Centro di Documentazione Multimediale della Cultura Giuliana Istriana Fiumana Dalmata
November 22nd, 2019
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Lettera a Marcello Veneziani

Caro Marcello Veneziani,

Le scrivo dopo aver letto, insieme a tanti di noi, il suo bellissimo pezzo del 13 u.s. su La Verità dal titolo “E l’Italia perduta fu ritrovata a Fiume”.

Come Lei sa il mondo dell’Esodo Giuliano-Dalmata raduna un popolo; tante persone distribuite in Italia e nel Mondo che furono costretti ad abbandonare i beni e gli effetti per salvaguardare la propria identità italiana e, con essa, la libertà.

Questo pezzo di popolo italiano non è affatto morto, ma vivo e generativo, e prosegue la sua opera di testimonianza e ricucitura paziente con la terra di origine, con le Comunità italiane autoctone di Slovenia e Croazia e, financo, coi governi di quei Paesi, finalmente in UE, dove, se non altro, è impedita la discriminazione su base razziale.

Tutte queste persone – anziani, in età lavorativa e giovani, nati in Istria, Fiume o Dalmazia, oppure in campi profughi ed oggi nelle nostre famiglie -, da anni si impegnano e rischiano: “per una causa persa, e nobile; non per i soldi, non per i selfie, ma per quel pazzo amore che è l’amor patrio, per memoria storica e gloria letteraria”, usando i termini che Lei giustamente usa per definire l’azione dei tre ragazzi che hanno innalzato la bandiera italiana sul Palazzo del Governatore a Fiume.

Un fiume di fiumani di prima, seconda e terza generazione, accompagnati da altrettanti istriani, quarnerini e dalmati, ogni anno, in silenzio e senza clamore, testimoniano in ogni scuola italiana ma, soprattutto, si danno da fare per rimettere a posto lapidi italiane nei cimiteri in Istria e Dalmazia, celebrare eventi e momenti che segnano e segnarono la storia e la cultura italofona dell’Adriatico orientale nei paesi di origine, partecipare attivamente alla vita delle Comunità autoctone con il solo obiettivo di:
1. Mantenere il nostro dialetto istro-veneto nella nostra terra,
2. Trasferire l’identità italiana alle nuove generazioni,
3. Costruire un’identità unica tra chi è fu costretto a lasciare e chi, invece, per mille motivi è rimasto.

Le nostre non sono azioni dimostrative, ma fattive, colme del pazzo desiderio di pensare che dopo aver perso la guerra e dopo il perpetrarsi della damnatio memoriae istigato dal vincitore nazionalista e comunista, sia possibile ritirare fuori quell’anima latina e veneziana che tenuemente è rimasta in vita.

Zara fu bombardata 54 volte, più del 10% della popolazione civile morì sotto le macerie, il 90% della città venne distrutta. L’intento era chiaro, un manipolo di 300 soldati non meritava tanta attenzione dagli Alleati, era, invece, ‘pericolosissimo’ che rimanesse in vita, magari, una sola persona, in grado di testimoniare cosa fosse Zara per la Dalmazia. Eppure, dovendo rimuovere le tonnellate di detriti, da sotto le macerie spuntò fuori un foro romano, ancora oggi ben visibile in centro città.

Questo episodio è quanto mai emblematico: il tentativo di sprofondare nel baratro un’intera popolazione, ha permesso, invece, il riemergere di resti di una civiltà che ancora oggi testimoniano e pongono domande – ai distratti, agli incolti o agli ottusi nazionalisti – circa l’identità di una terra martoriata.

La damnatio memoriae, paradossalmente, ha fatto rifiorire un popolo che pacificamente e senza revanscismi o sciovinismi, testimonia un’altra cosa rispetto a ciò che l’establishment avrebbe voluto o vorrebbe ancora perpetrare, con le sue sciocche e vuote dichiarazioni od azioni pateticamente aggrappate ad una narrazione storica palesemente falsa.

Ci dispiace molto che né la politica, né la grande comunicazione si accorga di questo paziente e tenace lavoro ideale che una parte di popolo italiano, ogni giorno, gratuitamente e per tutto l’anno, incarna nella propria vita.

È evidente che in una società che in un paio di generazioni è passata dai ‘grandi’ ideali di giustizia e liberta, all’appiattimento verso un nuovo Dio Mitra la cui essenza, ormai, è solo l’adorazione della moderna triade potere-sesso-danaro, gli ideali di Patria e Nazione agiti e trasformati in concretezza interessi in maniera alquanto limitata. E ciò, ahinoi, vale non solo per l’Italia.

