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December 3rd, 2021
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Jugo1941

«Italiani in Jugoslavia nel ’41, fu rappresaglia»

Violenze e massacri dei militari avvennero nel quadro di una complessa situazione nella regione balcanica. 

 

Il recente ottantesimo anniversario dell’inizio delle operazioni militari italiane e tedesche nel Regno di Jugoslavia (6 aprile 1941) ha dato spunto ad alcuni storici – fra i quali in primo luogo Raoul Pupo e Marina Rossi – di riprendere la questione e di darne una lettura che – a nostro umile avviso – non rende un servigio esauriente alla causa della Storia. Quando si riferisce di violenze e di massacri occorre presentare all’opinione pubblica la verità storica nel suo giusto contesto, spiegandone il perché. In ogni decisione, in ogni azione vi è un perché. Attenzione: la spiegazione del perché non giustifica e non assolve alcuna violenza nè alcun massacro, ovviamente, ma il perché deve essere presentato anch’esso, per tracciare un quadro realmente completo della vicenda storica. Cosa manca, a nostro parere, nella ricostruzione che, su queste pagine, qualche giorno fa, hanno presentato Marina Rossi con il suo articolo e Raoul Pupo con la sua intervista? Manca il perché. Gli italiani si sono comportati male in Jugoslavia, sono stati cattivi: onta a loro! A qualcuno interessa sapere perché? In quale contesto si trovarono ad operare i soldati e gli ufficiali delle forze armate italiane schierate in Jugoslavia dal 6 aprile 1941 fino alla conclusione della seconda guerra mondiale? Riteniamo utile dare una nostra lettura della vicenda, aggiungendo alcuni perché, senza contestare nulla di ciò che è stato detto riguardo le responsabilità delle forze tedesche ed italiane durante l’invasione e la spartizione della Jugoslavia nel 1941. Ciò, ripetiamo, non per giustificare o attenuare quanto avvenuto, ma per consentire all’opinione pubblica interessata a quel capitolo di storia di poter compiere uno sforzo di immedesimazione, nel caso. Il tema è estremamente complesso, tanto complesso quanto articolato è il mosaico che compone la regione balcanica e meriterebbe in futuro un convegno interessantissimo da organizzare qui a Trieste insieme a storici provenienti dai paesi della ex-Jugoslavia.

 

