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Confine Di Rapallo 1920

La Venezia Giulia e il Trattato di Rapallo

Le trattative per la delimitazione dei nuovi confini d’Italia dopo la fine del primo conflitto mondiale si svolsero a Versailles a partire dal gennaio del 1919. La soluzione di quella che fu definita la “Questione adriatica” non fu facile perché molto diverse erano le aspettative delle varie Potenze presenti alla Conferenza di pace. L’Italia chiese sin da subito il rispetto di quanto promesso dal Patto di Londra e, in aggiunta, pure la città di Fiume (che non era compresa nel Patto), rivendicata in base al diritto di autodeterminazione dei popoli, in quanto una rilevazione statistica del dicembre 1918 indicava una netta maggioranza di persone di nazionalità italiana. L’atteggiamento delle altre Potenze fu di netto rifiuto per quest’ultima richiesta italiana e, dopo mesi di discussioni e di controproposte, si giunse a trattative dirette tra il Regno d’Italia ed il nuovo soggetto internazionale che era nato ad oriente dopo la dissoluzione dell’impero austroungarico, e cioè il nuovo Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (la futura Jugoslavia). In un clima politico di crescenti tensioni tra i sostenitori della causa italiana e della causa jugoslava, il 12 settembre 1919 Gabriele d’Annunzio entrò a Fiume con 2.500 uomini al suo seguito. In seguito proclamò l’annessione della città all’Italia e la Reggenza del Carnaro. Durante il luglio del 1920 numerosi fatti di sangue ai danni delle opposte fazioni contrapposte (a Spalato, a Trieste ed a Pola) esasperarono ulteriormente gli animi. Il 12 novembre 1920 i Governi Italiano e Jugoslavo firmarono a Rapallo un Trattato cn cui i confini tra i due Paesi venivano fissati in maniera consensuale: l’Italia otteneva la quasi totalità della Venezia Giulia, mentre rinunciava a quasi tutta la Dalmazia (tranne Zara e l’isola di Lagosta). La città di Fiume divenne Stato Libero e il Governo Italiano dovette, in rispetto al Trattato, intervenire militarmente contro i legionari di Gabriele D’Annunzio, che dovettero abbandonare la città dopo una serie di scontri contro le truppe italiane. I successivi buoni rapporti instaurati tra i Governi Italiano e Jugoslavo, unitamente con la difficile situazione politica del nuovo Stato Fiumano (il Governo presieduto da Riccardo Zanella fu rovesciato da elementi fascisti nel marzo 1922), permisero tuttavia nel gennaio 1924 di giungere ad una spartizione di Fiume tra Italia e Jugoslavia. […] Gli accordi di Rapallo e di Roma permisero una stabilizzazione dei confini tra il Regno d’Italia e il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (S.H.S.), ma le tensioni tra le opposte fazioni nazionali continuarono ancora a lungo. Il ricordo dei tre anni di guerra combattuti da nemici e le lunghe schermaglie per la demarcazione dei confini avevano creato un clima di continua contrapposizione tra gli italiani da una parte e gli sloveni ed i croati dall’altra. La situazione si fece molto pesante per gli italiani che vivevano in Dalmazia e che avevano a lungo sperato che il Patto di Londra del 1915 venisse rispettato e che le loro terre fossero annesse all’Italia al termine del conflitto. Nel novembre del 1918 le truppe italiane erano effettivamente giunte non solo nella Venezia Giulia ma anche sulla costa dalmata, sulle isole e in buona parte dell’entroterra rivendicando il rispetto del Patto. Nelle zone non occupate dai militari italiani vi furono però subito incidenti e tafferugli e in poco tempo alcune migliaia di italiani dovettero abbandonare i propri paesi per mettersi in salvo. Questa prima ondata di profughi raggiunse, tra il 1919 ed il 1920, in parte Zara ed in parte Trieste, Venezia ed Ancona. Successivamente però, dopo che il Trattato di Rapallo assegnò la sovranità della Dalmazia al Regno S.H.S. e le truppe italiane si ritirarono gradualmente dal territorio dalmata promesso all’Italia dagli accordi di Londra (primavera del 1921), in diverse località scoppiarono nuovi incidenti da parte di nazionalisti serbi e croati ai danni dei dalmati italiani e di quei dalmati slavi che avevano sostenuto la causa italiana. Spaventati dalle angherie e dai linciaggi che avevano subito e che avrebbero potuto subire senza l’ombrello protettivo dei militari, molti dalmati scelsero l’esilio e nei primi mesi del 1921 lasciarono la propria terra, che si svuotò dell’elemento italiano autoctono. In alcune città, come Sebenico e Curzola, l’esodo venne organizzato dal Governo italiano: nel maggio-giugno del 1921 furono inviati dei piroscafi a raccogliere le comunità italiane prima del passaggio delle consegne dalle autorità italiane a quelle slave. In pochi giorni partirono profughi altri 10.000 dalmati di madrelingua italiana, con la conseguenza che la presenza italofona in Dalmazia si ridusse ulteriormente, restando maggioritaria solo a Zara, unica città dalmata assegnata all’Italia.

Guido Rumici

Tratto da Guido Rumici, Istria, Fiume e Dalmazia. Cenni storici, Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Roma 2020, pp. 10-11.

Disponibile liberamente online in formato PDF:

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