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November 28th, 2020
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GdA A Fiume

Il fiumanesimo tra patriottismo e sindacalismo rivoluzionario

Ronchi dei Legionari è un luogo intimamente legato con la storia risorgimentale a partire dal 1882, allorché vi fu catturato Guglielmo Oberdan, poi impiccato a Trieste per aver progettato di attentare alla vita dell’imperatore Francesco Giuseppe d’Asburgo. A poca distanza sorge l’imponente scalinata di Redipuglia, il più grande Sacrario militare in Italia in cui giacciono i resti di circa 100.000 caduti nelle terrificanti battaglie dell’Isonzo combattute dall’allora Regio Esercito contro le truppe austro-ungariche tra il giugno 1915 e l’ottobre 1917. Ancora da Ronchi partì la sera dell’11 settembre 1919 la spedizione di Gabriele d’Annunzio e dei suoi Legionari, appunto, volta a risolvere in maniera “garibaldina” la situazione di Fiume, che, nonostante il plebiscito a favore dell’Italia tenutosi il 30 ottobre 1918, sembrava destinata a venire incorporata nel neonato Regno dei Serbi, Croati e Sloveni oppure ad essere eretta a città-stato sotto l’egida della Società delle Nazioni, analogamente a quanto avvenne a Danzica.

Si trattò di una marcia che nasceva in ambito patriottico e militare, tuttavia vi afferirono non solo reduci della Grande guerra, ma anche intellettuali come Filippo Marinetti, sindacalisti rivoluzionari come Alceste De Ambris e uomini di cultura provenienti da tutto il mondo, come il belga Leon Kochnitzky, il giapponese Harukichi Shimoi e lo statunitense Henry Furst. L’interpretazione storiografica che vede nell’esperienza fiumana i prodromi del regime fascista (il precedente 23 marzo Benito Mussolini aveva fondato i Fasci di combattimento a Milano) risulta obsoleta e faziosa. D’altro canto la dialettica Mussolini-d’Annunzio fu caratterizzata da alti e bassi e pesantissima risultò la lettera che il Comandante scrisse al futuro Duce pochi giorni dopo aver preso possesso del capoluogo del Carnaro, accusando violentemente l’interlocutore di inerzia e di incapacità. Il direttore del Popolo d’Italia non si sarebbe riscattato nemmeno in occasione del Natale di Sangue che avrebbe posto fine all’avventura dannunziana: l’opportunismo politico del figlio del fabbro capì che la causa fiumana era ormai perdente, sicché i primi nuclei fascisti si astennero dal portare soccorso o dal creare diversivi in Italia. Mentre il poeta-soldato si avviava all’esilio dorato del Vittoriale degli Italiani, il futuro capo di governo s’impadroniva dell’armamentario retorico e simbolico che per oltre un anno aveva brillato sulle rive del Carnaro. Nella riconversione in orbace dei comizi dal balcone, del contatto diretto con la massa, della rivendicazione del ruolo di interlocutore privilegiato dei combattenti defraudati dai premi della vittoria, lo statista di Predappio si dimenticò per strada la carica libertaria che scorreva nei comizi dannunziani.

Il corporativismo che il fascismo di fatto non riuscì mai a realizzare compiutamente era solo apparentemente affine a quello che De Ambris aveva forgiato nella Carta del Carnaro, documento costituzionale della Reggenza Italiana del Carnaro dagli altissimi contenuti di libertà e di eguaglianza, che poi d’Annunzio avrebbe decorato di lirismi e di formule auliche. Un bicameralismo in cui alla rappresentanza popolare si affiancava quella delle categorie produttive, la figura di un dittatore che assumeva pieni poteri in momenti di crisi (il custode della democrazia evocato da Carl Schmitt), la parità di diritti senza discriminazioni di sesso, etnia e religione: molti sono gli spunti che rendono la Carta un testo costituzionale significativo ancorché inattuato.

