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«L’identità istriana scomparirà del tutto con i nostri nipoti»

Il tempo spegnerà inevitabilmente il senso di una terra «Per noi non fu facile, a Vivaro credevano fossimo slavi».

Flavia Maraston alle Villotte tiene tra le mani un libro. Sono quelli che ha messo sul tavolo Corrado Sferco, titolare dell’osteria La casa col mandorlo, una specie di Little Istria qui nel pordenonese. «Il nonno era podestà di Visinada e da quello che mi è stato raccontato era ben voluto dalla gente del paese. Alvise Federici che era il mio bisnonno, farmacista, invece non fu più trovato. Nel cimitero di San Quirino c’è solamente la fotografia». Flavia mi racconta, emozionata, un aneddoto particolare, di quelli che legano indissolubilmente l’Istria a Venezia. «Mia zia Giovanna che era terziaria francescana durante l’esodo riuscì a portare con sé una bandiera della Serenissima del XVIII secolo; la famiglia la conserva ancora, anche se prima o poi penso che decideremo di donarla alla città lagunare come simbolo». Se venisse esposta in maniera permanente in qualche museo veneziano, certamente milioni di turisti potrebbero osservarla da vicino. Così facendo si riuscirebbe ad aggiungere un ulteriore tassello alla storia dell’Adriatico orientale.

Gli istriani del pordenonese – più in generale anche nelle diverse zone di arrivo – rimasero all’interno di una dimensione per loro maggiormente armonica. «Nella comunità si leggeva Il Piccolo, si guardava spesso verso Trieste come punto di riferimento. «Ricordo – racconta Flavia – che mio padre a Pordenone andava dall’edicolante per acquistare il quotidiano triestino e, dopo le prime volte in cui non lo trovava, il proprietario dell’edicola se lo faceva mandare perché sapeva che lui l’avrebbe comprato». Un ennesimo aneddoto è quello riguardante i documenti prodotti dagli impiegati degli enti locali o alle poste. «La provincia di Pola si trasformava in Polinesia – racconta Silvano Varin, – oppure Marezigo finiva nei Territori Italiani d’Oltremare, tipo le colonie». Succedeva spesso che i luoghi di nascita fossero storpiati, non compresi, o scambiati per chissà quali altre città. «Per il fatto che giocavo bene a calcio le persone o i compagni, non mi apostrofavano mai», mi dice Maurizio Ivancich, figlio di esuli arrivati al Dandolo nei pressi di Maniago. «Mia sorella invece la etichettavano come la slava, solamente per via del cognome». La famiglia Ivancich era giunta nel maniaghese da Sbandati, un piccolo paesino nell’entroterra di Parenzo. «Forse oggi le generazioni future non sentono l’identità istriana come quelle precedenti. Credo anche che purtroppo tutto questo un giorno si perderà».

Il Dandolo assomiglia alla zona delle Villotte. La strada che da Pordenone porta verso Maniago sembra un’infinita lingua di asfalto circondata qua e là da poderi quasi tutti uguali. Qui hanno vissuto e vivono i genitori di Maurizio. «I miei non hanno mai tenuto un profilo rancoroso, anche se avevano dovuto girare numerosi campi profughi prima di trovare una sistemazione definitiva», mi spiega Maurizio. La signora Scola. stica Marincich, esule da Cittanova, sta mettendo ad asciugare. «I primi tempi sono stati difficili. Prima di arrivare qui al Dandolo siamo passati per Trieste, eravamo in tre. Poi è nato un altro bambino, che lavora al distributore di benzina sulla strada provinciale. Avevamo fatto domanda alle Villotte anche se poi siamo venuti qui». Anche al Dandolo c’era diffidenza verso gli istriani. «Il prete di Vivaro era stato informato e gli avevano detto varda che riva i s’ciavi. Per noi non era per niente facile». La casa oggi è vicina a un’officina e l’abitazione a fianco mostra una bandiera italiana sul tetto. Tutt’attorno una sterminata distesa di campi. Sullo sfondo, la malinconia di un quadro di luce e le montagne, oggi con qualche cima innevata. Ai bordi della strada fa mostra di sé qualche airone. La zona è interessata dall’aeroporto militare e compaiono via Pola, via Parenzo e altre che portano i nomi di cittadine istriane. Quasi all’inizio dell’insediamento trovo Walter Sabadin, figlio della signora Scolastica. È il figlio nato a Trieste. «Quando siamo arrivati qui era il 1958. Avevo un anno e non ricordo molto di quel periodo. Vicino alla chiesa avevano costruito la scuola dove eravamo esclusivamente figli di esuli istriani. I periodi successivi furono un po’ più duri perché trovavi sempre quello che tirava in ballo la solita storiella di noi profughi che avevamo rubato la terra, che ce l’avevano regalata e che eravamo privilegiati», racconta Walter. Il mantenimento di una certa identità istriana lo si può sentire qui al Dandolo soprattutto grazie ai lavori di Lucio Sabadin, vero e proprio animatore della comunità. «Provo orgoglio nell’essere istriano. Oggi i rapporti sono migliorati è vero, anche se ad esempio si sente sempre qualcuno ribadire che avevamo usurpato il luogo dove il contadino andava a raccogliere il fieno. Tutto sommato però le relazioni sono migliori di quanto lo fossero tempo fa», conclude Walter. La Cooperativa, che era stata fondata da suo padre ancora quando esisteva la Jugoslavia, organizzava delle gite in Istria. Per molti, il tragico ricordo dell’abbandono produsse la ferma volontà di non tornare. Per tutti, anche per quelli che passavano il confine tanti anni dopo, si trattava di una autentica dichiarazione d’amore.

Il Messaggero Veneto, 22 gennaio 2017