Ognuna delle nostre persone, consciamente o meno, incarna la Carta del Carnaro, ne è non solo testimone ma esempio vivente di cosa significhi ‘integrazione’, per esempio, senza dover per questo rinunciare all’amor di Patria.

Nessuno di noi rivendica l’italianità di Fiume, né dell’Istria, né della Dalmazia. Il nostro compito è quello di testimoniare con la nostra sola presenza quale sia la storia di quella terra. Per questo diamo fastidio.

Anni fa, quando fui eletto presidente di una delle nostre Associazioni di Esuli, i soliti livorosi mi mandavano messaggi traboccanti odio, tra i quali uno che diceva così: “non rivedrete mai la bandiera italiana sventolare sulla vostra terra”.

Oibò, che sciocchezza! Quella bandiera sventola, oggi, in almeno 200 edifici gestiti o di proprietà delle nostre Comunità degli Italiani i quelle terre. Non abbiamo bisogno di metterne un’altra di straforo.

Abbiamo invece bisogno di gente che si tiri su le maniche e sia disposta a ritornare con schiena dritta e senza paura della propria identità. Abbiamo bisogno di volontari che insieme a noi operino con i mille progetti in essere per favorire quei tre punti che dicevamo sopra.

Abbiamo bisogno di gente che ci aiuti a convincere le locali autorità che ripristinare l’odonomastica originale in italiano nella nostra terra, come è successo e sta succedendo per Fiume-Rijeka – capitale della cultura 2020 -, non è un atto che attenta all’amministrazione statale che governa oggi quei luoghi, ma puro atto di onestà intellettuale e, se si vuole, di gran cultura.

La ‘nostra’ civiltà non ha bisogno di guerre e conflitti ma ha solo necessità di lasciar dire liberamente a chi proviene dalle terre che un’epoca furono veneziane e per pochi anni italiane: “mi son un italian de Histria” e “mi son un italian del Dalmatia”, senza paura, dicendolo a voce alta proprio nelle terre di origine, le stesse che conservano la nostra eredità.

Non credo che il resto del popolo italiano, nella sua grande maggioranza, comprenda l’opera tenace e silenziosa, priva di sensazionalismi o senatori a vita, della parte di popolo qui rappresentato.

Del resto, la nostra gente ha già metaforicamente bombardato non con un pitale solo, ma con scariche a ripetizione, una classe politica che ha operato in ogni modo per la nostra dimenticanza.

Antonio Ballarin
Presidente delle Associazioni degli Esuli Istriani, Fiumani e Dalmati 

 

E l’Italia perduta fu ritrovata a Fiume

di Marcello Veneziani – 13/09/2019 – La Verità 

Chiamateli pazzi, ridicoli, anacronistici. Chiamateli neofascisti, come hanno già fatto le tv e i croati, per prendere le distanze e sentirsi a posto con la coscienza. Ma quei tre ragazzi fermati a Fiume, perché hanno innalzato la bandiera italiana sul Palazzo del Governatore, nel centenario dell’impresa dannunziana di Fiume, a me fanno simpatia, forse invidia. Anzi ammirazione. Ho incerte notizie sull’accaduto, non so nulla di loro, ma ne avessimo di ragazzi pronti a rischiare per una causa persa, e nobile; non per i soldi, non per i selfie, ma per quel pazzo amore che è l’amor patrio, per memoria storica e gloria letteraria. Ne avessimo di ragazzi fuori formato, anzi extra format.

Si, per carità, so che queste imprese sono puramente dimostrative, del tutto inutili, non producono frutti e creano qualche fastidio alle diplomazie. Ma le imprese più inutili sono le più nobili, le imprese assurde sono quelle che lasciano il segno e restano impresse nel tempo. Ricordate le imprese di D’Annunzio, i volantini su Vienna, le imprese marine e sottomarine, e poi il pitale lanciato dai dannunziani su Montecitorio. Per carità “repetita non iuvant”, ma è bello vedere dei ragazzi nati nel duemila che considerano la storia una cosa viva, aperta come una ferita, controversa, da scrivere e non solo già scritta, digerita, evacuata e sparita.