Accomunati dal fatto di essere stati individuati da Lenin come i possibili condottieri di una rivoluzione socialista italiana, Mussolini e d’Annunzio tuttavia non riuscirono mai a stabilire un rapporto coerente e proficuo con la sinistra italiana, ma gli sforzi maggiori provennero dal governo della città adriatica. L’approvvigionamento di armi e munizioni per le prime esigenze della guarnigione dannunziana giunse grazie al dirottamento di un piroscafo carico di armi per i “bianchi” che ancora si opponevano all’Armata Rossa in Estremo Oriente e d’Annunzio avrebbe rivendicato tale azione nel contesto di una sfida a quel mondo che le Grandi Potenze andavano disegnando alla Conferenza di Pace. A tal proposito, nei primi mesi del 1920 furono numerosi i contatti che nell’entourage dannunziano i promotori della Lega dei Popoli Oppressi instaurarono con quanti si sentivano traditi dalle decisioni dei vincitori della Prima Guerra Mondiale, La vittoria mutilata italiana aveva il suo corrispettivo nelle violate promesse di autonomia fatte da Francia e Inghilterra nelle colonie in cambio di arruolamenti con cui rimpolpare le fila degli eserciti metropolitani, i confini che avrebbero lasciato migliaia di connazionali fuori d’Italia erano analoghi a quelli che pesantemente colpivano gli Stati sconfitti, creando minoranze etniche prive di qualsivoglia tutela giuridica internazionale.

Il futurista Mario Carli vide nella Reggenza italiana del Carnaro un faro che illuminava il buio dell’Europa di allora e che si accoppiava alla perfezione con il faro che brillava da Mosca: Lenin e d’Annunzio apparivano come leader carismatici balzati fuori dalle temperie della guerra e adesso capaci di dirigere le masse verso un futuro migliore e d’altro canto già alcuni mesi or sono abbiamo dedicato un approfondimento alle aspirazioni comuniste di parte dei seguaci del Vate giunti a Fiume da tutto il mondo. I collaboratori del Vate non cercarono solo contatti con lo Stato dei Soviet, ma espressero anche solidarietà ai comunisti ungheresi vittima del terrore bianco scatenato dall’ammiraglio Horthy, trovò poco ascolto nella sinistra italiana (Bombacci, Malatesta ed in una certa qual misura anche se tardivamente Gramsci) e finì per scontentare la componente nazionalista che aveva seguito il Vate in un’impresa che per i suoi toni volontaristici e di trasgressione nei confronti delle gerarchie militari si poneva in continuità con lo spontaneismo delle camicie rosse di Giuseppe Garibaldi. Il Disegno di un nuovo ordinamento dell’esercito liberatore redatto dal capitano degli alpini Giuseppe Piffer delineava in effetti una compagine militare articolata sul modello dei reparti degli Arditi, con manipoli e nuclei di combattimento che facevano capo direttamente al comandante ridimensionando se non addirittura annullando il ruolo dei comandi intermedi.

Dati questi presupposti non stupisce il fatto che tra i Legionari di Ronchi vi fossero elementi che avrebbero successivamente sposato la causa antifascista: se Ercole Miani, futuro elemento di spicco della Resistenza triestina, non avesse dato man forte all’audace Guido Keller, difficilmente sarebbero stati prelevati dall’autoparco di Palmanova gli autocarri con cui trasportare i volontari pronti a disertare in quella notte tra l’11 ed il 12 settembre 1919. Altrettanto legionario e partigiano fu il triestino Gabriele Foschiatti, già irredentista, volontario nella Grande Guerra e sempre ispirato da ideali mazziniani: come lui numerosi altri giovani giuliani parteciparono all’impresa fiumana, si tennero alla larga dal regime mussoliniano (nel quale si riconobbero ex irredentisti di matrice nazionalista che risentivano della contrapposizioni con gli attivisti slavi durante la fase finale dell’impero asburgico) e parteciparono invece alla lotta antifascista.

Questo coacervo di esperienze, aspirazioni e ideali è stato definito da Renzo De Felice «fiumanesimo». Dalle sue fila senz’altro provennero pure gerarchi e squadristi, ma fu un fenomeno estremamente complesso: i Legionari di d’Annunzio destarono scandalo tanto presso i nazionalisti che non condividevano le loro aperture al comunismo sovietico quanto presso la sinistra italiana che non ne comprendeva il patriottismo.

Lorenzo Salimbeni