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Gonfalone Di Perasto

Il giuramento di Perasto nel racconto di un discendente del Conte Viscovich

Nel suo saggio “L’episodio di Perasto” l’architetto Arduino Berlam fece ampio riferimento al raro volume «Storia di Perasto. Raccolta di Notizie e Documenti dalla caduta della Repubblica Veneta al ritorno degli Austriaci» (Tipografia Lloyd Austriaco, Trieste 1898) scritto da Francesco Viscovich, discendente del Capitano di Perasto Giuseppe Viscovich che il 23 agosto 1797, pronunciando la celebre frase “Ti con nu, nu con ti”, depose e occultò nell’altare della cattedrale cittadina il Gonfalone della Serenissima Repubblica di Venezia (ceduta da Napoleone Bonaparte all’Austria col Trattato di Campoformido) che la comunità montenegrina custodiva da secoli.

Riportiamo alcuni stralci dell’opera, consultabile online grazie al sistema Archistarts dell’Università degli Studi di Trieste. [LS]

Perasto sofferse d’anarchia nel periodo intercedente fra la caduta della Repubblica e l’arrivo del generale austriaco Rukavina, finchè dopo varii consigli di maggiorenti ed emanazioni di leggi sulla sicurezza interna fu deciso di arrendersi volontariamente all’Austria. I predoni montenegrini avevano tentata l’occupazione di Perasto, ma i Perastini, gelosi della propria autonomia, stettero in armi e sventarono tale progetto, mantenendosi padroni di sè stessi sino all’arrivo del generale Rukavina. 

Quando le truppe imperiali furono giunte a Lepetàne, ad un miglio e mezzo da Perasto, i cittadini decisero di ammainare il gonfalone ducale veneto, Ascoltiamo ora la narrazione del conte Viscovich:

«Le deposte insegne, raccolte sopra un bacile d’argento, furono trasportate dal Luogotenente e da due Giudici della Comunità nella chiesa parrocchiale, ove ricevuti da Monsignor Abate e dal Clero, s’avviarono all’altare maggiore e vi deposero sopra la cara memoria». In tale momento, il Capitano di Perasto, conte Giuseppe Viscovich, pronunciò il noto discorso. […] Terminato che fu il discorso del Capitano, monsignor Abate Vincenzo Lazzàrovich pronunciò anch’egli un discorso assai vibrato, elegante ed energico allo stesso tempo. Primo fu il Capitano a baciare un  lembo del gonfalone col Leone di S. Marco, poi lo stesso fu baciato ed inzuppato di lagrime da parte dei Giudici, dal Capo della Comunità e dal popolo tutto che gremiva la chiesa. 

Poi, rivoltosi il Capitano Viscovich ad un suo piccolo pronipote di nome Annibale, che aveva presso di sè, gli disse: «Inginocchiati baciala e sovvengati. di lei finchè avrai vita!»

Chiuso quindi il’ vessillo in una cassetta; questa fu murata sotto all’altare maggiore. Quando tutti furono usciti dalla chiesa, fu issato lo stendardo imperiale austriaco sull’antenna rimasta vedova e le fortezze ed i vascelli armati ancorati in rada lo salutarono con altrettanti colpi di cannone con cui era stato salutato il gonfalone veneto nella sua ultima discesa dall’asta. Poi il popolo ritornò in chiesa e fu celebrata la messa. Così finì la mesta cerimonia che fu l’epilogo d’una storia di quattro secoli d’amorosa fedeltà a Venezia».

«La mattina del 23 agosto – racconta ancora il manoscritto – convennero tutti i cittadini perastini d’ogni ceto presso la casa del . Capitano, dove si trovavano custoditi il Gonfalone e la Bandiera da campagna ed i due alfieri, guidati dal Luogotenente, vi salirono per levare le venerate insegne, dinanzi alle quali si trattennero, commossi dalla, solennità del momento, più di quanto avrebbero dovuto, sinchè uno dei Giudici della Comunità li raggiunse per dare principio alla solennità del congedo. Finalmente le due bandiere di San Marco, innalzate dai due alfieri preceduti dal Luogotenente, videro per l’ultima volta le lame sguainate dei loro gonfalonieri a fare loro spalliera ed il popolo perastino seguirle a passo grave sino alla piazza San Nicolò. Appena vi furono giunti, il Capitano staccò i drappi dalle loro aste e contemporaneamente sul Castello fu pure calata la bandiera veneta fra il rimbombo delle artiglierie di quella fortezza, che sparò 21 colpi di cannone, e di due vascelli armati a difesa del porto, che spararono 11 colpi ciascuno, ai quali si unirono poi tutti i bastimenti che si trovavano alle rive di Perasto».

Risulta quindi che questo Castello fu l’ultimo a deporre la bandiera veneta, fra tutti i paesi della cessata Repubblica e che ciò avvenne con toccante maestà. 

Arduino Berlam