grande avvenne proprio ad Arsia – all’epoca in Provincia di Pola – il 28 febbraio del 1940, che produsse ben 185 vittime, 50 in più di quelle avutesi in Belgio nel 1956, oltre a un numero indefinito di feriti. Stando ai rapporti dei Reali Carabinieri dell’epoca, il terribile incidente fu causato dalla riduzione delle misure di sicurezza legate alla necessità di intensificare la produzione di carbone: l’autarchia imposta da Mussolini nel 1935, unita allo scoppio della guerra in Europa – l’Italia vi avrebbe preso parte solamente quattro mesi dopo – aveva causato il blocco navale delle carboniere tedesche dirette in Italia.

Le vicende di confine hanno prodotto una rimozione sui morti dell’Arsa, che rappresentano un altro mattone sul muro alzato per decenni nella dolorosa memoria negata, che ancora pesa nel cuore degli italiani d’Istria. Perché a decretare la cancellazione della tragedia di Arsia dalla memoria collettiva italiana furono gli stessi motivi, gli stessi “non expedit”, che per decenni hanno negato la verità delle foibe e la tragedia degli esuli d’Istria e di Dalmazia.

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Appena avvenuta la disgrazia fu lo stesso Fascismo a imporne la censura. Poche righe sui giornali italiani, appena trenta su Il Piccolo del giorno dopo, 1 marzo 1940, dove si parlava di appena «una sessantina di vittime». Nulla più nei giorni a venire. Poi, una volta finita la guerra, alle famiglie bosniache che Tito aveva insediato ad Arsia nelle case degli italiani, non importava nulla della tragedia avvenuta pochi anni prima. I morti erano tutti italiani, quindi tutti nemici, tutti presunti fascisti. In realtà tra le maestranze e i caduti vi furono italiani, sloveni e croati, nonché immigrati da tutto il nord Italia, dal Friuli, dalla Toscana e dalla Sardegna, passando per il Cadore e l’Emilia-Romagna.

Il bacino dell’Arsia fu il più grande impianto estrattivo d’Italia e, dopo la guerra, della neonata Repubblica Socialista di Jugoslavia, che lo chiuse definitivamente nel 1966. Ora rappresenta una delle offerte turistico-culturali dell’Istria orientale.

La nuova città mineraria fu inaugurata il 4 Novembre 1937, dopo appena un anno e mezzo di lavori. Lo studio Pulitzer di Trieste progettò e costruì la cittadina in pura architettura razionalista. La chiesa fu dedicata a Santa Barbara, patrona dei minatori, e ha la curiosa forma di un carrello da minatore rovesciato, mentre il campanile è una gigantesca lampada da miniera. Le gallerie scavate nel carbone si sviluppavano per più di 160 chilometri, fino a 350 metri sotto terra.

Alle 4 e 30 del mattino del 28 febbraio 1940 arrivò il primo scoppio. Fu un botto spaventoso, che fece tremare la terra, udito a chilometri di distanza. Crollarono diversi livelli di gallerie, i minatori furono seppelliti o asfissiati dal gas, e ci vollero molti giorni per estrarre i corpi dei morti e dei vivi, molti dei quali morirono in pochi giorni, all’ospedale.  Quando ci fu l’esplosione alla miniera di Marcinelle, con i suoi 136 morti, i media italiani dell’epoca parlarono della più grave catastrofe mineraria del XX secolo. La tragedia di Arsia con i suoi 185 cadaveri era già stata dimenticata. Nel 1956 l’Arsia, così come tutti i temi legati all’Istria, era già motivo di oblio.