DELICATI RAPPORTI
Tralasciando, per motivi di spazio, la delicatissima analisi dell’evoluzione dei rapporti fra Roma e Belgrado fra il 1918 ed il 1941, ci si limiti a ricordare che gli accordi di amicizia fra Italia e Jugoslavia, stipulati il 25 marzo 1937 fra Galeazzo Ciano ed il primo ministro e ministro degli esteri jugoslavo Milan Stojadinović, furono un atto che suggellò un reale avvicinamento fra due paesi, in ragione di una incipiente convergenza di vedute, che si inserì nello spirito di quel periodo, in cui i paesi autoritari sembrarono esercitare maggiore attrazione sulle popolazioni europee rispetto alle democrazie liberali. Gli eventi intercorsi fra il 1937 ed il 1941 posero la Jugoslavia in uno stato di crescente tensione e timore, dovuti sia alla decisa azione diplomatica e militare della Germania verso l’area danubiano-balcanica sia alla crescente esigenza croata di ottenere maggiore autonomia nel quadro istituzionale jugoslavo. Dopo il settembre del 1939 la Jugoslavia del Reggente Paolo e del governo Cvetković – Maček dovette usare tutti i possibili accorgimenti sia per non inimicarsi le soverchianti potenze vicine, sia per garantire la propria unità statuale e la propria neutralità di fronte al conflitto. In questa incandescente atmosfera politica si arrivò alla sofferta decisione di Belgrado di aderire al Patto Tripartito (Vienna, 25 marzo 1941). Ciò provocò l’esplosione del dissenso interno, il colpo di stato del 26-27 marzo 1941 da parte del Generale Dusan Simović e la decisione di Germania ed Italia di intervenire in Jugoslavia, causandone lo smembramento e aprendo un fronte balcanico che, durante quattro anni di guerra, fu teatro di inaudite violenze, che coinvolsero cetnici monarchici serbi, ustaša filofascisti croati, partigiani comunisti jugoslavi, soldati tedeschi e soldati italiani.
SPIRALE INARRESTABILE
Nella spirale inarrestabile delle lotte nell’area jugoslava l’odio crebbe progressivamente, seguendo una catena micidiale di azioni e reazioni e condusse ad operazioni di inusitata violenza, che oltrepassarono ogni limite. Il rapporto fra causa ed effetto fu stretto, in relazione ad ogni azione cruenta e ad ogni rappresaglia violenta. Nessuno deve occultare che la Germania e l’Italia condussero una guerra di aggressione nei confronti delle popolazioni jugoslave, ma nella disanima dell’uso della violenza, che è presente in ogni guerra, occorre presentare il quadro completo e permettere all’opinione pubblica di comprendere la situazione reale in cui si trovarono a combattere i soldati e gli ufficiali italiani. Bersagli quotidiani di attacchi da parte delle forze della resistenza jugoslava (attentati, esplosioni, colpi di fucile o di mitragliatrice da parte di cecchini nascosti nella macchia, lotte al coltello), le forze italiane reagirono nel nome del diritto di rappresaglia previsto dal codice militare. Le foto che ritraggono le fucilazioni di partigiani jugoslavi o di fiancheggiatori di partigiani jugoslavi avvengono da parte di uomini in divisa militare italiana, soggetti al codice militare di guerra, che prevede la fucilazione dei nemici, rei di attacchi sanguinosi contro le forze italiane o contro la popolazione italiana. Ciò significa che tali partigiani jugoslavi – in generale – non furono massacrati in modo sommario appena catturati. Ad essi non furono riservate le sevizie, le torture, le amputazioni fisiche a cui ricorrevano spesso le forze partigiane jugoslave contro gli italiani o a cui ricorrevano gli ustaša croati contro i serbi ed i comunisti. In altre parole la fucilazione è sì, certo, un atto di violenza, ma non è confrontabile con le atrocità compiute da coloro che a prigionieri vivi italiani riservarono l’eliminazione degli occhi con il coltello o la recisione degli organi genitali o il taglio dei seni alle donne, esposti spesso come trofei di una imbarazzante tradizione medievale. La questione dei campi di prigionia deve anch’essa essere chiarita. Gli italiani non attuarono mai stermini premeditati e preparati scientificamente a danno delle popolazioni jugoslave. Le azioni di guerra erano soggette al controllo del codice di guerra ed i prigionieri nei campi di raccolta di Arbe, Gonars, Monigo vennero trattati come prigionieri di guerra: i numerosi deceduti perirono fondamentalmente per malattie e denutrizione, come nella maggioranza dei campi di prigionia. Non vi fu alcuna camera a gas nei campi italiani, il cui obiettivo fosse quello di attuare une genocidio a danno delle popolazioni jugoslave. Gli incendi dei villaggi ebbero luogo ma non per fare tabula rasa della presenza delle popolazioni jugoslave, bensì per contrastare coloro che davano albergo ai partigiani o che li nascondevano. Tutte queste considerazioni – è bene ripeterlo – non mirano a giustificare alcun misfatto da parte italiana, ma a completare un quadro estremamente complesso quale fu quello jugoslavo durante la II guerra mondiale.
TEATRO TRISTISSIMO
Le forze armate italiane, durante tutte le epoche storiche – dal periodo del Regno di Sardegna al Regno d’Italia, dal Fascismo alla Repubblica Italiana – hanno sempre servito con disciplina, serietà e senso di responsabilità l’autorità politica che le controllò e diresse. Non è un caso che dalle guerre di indipendenza del XIX secolo alle missioni multinazionali di pace in Libano, Balcani, Mediterraneo e Afghanistan della fine del XX secolo le forze armate italiane abbiano dato costantemente la misura delle proprie capacità e del proprio equilibrio, della propria umanità e della propria empatia con il mondo intero. Il ginepraio balcanico fu sempre teatro tristissimo di efferate violenze, che dalle epoche medievali si protrassero periodicamente fino agli anni Novanta del XX secolo, durante il processo di decomposizione della Jugoslavia. Se il periodo di osservazione si limita alla seconda guerra mondiale occorre includere tutti i tragici eventi intercorsi in quel periodo (circa 700.000 serbi vennero uccisi in gran parte dagli ustaša croati, come indica il campo di Jasenovac), fino alla loro appendice conclusiva, vale a dire fino agli stermini nelle foibe istriane e carsiche da parte dei partigiani comunisti jugoslavi. Proviamo a ricordare anche questo, affinchè un anniversario triste non diventi lo spunto per colpire sotto la cintura l’onore dell’Italia.

Stefano Pilotto – 16/04/2021

 

Fonte: Il Piccolo 

 

 

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