Colpisce, anzi sorprende, che nel tempo dell’oblio, della smemoratezza storica e del passato così remoto da essere ormai rimosso, ci sia qualche ragazzo che si ricordi di D’Annunzio, di quegli eroi, di quell’avventura d’italianità e magari di quella Costituzione del Carnaro che fu davvero e non per modo di dire, la più bella del mondo. Perché la scrisse un poeta insieme a un grande sindacalista, perché era scritta sulla propria pelle, con i propri versi, con una grande tensione ideale e civile, perché voleva conciliare l’amor patrio con la giustizia sociale, Un amore per l’italianità a volte pomposo, magari retorico, ma sempre scontato sulla propria pelle.

Si, per carità, so bene che rivendicare l’italianità di Fiume oggi è insensato. So benissimo che l’Italia è momentaneamente assente, lasciate un messaggio e vi richiamerà se sarà un domani possibile. Nel tempo dell’Italia spappolata e distesa a tappetino, che bacia la pantofola agli eurocrati, si allinea al politically correct, si intruppa nell’euroconfomismo, l’Italia che si para le chiappe e s’inchioda alle poltrone, ci sono ragazzi che vogliono andare contro la corrente, vogliono testimoniare una grottesca passione per quel mezzo cadavere glorioso che è il nostro Paese. Ragazzi non so chi siate ma, per dirla col linguaggio storico, preistorico o eterno, avete reso onore all’Italia.

Un abisso, voi dite, tra il nostro oggi coi suoi problemi e quei cent’anni fa, venuti da guerre e gesta, gesti ormai irripetibili; vero, ma un abisso più grande separa i moventi della politica del nostro tempo e le motivazioni ideali, un po’ insane, convengo, che spingono due ragazzi a riaprire una pagina di storia in piena pagliacciocrazia trasformista. D’Annunzio criticava il “Cagoia” che era al governo, come aveva con ignominia ribattezzato Nitti; non aveva visto questi…

Ma che vai a impicciarti di Fiume-Rijeka, come la chiamano i croati, ora che si accinge a diventare per il 2020 capitale europea della cultura, che vai a creare incidenti diplomatici, sussurra la gente anche al sindaco di Trieste Roberto Di Piazza, e al governatore della Regione Abruzzi, Marco Marsilio, che ricordano il Poeta-Soldato e lo scultore Alessandro Verdi che ha scolpito la statua dedicata a D’Annunzio, bollata come scandalosa dai croati e dai loro “collaborazionisti” nostrani. Assurdo, anche se poi, se è diventata capitale europea Fiume lo deve alla civiltà italiana, europea, veneziana e anche all’eroica impresa di D’Annunzio e dei suoi duemilaseicento legionari. Un’impresa che in quel tempo piacque a tanti, e non solo ai nazionalisti e ai fascisti, anzi generò qualche imbarazzo in Mussolini; piacque a Gramsci, colpì Lenin, attirò militari, eroi, frati e poeti da tanti posti del mondo. Arrivò Guglielmo Marconi, arrivò F.T. Marinetti, il mondo si trovò di fronte a una festa politica che fu un ’68 ante litteram ma in versione epica e letteraria: gli occupanti non venivano dal benessere ma dalle trincee, avevano visto la morte in faccia e non la tv dei ragazzi. Avevano scritto opere destinate a restare, non manuali per la guerriglia o commenti ai pensierini di Mao…

Fiume vuol dire poi foibe, gli italiani uccisi, deportati e cacciati da casa loro, Fiume vuol dire battaglie di piazza e di trincea per rivendicarne l’italianità.

Nessuno pensa che si possa affrontare il futuro tornando al passato, nessuno ha nostalgia delle guerre e delle violenze. E nemmeno dei nazionalismi; qui si parla di civiltà italiana, si parla di lingua, di Dante, di D’Annunzio, di opere d’arte, di città con l’impronta italiana, cattolica ed europea, ci sono linguaggi retaggi e paesaggi evocatori.

Si tratta di capire che non possiamo vivere di solo presente, non possiamo accontentarci di Conte e del circo quotidiano in tv; vogliamo collegarci al passato, ricordare la storia, fare paragoni, leggere criticamente gli eventi, dirci orgogliosi dei nostri geni letterari e dei nostri eroi. Perché solo rispettando il passato sarà possibile avere il futuro. Il Fiume della storia scorre implacabile, non si ferma mai; ma come l’acqua che scorre è pure la tradizione di un popolo che sgorga e fluisce di generazione in generazione, si modifica nelle forme e nei linguaggi del tempo ma si trasmette. A ricordarci chi siamo, chi fummo, e, si spera, chi saremo.